Quinto a Tormarancia, secondo a nessuno

Quinto Gambi: un quartiere intero, Tormarancia, aveva in lui il suo monumento vivente. Conoscerlo e frequentarlo, alzare con lui il gomito nel bar di Checchina, è stato un onore. Idolo dei bambini, a cui mai faceva mancare un dono, frequentava spesso gli occupanti di Casale De Merode. Figlio di partigiani, portava con sé l’orgoglio semplice della sua classe. E da qualunque parte del mondo provenisse una persona, se non era un palazzinaro era suo fratello… pure se questo non lo metteva certo al riparo dalle sue battute sulla cucina etnica!

Ciao Quinto.

Una maglietta vi seppellirà: come e perché i dannati della Terra continuano a “indossare” Ernesto Che Guevara

In fin dei conti, diceva Marx, un tavolo non è nient’altro che un pezzo di legno. O meglio, non è nient’altro che un pezzo di legno che un essere umano, con la sua attività, ha provveduto a cambiare in modo utile alle sue esigenze. E se fino a qui non c’è nulla di strano nell’osservare un pezzo di legno trasformarsi in “tavolo”, ecco che le cose cambiano nel momento in cui lo stesso soggetto, che pure non aveva problemi a constatare il come e il perché un pezzo di legno diventava tavolo, è costretto a perdersi nei gorghi della produzione, della promozione e della distribuzione per avere finalmente a che fare non più con una semplice materia prima quale il legno, né con un banale oggetto, come indubbiamente è il tavolo, ma con una presenza assai più inquieta: la merce. E «appena si presenta come merce», osserva Marx, con una penna capace di introdurre il lettore in regioni più straordinarie e spaventose di quelle in cui è entrata Alice passando attraverso lo Specchio: «Appena si presenta come merce il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare». Continua a leggere Una maglietta vi seppellirà: come e perché i dannati della Terra continuano a “indossare” Ernesto Che Guevara

Correvo pensando ad Anna

BOLOGNA, sabato 24 giugno: all’interno di una giornata dedicata al libro e all’editoria, presso il Vag61 di via Paolo Fabbri, alle ore 18.00 si terrà la presentazione del libro “Correvo pensando ad Anna – una storia degli anni ’70” (2017, edizioni DEApress).
Presenti l’autore Pasquale Abatangelo, l’editore DEApress Silvana Grippi e Cristiano Armati (scrittore ed editore).
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Chiedi chi era Lorenzo Bargellini

Chiedi chi era Lorenzo Bargellini. Nelle strade di Firenze o nelle vie di Roma, ovunque vi sia stato chi, scesa la sera, abbia dovuto raccogliere in qualche busta le sue cose per sdraiarsi su una panchina, infilarsi in una macchina abbandonata, rifugiarsi sotto un ponte. Continua a leggere Chiedi chi era Lorenzo Bargellini

Lo zaino di Sancho

Non sappiamo più da quanti anni è che incontrarci con lui faceva parte del rituale. Partendo dal Salone del Libro di Torino fino ad arrivare, più recentemente, al Book Pride, uno squillo sul cellulare annunciava immancabilmente il suo arrivo mentre, nel nostro stand, si liberava uno spazio per ospitare il suo zaino e la sua giacca, in modo che potesse essere più libero di girare tra i corridoi della fiera a caccia degli esemplari più pregiati di quelle creature da lui amate così tanto: i libri.
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Marco Vitello, rude boy

Dopo tante birre, una notte a San Lorenzo glielo dissi. Sono poche, pochissime le persone che, come lui, hanno saputo respirare il blues metropolitano e dargli una forma. Fatta d’aria, come quando soffiava nella sua armonica. O di materia, come quando scolpiva gli oggetti più diversi o disegnava. In simili, rarissime persone ho sempre visto realizzarsi in chiave umana e artistica ciò che per Gramsci era il sogno di un intellettuale organico, figlio e cantore del popolo. Stile, musica e attitudine lo rendevano un rude boy autentico, anche se non esistono categorie capaci di descriverlo usando solo le parole. Era Marco Vitello. Le strade di Roma lo piangono e lo ricorderanno sempre. Ciao grande.

