Una maglietta vi seppellirà: come e perché i dannati della Terra continuano a “indossare” Ernesto Che Guevara

In fin dei conti, diceva Marx, un tavolo non è nient’altro che un pezzo di legno. O meglio, non è nient’altro che un pezzo di legno che un essere umano, con la sua attività, ha provveduto a cambiare in modo utile alle sue esigenze. E se fino a qui non c’è nulla di strano nell’osservare un pezzo di legno trasformarsi in “tavolo”, ecco che le cose cambiano nel momento in cui lo stesso soggetto, che pure non aveva problemi a constatare il come e il perché un pezzo di legno diventava tavolo, è costretto a perdersi nei gorghi della produzione, della promozione e della distribuzione per avere finalmente a che fare non più con una semplice materia prima quale il legno, né con un banale oggetto, come indubbiamente è il tavolo, ma con una presenza assai più inquieta: la merce. E «appena si presenta come merce», osserva Marx, con una penna capace di introdurre il lettore in regioni più straordinarie e spaventose di quelle in cui è entrata Alice passando attraverso lo Specchio: «Appena si presenta come merce il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare». Continua a leggere Una maglietta vi seppellirà: come e perché i dannati della Terra continuano a “indossare” Ernesto Che Guevara

Ragazzo negro – #jesuismaguette

Che poi, quando si parla di un nero come Nian Maguette, per i media di regime è comunque un “ragazzo”, anche quando ha 53 anni è sempre un “ragazzo negro”. Attenzione, perché la linea del colore si intreccia con la classe in un comune intento disumanizzante. Infatti, com’è che i borghesi chiamano l’operaio – che sia addetto alle pulizie, alla riparazione delle fotocopiatrici o alla manutenzione delle vending machine non ha importanza? Lo chiamano “omino” se è maschio, “omina” se è femmina #jesuismaguette#blacklivesmatter

Ladri di bambini

Nessuno sa, o tutti fanno finta di non sapere, come la pratica di sottrarre i bambini Rom ai genitori ha radici antichissime. Un’infamia che nel passato procurava ai bravi cattolici schiavi da sfruttare nel lavoro dei campi e schiave-bambine utili al lavoro domestico e/o ai letti dei padroni. Il tutto, in modo simile a quanto accaduto anche per i bimbi ebrei, garantito da un sistema legale capace di coprire questi rapimenti, spacciandoli di volta in volta come “conversioni” o come misure utili a fronteggiare il “vagabondaggio”. L’opinione pubblica appoggiava (vale la pena usare il passato?) senza problemi simili misure, tanto i Rom quanto gli ebrei d’altronde venivano tranquillamente – e ovviamente falsamente – accusati di essere loro a rapire i bambini, magari per berne il sangue.
Grazie al profondo razzismo in cui siamo immersi, sottrarre un bambino a una famiglia Rom, ancora oggi, non solo è possibile, ma è anche una pratica molto meno rara di quando ci si possa immaginare. Ed è così che una coppia qualunque di nonni in automobile con il nipotino può ritrovarsi – come accaduto sulla Salaria, all’altezza di Amatrice, subito dopo il terremoto – prima agli arresti e poi privata della custodia del bimbo.
In genere si tende ad alzare le spalle di fronte a storie simili, ma che sia pieno di gente che fa schifo è cosa nota. Meno nota è un’altra grande legge della repressione. Una solida catena di stereotipi, infatti, unisce i soggetti di volta in volta definiti “negri”, “froci”, “drogati” o “comunisti” e così, quello che fanno oggi ai Rom o ai migranti, viene o verrà utile quando meno ce lo si aspetta per colpire proletari e/o chiunque alzi la testa. Basta trattare chi si vuole colpire come “persona socialmente pericolosa” e il gioco è fatto. Tanto la legge, si sa, non ha bisogno di alcuna giustizia – e neppure di “prove” – per essere applicata.

