Amazon, dove paghi pure se non ci compri e pure se non ci lavori

Amazon lo paghi anche se non ci compri e pure se non ci lavori. Perché?
Prendiamo per esempio Passo Corese, dove il colosso dell’e-commerce ha deciso di tirare su il più grande centro logistico dell’Europa meridionale, arrivando persino a guadagnarsi grandi attestati di benemerenza per le assunzioni (contratti interinali a tempo determinato: tre mesi) fatte in una zona in cui non è semplice trovare lavoro (se poi mi dite qual è quella in cui è semplice mi ci trasferisco…). Ebbene, quale fine stratega potrebbe mai pensare di costruire un qualunque tipo di polo logistico senza minimamente preoccuparsi di pensare al trasporto su ferro, cioè a un collegamento di tipo ferroviario per il trasferimento delle merci? Continua a leggere Amazon, dove paghi pure se non ci compri e pure se non ci lavori

Potere al popolo, e se accadesse davvero? Proposte per una pratica di coinvolgimento delle masse popolari al di fuori dell’imbuto elettorale

Le lotte sociali ti spezzano il fiato. Soltanto sabato, con un piccolo gruppo di compagni e compagne, ero in via Ramazzini, davanti a una delle sedi della Croce Rossa. Dovevamo parlare con una giornalista dell’evidente salto di qualità nella guerra contro i poveri compiuto a Roma dove, con la regia della giunta a 5 stelle di Virginia Raggi, si è pensato bene di tirare su un vero e proprio campo di concentramento: file di baracchette in plastica circondate dal filo spinato in cui dovrà essere “alloggiato” con la forza chi vive in case occupate sotto la minaccia dello sgombero o chi, avendo perso il lavoro o essendo terribilmente sottopagato, non è più in grado di pagare l’affitto. In via Ramazzini, in realtà, non ci sono stato più di cinque minuti. Tanto è servito a un blindato della celere ad arrivare sul posto. Altre due ore, poi, si sono perse per ciò che veniva spacciato per un “normale” controllo di documenti, in realtà un fermo in piena regola… e grasso che cola se nei prossimi giorni non ci verrà notificato anche un daspo urbano, visto che molti di noi ne hanno già collezionato uno impedisce di salire al Campidoglio per andare a esprimere liberamente ai suoi inquilini ciò che si pensa di loro.
La sera di sabato, comunque, tornando finalmente a casa, facevo mente locale sull’assemblea di “Potere al Popolo”, di cui mi era giunta notizia attraverso i social network, anche se né a me, né a nessuno dei contesti di lotta che attraverso, era arrivata una qualche forma di invito, di proposta di interlocuzione o di partecipazione. «Pazienza», mi sono detto tra me e me, «perché effettivamente radunarsi intorno alla parola d’ordine “potere al popolo” rappresenta effettivamente un punto di svolta, un’occasione per cimentarsi in qualcosa di nuovo».
Ma è veramente così?
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Meglio di niente, meglio per chi?

Sul piano politico, la debolezza dell’argomento è stata sempre evidente: coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male – Hannah Arendt

3… 2… 1… ed eccolo. Puntuale come una cambiale e più fastidioso di Equitalia, il coro belante del «meglio di niente». Ma che cosa, secondo simili soggetti, sarebbe «meglio di niente» questa volta? Continua a leggere Meglio di niente, meglio per chi?

Nel paese dei palloni quadrati

Non si investe nell’istruzione e i genitori faticano a coprire i costi, elevati, che persino la scuola pubblica comporta – per questo sarebbe strano stupirsi del drastico calo dei numeri di chi si è potuto permettere di accedere all’università negli ultimi vent’anni. In più la disoccupazione dilaga e l’impoverimento generale, anche di chi un lavoro (malpagato e precario) lo ha, avanza senza che nessuno voglia, sappia o possa costruire una diga utile ad arginarlo… e se è sulle famiglie che deve ricadere, come ricade, il costo utile a consentire ai bambini di praticare attività salutari come lo sport, ebbene questo genere di costi sono i primi a essere tagliati dagli scheletrici bilanci familiari – e per questo sarebbe strano stupirsi se l’Italia corre più che seriamente il rischio di essere esclusa dei prossimi mondiali di calcio. Allo stesso modo anche la salute è diventata un diritto solo per chi ha in tasca i soldi utili a comprarlo. E se ci si stupisce per i sempre meno ragazzi che riescono a laurearsi o per l’Italia che non riesce ad andare ai mondiali, cosa potremmo dire dell’aumento della mortalità infantile o della diminuzione della vita media? – lo stupore temo che non basti. La palla è rotonda e questo, contribuendo al fascino di uno sport come il calcio, rende sempre incerto il risultato. Ma continuare a sopportare la classe dirigente di un paese che condanna all’analfabetismo funzionale, alla miseria e alla morte precoce chi ci abita è come essere un calciatore calciatore costretto a disputare la partita con un pallone quadrato. Per questo dovremmo stupirci se l’Italia riuscirà a qualificarsi per i mondiali, non del contrario. Per questo dovremmo stupirci se l’Italia continuerà ad alimentare la sua classe dirigente, non del contrario.