Il mio papà

Lei era una bambina. E tanti anni fa avevamo passato un pomeriggio insieme a casa sua. Avevamo fatto i compiti di matematica. Poi il tempo è passato ed è arrivato fino a qua, alla Festa di Radio Onda d’Urto, a Brescia, dove una ragazza si è avvicinata allo stand della Red Star Press, ha preso un libro e stringendolo tra le braccia mi ha detto: «Questo ce l’ho, parla del mio papà».
Il libro era “Resisto! Dieci anni senza te, dieci anni con te”, il volume collettivo dedicato alla storia e alla memoria di Davide Cesare “Dax”.
Ci siamo abbracciati. E mi veniva da piangere. Allora scrivo adesso quello che a quella ragazza avrei voluto dire ma non ho detto: «Siamo tutti e tutte il tuo papà».

Davide Cesare "Dax"

Valerio: il tuo sapere, la nostra vita

Nel decennale della morte di Valerio Marchi, a fronte delle innumerevoli iniziative a lui dedicate e, soprattutto, alla stretta attualità del suo lavoro, si può davvero parlare di una «scomparsa» del grande «sociologo di strada» romano?

Valerio Marchi in via dei Volsci

Polignano a Mare, 22 luglio 2006. Sono passati dieci anni da quel giorno. Quando, dal comune pugliese, la notizia iniziò a girare tra quel pugno di amici più intimi per allargarsi ai tanti che lo avevano conosciuto e quindi a quelli, ancora più numerosi, che lo avevano letto o sentito parlare. «È morto Valerio», diceva quella voce maledetta. E si riferiva a Valerio Marchi, l’autore di Teppa, il sociologo che aveva curato la pubblicazione di Ultrà, il libraio che aveva aperto e gestito per anni la «Libreria Internazionale» a San Lorenzo, il grande tifoso della Roma, il vecchio skin esperto di ska e di punk, il compagno antifascista, l’autonomo che aveva saputo cogliere e vivere in prima linea la sete di rivolta che albergava negli stadi e che, agli stadi e ai tifosi, era tornato a rivolgersi in un passo della sua famosa Lettera agli ultrà, per ricordare come «dentro di noi c’è un grumo di rabbia antica, mai sopita, che ci spinge oltre il limitato orizzonte della battaglia e ci conduce ineludibilmente alla guerra di classe».

Per sviscerare il contenuto profondo di questa sola frase non basterebbero decine di pagine né, le implicazioni contenute nel passo, potrebbero essere sciolte da un’unica esperienza di osservazione partecipante o da qualche mese di ricerca sul campo. E intanto altri spunti, altri contenuti disseminati nei libri di Valerio o affiorati grazie alle interviste concesse, continuano a spiegare e a offrire spunti di riflessione, invitando chi scrive oggi di Marchi e del suo lavoro a evitare accuratamente di declinare al passato la sua memoria, per affrontare piuttosto la stretta attualità, e di conseguenza il futuro, di cui l’opera di questo autore resta formidabile interprete e profetica anticipatrice.
Oggi, infatti, se esiste un luogo in cui il senso dei libri di Valerio Marchi può essere tradito, questo è il territorio della retorica nostalgica, del rimpianto rispetto agli “anni d’oro” del movimento ultrà e/o dei tempi in cui la lotta di classe e il conflitto metropolitano incendiavano cuori e piazze. Perché se questi sono i temi prediletti da chi «ha gettato l’ancora», leggere Valerio Marchi vuol dire, al contrario, essere dalla parte di chi «ci prova ancora»: a cambiare l’esistente, certamente, ma intanto a riappropriarsi di una lettura del reale che sia in grado di sbriciolare le lenti con cui “il nemico” impone i suoi discorsi, fonda i suoi poteri e legittima saperi addomesticati a usare e a consumare categorie utili soltanto a reprimere le insorgenze, sempre e comunque in costante corso.