Il successo “democratico” del Fertility Day

Ma davvero siamo convinti che quella del Fertility Day, con il suo sfoggio di valori a dir poco oscurantisti, possa essere archiviata alla voce “campagna di comunicazione pubblica fallita” e irrisa al grido di “epic fail”? O non è vero, piuttosto, che la Lorenzin, per conto del governo Renzi, è riuscita grazie a quei ridicoli – ma apertamente sessisti – manifesti con la clessidra e ai grotteschi – ma apertamente razzisti – opuscoli con i neri impegnati a fumare erba, a parlare con tutto quel mondo compreso tra le sfilate delle sentinelle in piedi e le adunate stile family day? Lo stesso mondo che in una regione come il Veneto è già riuscito – attenzione: è già riuscito! – a far ritirare dalle biblioteche scolastiche libri accusati di propagandare l'”ideologia gender” e che se arriva, con alcune sue propaggini, anche ad aggredire e uccidere gay e migranti (la relazione tra eventi squadristi e adunate delle sentinelle in piedi è ampiamente dimostrabile), si organizza ovunque, riempiendo le parrocchie, i bar di quartiere e le farmacie, di volantini inneggianti la “sacralità” della famiglia tradizionale (capita solo a me di vedere simile materiale, unito graficamente alla campagna della Lorenzin dallo stesso stile da pubblicazione dei Testimoni di Geova?). In breve, sono convinto che alla Lorenzin e al governo Renzi della “fertilità” freghi davvero poco e niente. Più importante, per loro, è continuare a scavare sempre più a destra nel tentativo di dare una base materiale al residuale consenso di cui godono. Il risultato, nel caso del Fertility Day, non riguarda semplicemente un concetto deformato e deformante di “salute”, ma ha a che fare con il tentativo di organizzare un nuovo movimento reazionario di massa. E da questo punto di vista, ricordando come la prima vittima dei regimi fascistoidi – e il governo del Partito Democratico non fa eccezione – sia sempre il senso del ridicolo, mi spiace constatare come il Fertility Day debba essere considerato un tentativo compiutamente riuscito.

Chi scrive su “Libero”: appunti sulla nuova difesa della razza

"Libero" titola "islamico di razza"

Sarebbe apprezzabile che qualcuno tra i tanti (?) presunti bravi giornalisti di “cultura liberale” (cioè, la stessa cultura che condusse un Gobetti all’assassinio per mano fascista? – ne dubito…) reagisse a titoli come “islamico di razza” e, più in generale, alla narrazione schiettamente razzista che si impone su testate come “Libero” e, con toni forse meno chiari ma con analoga sostanza (vedi gli editoriali firmati da prestigiosi “intellettuali” come Ernesto Galli della Loggia per il “Corriere della sera”; un altro organo che ha il razzismo più becero iscritto nel suo dna) sulla quasi totalità della stampa italiana.

Sarebbe apprezzabile e auspicabile, certamente, che – sia pure nel nome di una deontologia professionale se non della propria etica personale – avvenisse una simile “ribellione” e, d’altro canto, sperare non costa nulla: quindi speriamo. Anche se purtroppo la storia ci dice il contrario. Ci dice che le svolte reazionarie, magari imposte con gesti eclatanti, sono in realtà preparate da una lunga incubazione quotidiana e da un attento processo di selezione dei colletti bianchi che, queste svolte reazionarie, rendono possibili. In realtà, le mani della maggior parte degli artefici dell’abominio, almeno apparentemente, restano pulite. Nel giornalismo come tra le forze dell’ordine, però, per un pugno di poliziotti che ammazza a manganellate un ragazzino diciottenne come Aldrovandi (ma la lista è lunghissima), c’è un numero appena maggiore di persone che un simile gesto approva e difende (a partire dai giudici che emettono assoluzioni o condanne lievissime); la massa di chi tutto ciò accoglie – e quindi rende possibile – se ne sta apparentemente inerte, a trincerarsi dietro il sempiterno “tengo famiglia” o all’infame “ho soltanto obbedito agli ordini”. Per questa ragione, le titolazioni di “Libero” o de “Il Giornale” rappresentano una modalità normale e normativa rispetto alla comunicazione italiana contemporanea, non un’eccezione rispetto a un approccio contrario e fondamentalmente sano (che non esiste a livello main stream). Ed è sempre per questo che persino un uomo di pace come Martin Luther King ricordava sempre come, a fargli paura, non fosse la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni. Erano e sono, questi ultimi, i famosi “indifferenti” di Gramsci: persone da odiare in quanto – prima di tutto – complici. Chi vive, infatti, “prende parte” a ciò che accade. E chi prende parte a ciò che accade, lotta. Chi tace, al contrario, la sua scelta l’ha già fatta. E, sperando di trovare un porto sicuro, siede tra i tanti che supportano gli interessi di pochi: il nemico.

Piazza Verdi liberata

Mi succede / quando parto / per un posto, / pijo er treno / e finalmente / trovo er tempo / pe’ scrive / sulla carta / coll’inchiostro / quello che sento / che poi / è quello che penso.

Oggi / in direzione / di Bologna, / le parole / facevano / fatica / perché / se voi parlà / de Piazza Verdi / è il rispetto / che te fa / corre in salita.

Qui / quanta gloria c’è passata, / se parla de lotta / e quindi / de persone / che se so’ messe in gioco / pe’ trova’ / ‘na soluzione, / se no, / questo è poco / ma è sicuro / mo’ nun ce stavamo qui / a passà così le ore.