7 novembre: Commemorazione e Rivoluzione

Piazza Santi Apostoli, Roma. Dal 10 agosto 66 nuclei familiari vivono accampati sotto i portici di una chiesa. Dal 10 agosto rifiutano di essere divisi e dispersi in strutture pseudoassistenziali. Dal 10 agosto dicono che si parte e si torna insieme e praticano con coerenza e sacrificio il valore della solidarietà. Nessuno di loro, si badi bene, ha in tasca “Il manifesto del Partito comunista” e non tutti sanno o ricordano che il 7 novembre di 100 anni fa la gente come loro si gettò contro il Palazzo d’Inverno facendolo proprio. Nessuno di loro, inoltre, dal 10 agosto ha più avuto la disponibilità di un bagno o di una cucina, anche se da tutta Roma l’intero popolo dei senza casa si mobilita tutti i giorni per garantire la colazione, il pranzo e la cena ai loro compagni e per ospitarli a turno in modo che ognuno possa farsi la doccia, riposarsi, fare studiare i ragazzi che vanno a scuola e giocare i bambini; per far sentire loro come sono tutt’altro che soli nella degna resistenza che stanno conducendo. Perché nelle tasche vuote di quelle famiglie c’è la pienezza della cosa più importante: l’interesse oggettivo che rende concreto e necessario il desiderio di cambiare lo stato di cose presente. Perché la rivoluzione non ha tempo di assistere ai suoi funerali ma vive in ogni casa che viene occupata. Buon 7 novembre alle famiglie di Santi Apostoli.

Il mercato e la rendita: come e perché è necessario che sempre più gente resti senza casa

Se esistesse una “legge di mercato”, le case – solo a Roma, di sfitte, ce ne sono centinaia di migliaia, milioni in tutta Italia – le svenderebbero a cassettate intere, esattamente come si fa al mercato, quello vero, con la frutta rimasta invenduta per tutta la giornata. Ma non esiste una “legge di mercato” che obbedisce a un qualche rapporto tra la domanda e l’offerta. Esiste, al contrario, un monopolio violento che reclama un interesse sempre più alto tanto con la forza bruta del manganello quanto con la persuasione dell’ideologia. Continua a leggere Il mercato e la rendita: come e perché è necessario che sempre più gente resti senza casa

Verso il “Manifesto del Partito comunista”. Introduzione a “Il libretto rosso dei comunisti” di Friedrich Engels

Friedrich Engels (Barmen, 28 novembre 1820 – Londra, 5 agosto 1895)

Con il titolo originale di Princìpi del comunismo (Grundsätze des Kommunismus), Il libretto rosso dei comunisti venne scritto da Friedrich Engels nel novembre del 1847 nell’ambito di un’occasione molto particolare. Si trattava, alla vigilia di un importante appuntamento congressuale, di esporre in modo chiaro e conciso i punti programmatici che avrebbero animato la neonata Lega dei Comunisti. Continua a leggere Verso il “Manifesto del Partito comunista”. Introduzione a “Il libretto rosso dei comunisti” di Friedrich Engels

Cosa significa “unire le lotte”?

“Vi sposterete da una città all’altra in 45 minuti”, dicevano aziende come Ibm, L’Orèal e Lufthansa ai lavoratori. Che messi di fronte ai 400 euro al mese dell’abbonamento dell’Alta Velocità chiesti da Trenitalia per coprire la tratta Torino-Milano (a cui si aggiunge il costo degli abbonamenti per le tratte urbane, altri 80 euro circa per prendere metropolitana e autobus…), sono costretti a fare i conti, oltre che con il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, anche con una realtà antica. Infatti, che si parli di fabbrica, di casa o di trasporti, il soggetto padronale con cui si ha a che fare è sempre lo stesso. Continua a leggere Cosa significa “unire le lotte”?