Adesso c’è chi ascolta / e c’è chi parla, / c’è chi beve / chi se bacia / e pure chi se fa’ ‘na canna, / ma pe’ fa’ cresce / tutta ‘sta passione / quarcuno qui / ha dovuto fa’ ‘na guerra cor padrone.

Me pare ieri / e invece guarda ‘n po’ / so quarant’anni, / er calendario / dice che stavamo ner ’77, / i fascisti s’affacciavano dalle fogne, / ma com’erano usciti / nelle fogne se sbrigarono
a tornacce.

Chiedetelo alle pietre de ‘sta piazza, / chiedetelo alle pietre, / addosso a ogni vetrina / spaccata / pe’ difenne ‘n partigiano / fucilato alle spalle / ‘na mattina.

Bandiere rosse / piansero quel lutto, / ma ora arzate l’occhi / e lo vedrete scritto / che ‘sta piazza nun è de Verdi, / ‘sta piazza è de Lo Russo, / un compagno nostro / che no / non è mai morto.

Ce stava pure lui qui l’altro giorno, / quanno da ‘sti pizzi ce voleva passa’ ‘n vigliacco, / er nome suo / scusate / non lo faccio / ‘ntanto lo sapete che se chiamo come er presidente der consiglio, / e je possa pijà ‘n corpo a quello stronzo / che a tutti e due non li manna a quer paese arzando ‘er braccio.

Erano i giorni / de piazza Verdi Barricata, / contro i fascisti / i razzisti / e l’infamoni, / quelli che fanno i sordi / sulla pelle de nonantri, / e che rideno si ner mare se rovesceno i barconi.

Perché dicono che i migranti vengono qui / e ce rubbeno ‘er lavoro, / ma maledetto è chi lo dice e maledetto è chi ce crede, / da Piazza Verdi Barricata / ner monno intero / s’è sparsa n’antra voce.

Ve ricordate de Ponte Stalingrado? / Sta sempre qui a Bologna / e dice «onore», / per chi
ha caricato puro li blindati / a mani nude / ma co’ la forza / che sta dentro a ‘n ideale.

Se chiama casa / lavoro / e reddito pe’ tutte e tutti / l’unica opera de cui ce ‘sta gran voja, / ce lo sa er popolo / che l’è annato a spiegà alle guardie / che a Piazza Verdi / hanno preso più
de quarche sveja.

Dentro all’università / ‘sta notizia / poco tempo fa è arrivata pure a ‘n professore, / uno che ‘nsegna – sì lo so, nun se sa come, / e che la guerra / secondo lui / a noi ce fa bene; / lo sai che c’è professo’? / Tu c’hai ragione / ma preparate a corre come ‘n matto, / perché l’unica guerra bona – te lo giuro / è quella che i poveri faranno contro l’oppressore.

Pijate / per esempio / gli occupanti, / quelli dell’Ex Telecom / giù alla Bolognina, / hanno passato ‘na giornata / – donne e omini / vecchi e ragazzini – / a combatte uniti ‘na battaglia / contro i giudici, / l’assessori, / i prefetti / e pure contro i cellerini.

La gente come noi non molla mai / è ‘na canzone / che canta l’occupante / e il facchino / che paura non ne ha / pure se in Emilia / lo tenevano a fa’ lo schiavo le cooperative der quattrino.

Un bel giorno / però / la musica è cambiata, / «Ah Poletti, mettitece te a caricà i TIR a tre euro all’ora!», / ce so’ i compagni e le compagne a fa’ er picchetto, / contro gli sfratti / oppure ‘ndo er lavoro nun è giusto, / ovunque finché nun arzamo er pugno / come alla Granarolo / quannè che avemo vinto.

Tutto questo / e mille cose ancora / deve raccontà / chi co’ l’occhi sua l’ha visto / dentro Social Log, al Crash, al Cua, al S.I. Cobas, al Cas / il desiderio che tanto grande ha fatto questo posto: / è la fame / e la sete di giustizia, / è quello che da sempre / s’è chiamato / «comunismo».

Per questo / voi / nun je credete / a chi sostiene che n’ammazza più la penna che la spada, / Piazza Verdi / ‘sta cosa qui / ce l’ha ‘nsegnata: / i geni nun cadranno mai dar cielo / se tutti insieme nun je damo ‘na spallata.

Perciò / scusateme se so’ venuto qui a parla’ romano, / ma che devo fa’? / Conosco solo questa lingua / e co’ lei lo dico a voce alta: / viva Bologna libera e meticcia!

T’hanno scritto che sei romena e te fai pure le foto mentre sorridi?

Un giorno arrivo al bar e prima che apro bocca per farmi dare una canadese, Tremolina, che al bar ci abita, subito mi dice: «Hai visto che ha fatto Carpano?».