Zagrebelsky: più sì che no

Enrico Mentana organizza in diretta televisiva un dibattito tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky in vista del referendum costituzionale previsto per il 4 dicembre. Al giurista, e alle sue noiose argomentazione di ordine storico-legalitario, viene affidato il compito di rappresentare il NO e le sue ragioni. Stranamente, però, io non ricordo di aver mai delegato Zagrebelsky affinché rappresentasse il mio NO (cioè, neppure ricordo di aver mai delegato…), e a dire la verità, neanche conosco qualcuno che lo abbia fatto: nessun senza casa, nessuno studente, nessun precario, nessun disoccupato, nessun operaio: nessuno. E allora, se ieri sera c’era Zagrebelsky a rappresentare questo NO, e se in assoluto è questo il NO che viene rappresentato, o è di due NO diversi che stiamo parlando o Zagrebelsky è stato Renzi a portarselo da casa.

Kurdistan e lotta di classe

Nella querelle, direi minoritaria (per usare un eufemismo) a livello di penetrazione sociale del dibattito pubblico, che in questi giorni, a partire da un comunicato del Comitato No Nato e della Rete No War, sta spingendo alcuni osservatori ad attaccare da sinistra, al grido di «servo degli americani» o quasi chi esprime la propria solidarietà nei confronti della lotta del popolo curdo, mi colpisce soprattutto una cosa. E non mi riferisco al merito di particolari visioni geopolitiche dell’universo conosciuto e sconosciuto, né al problema della loro pertinenza, ma al vezzo di definire “moda” quella che sarebbe solo una momentanea infatuazione pro-curda. Chiamare “moda” il consenso alla causa curda, infatti, cancella come se non fosse mai esistito il lavoro di lunga durata portato avanti tra mille difficoltà dai militanti del Pkk e nega la capacità e la pazienza con la quale da tempo immemorabile uomini e donne curde si sono preoccupati di essere parte attiva in tutti i luoghi in cui il discorso sul Kurdistan è risultato pertinente rispetto all’analisi delle molteplici problematiche nazionali e internazionali prodotte dall’imperialismo. Quello che ha fatto il Pkk, in sostanza, e al netto di tutte le contraddizioni di volta in volta riscontrate sul campo, è stato preoccuparsi di esistere sulla base di un seguito materiale, e non soltanto in virtù di una proiezione analitica o ideologica. Chiamare “moda” tutto questo, non solo nega la specificità della lotta curda, finendo per attribuirla a una sorta di congiuntura eterodiretta, cosa che è come minimo falsa, ma fa emergere tutti i limiti di una sinistra che rischia di rivelarsi ontologicamente incapace di ancorare le proprie posizioni a una base sociale diversa da quella che è possibile creare limitandosi ad animare guerre di comunicati o polemiche su facebook.

Beh, per fortuna che ieri in piazza, alla manifestazione per il Kurdistan organizzata a Roma, tra le circa diecimila persone che hanno sostenuto e sostengono il Rojava, una netta maggioranza era distinguibile, oltre che per una chiara connotazione di classe, anche per il fatto di essersi già impegnata e per continuare a impegnarsi nel contrastare le campagne condotte ai danni di Serbia, Libia, Siria, Palestina e di ogni altra parte del mondo di volta in volta descritta come «cattiva» dalle narrazioni main stream, nella convinzione, che quando a comandare sono i profitti, “vostre sono le guerre / nostri sono i morti”. Queste stesse persone hanno arricchito il corteo con parole d’ordine inerenti la questione delle abitazioni e il diritto allo studio, l’antifascismo e l’antissessismo, la disoccupazione e lo sfruttamento sul lavoro, la libertà d’espressione e quella di movimento. Pare che moltissimi di questi manifestanti, tra l’altro, non sapessero nulla di geopolitica (tra i proletari presenti, alcuni non sarebbero neanche capaci di leggere o di scrivere), ma che tutti e tutte, all’occorrenza, fossero in grado di serrare i ranghi in un picchetto, resistere a uno sgombero e a uno sfratto o muoversi in corteo selvaggio: l’abc della lotta di classe – vale a dire l’unico luogo da cui, ogni volta che si parla di antimperialismo, bisognerebbe essere capaci di ricominciare.