Se a Carpano fosse capitato qualcosa di veramente, veramente brutto, lo avrei capito subito. Perché accanto al nome della persona, Tremolina, come si fa in questi casi, avrebbe aggiunto la parola “poro”. Usare le parole per dire della morte porta male a chi lo fa, quindi non sarebbe servito andare oltre, sarebbe bastato dire “hai visto che ha fatto er poro Carpano?” e avrei capito; come aveva capito la barista, che la canadese la tira fuori dal frigo senza che io aggiunga nulla al solo fatto di essere là…

Che ha fatto Carpano?

Me lo chiedo con la canadese in mano e il mento all’insù, per invitare chi avevo di fronte a spiegarsi meglio.

«Giù al cantiere, stava a lavorà, un manovale rumeno j’ha fatto rodè er culo, che ne so… l’ha preso a pizze e questo è cascato giù dar ponteggio…».

Rimanevo ancora in silenzio. Allora Tremolina aggiunge: «Stavano a dodici metri, mica cazzi».

E poi: «So arrivate le guardie e se lo so’ portato via».

Tiro un sorso di birra dalla bottiglia: «Ah»; poi mi metto una mano sulla faccia. Anche nominare ciò che rende romani porta male. Fare il gesto che significa essere stato carcerato può bastare. Però no, mi confida Tremolina: «Se lo so’ tenuto a bottega mezza giornata e l’hanno riportato a casa. Me sa che j’hanno dato i domiciliari».

«Ciaveva moje e tre figli», dice la barista. Ma parla del manovale romeno. Tarpano, a quarant’anni, abita ancora con la madre, nessuno gli conosce una ragazza, ma che è uno che si incazza facile lo sanno tutti. Devi esse’ scemo pe’ fa a cazzotti a dodici metri: se lo piji, chi cìai di fronte lo ammazzi – o vai a morì ammazzato te, per carità. Per le guardie, comunque, deve esse stato un incidente e quindi niente gabbio. Mejo pe’ Carpano.

S’è fatta una certa. E dentro al bar suona la musichetta del telegiornale. Edizione della sera. Parla di una ragazza morta sotto la metropolitana. Dice che è stata una prostituta. Dice che l’ha ammazzata con la punta di un ombrello.

Che strano, penso.

Di film ne ho visti tanti, ma in nessuno c’è mai stato un assassino che va in giro a fare i morti con l’ombrello.

Che strano, penso.

Se uno fa il falegname, il farmacista, il giornalista, il pescivendolo, il facchino, il fabbro, l’agente immobiliare, l’impiegato, il giocoliere, il tabaccaio, il contadino, il cavolo che gli pare, mica lo dicono falegname, farmacista, giornalista, pescivendolo, facchino, fabbro, agente immobiliare, impiegato, giocoliere, tabaccaio, contadino o il cavolo che gli pare se c’è un arresto.

Che strano, penso.

Se uno è italiano mica lo dicono se c’è un arresto.

Una volta sì, lo facevano. Dicevano calabrese, leccese, siciliano, foggiano e napoletano, pure se uno era di Salerno, di Avellino o di Caserta. Adesso hanno smesso. Dicono romeno se è bianco o senegalese se è nero.

E se dicono romeno o senegalese, poi è dura che aggiungano che «è stato un incidente», non importa più quello che è successo.

E infatti nemmeno questa volta lo fanno. Passano i giorni e di questa ragazza che chiamano prostituta si viene a sapere che ha preso la condanna più dura di tutta la storia della Repubblica italiana per un omicidio preterintenzionale. Al bar, se dici che a questa – che la chiamano prostituta – se la so’ bevuta così male, ai politichi che rubbeno, allora, che toccherebbe da’ faje?; tutti fanno a gara pe’ aggiunge che ce vorrebbe ‘n sacco de benzina co’ li politichi, pe’ daje foco a tutti insieme alla mejo anima de li mortacci loro…

Quella che chiamano prostituta intanto ‘sta al gabbio.

Poteva fa la fine de Carpano, che il reato mica era tanto diverso, però a lui non je l’avevano scritto sul giornale che era romeno.

Carpano, sul giornale, non ce l’hanno proprio messo. La ragazza che chiamano prostituta sì, e lei era finita pure in televisione se è per questo. Infatti, una volta che è uscita in semilibertà, si è fatta una foto al mare mentre sorrideva e così se la so’ bevuta n’antra volta.

Aoh, ma che sei de coccio?

T’hanno scritto che sei romena e te fai pure le foto mentre sorridi?

Prima gli italiani.

Sguattere & Guatemala

Che si parli di sguattere o di Guatemala, è normale che esista gente incapace di provare rispetto al di fuori di quanto previsto dai propri pregiudizi di classe, genere o razza (cioè a partire da diverse quantità di melanina presenti sulla propria pelle… bah). Per questo esistono i gulag.

(Cfr: “La Stampa” del 7 aprile 2016)