Ecco, oggi, con i libri di Valerio sottobraccio, bisogna andare a Fermo, nelle Marche, e confrontarsi con il luogo in cui Amedo Mancini ha prima insultato una donna al grido di «scimmia africana», poi ammazzato il marito accorso in sua difesa. Soltanto la gente della strada, infatti, potrà avere i titoli necessari a contrattaccare prima chi ha osato definire Mancini «ultrà» e non «fascista» e poi, quando i servi del potere già gustano la loro vittoria ammirando gli striscioni con su scritto «siamo tutti Amedeo Mancini» apparsi sui muri di diverse città italiane, continuare a combattere per dire come no, non siamo affatto tutti Amedeo Mancini: il campo dell’onore in cui iscrivere valori degni di essere accettati nella strada come negli stadi, infatti, ingaggia la sfida con avversari meglio armati e, orgogliosamente, rivendica «preferisco essere sconfitto / nudo addosso a un muro / piuttosto che festeggiare la vittoria / protetto da uno scudo»; ci parla, il campo dell’onore in cui nascono gli eroi della strada, di un Carlo Giuliani e del suo estintore, da scagliare contro maniche di infami in divisa armati di pistola, e non certo di volgari aggressori di donne e rifugiati; ci parla, il campo dell’onore dove la working class mette in gioco le sue passioni, di una linea dove la parola d’ordine «divisi dai colori, uniti dai valori», è in grado di trasformare le scaramucce tra tifoserie avversarie in orde pronte a sfondare i cordoni dietro cui gli interessi padronali difendono se stessi: questo, e non altro, significa interpretare fino in fondo il rispetto per il proprio territorio e la propria appartenenza: «my class my pride», e dunque «con il razzismo non c’avete fregato / la colpa è del padrone / e non dell’immigrato».
Ancora, pensando a Valerio Marchi, vale la pena aggirarsi furenti tra le macerie dello scontro frontale tra i due treni che viaggiavano sul binario unico della linea Andria – Corato per cogliere un cambiamento epocale. Nel paese che a suo tempo non è stato in grado di interpretare, a livello collettivo e fino in fondo, le implicazioni politiche delle stragi di Ustica e del Cermis, e che dietro gli innumerevoli assassinii di massa provocati periodicamente dalle alluvioni, figlie delle tangenti pagate al dissesto idrogeologico dei nostri territori, si è troppo spesso limitato ad allargare le braccia con cattolica rassegnazione rispetto a una presunta volontà del «fato»; ebbene nel paese che in innumerevoli occasioni, quelle stesse braccia, le ha allargate anche per archiviare il continuo stillicidio di morti sul lavoro trincerandosi dietro l’ipotesi in fondo tranquillizzante della «disgrazia», questa volta, tra Andria e Corato, non ha più allargato le braccia, ma ha serrato i pugni, e ha puntato direttamente contro il governo la sua indignazione, parlando apertamente, e come è giusto, di «strage di stato».
Tra gli stessi lettori di Valerio Marchi, tra l’altro, soltanto una minoranza sa come sia proprio questo il campo in cui l’originalità del pensiero dell’autore – vale a dire la capacità di scardinare le cornici che impediscono di allargare l’analisi del contesto in cui prendono corpo i fenomeni di natura politica e sociale – abbia avuto modo di forgiarsi ed esercitarsi. Ci riferiamo, in particolare, al volume La morte in piazza, quando Valerio Marchi, indagando sulla strage di Brescia, fu tra i primi a interpretare correttamente lo stragismo fascista, inserendolo all’interno di quella «strategia della tensione» che tanta parte ha avuto e, in modalità diversa continua ad avere, nella storia contemporanea italiana.
Strategia della tensione, dunque. E moral panic, come Valerio Marchi spiega egregiamente in Teppa, raccontando del modo in cui, lungo tutta la storia dell’urbanizzazione e quindi dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, si siano sedimentate, intorno alla categoria del «giovane», status imperativi in grado di isolare, reprimere e condannare anticipatamente qualunque dissenso, sia questo insito nella condizione oggettiva dei soggetti o esplicitamente espresso da una loro esplicita presa di parola. In questo senso, quando si dice «giornalista terrorista» non si recita uno slogan, ma si scatta una fotografia se, guardando ancora ai fatti che si continuano a produrre a Fermo, a margine dell’arresto di Martino Paniconi e Marco Bordoni, accusati di una serie di attentati ai danni di strutture ricollegabili all’accoglienza dei migranti, assistiamo ancora una volta all’uso del termine «ultrà», collegato questa volta alla parola «anarchico».
Paniconi e Bordoni, dunque, sarebbero «ultrà» come Mancini, ma in più anche «anarchici». Il termine «ultrà», in questo contesto come in quello di Mancini, serve a ricondurre i fatti sul terreno della «devianza», impedendo una corretta visuale politica degli stessi. L’ultrà, in fondo, come spiega Marchi in Teppa, è uno dei folk devil per eccellenza, ma in altre occasioni, con il medesimo intento di spoliticizzare l’interpretazione dei fenomeni negando la conflittualità sociale connaturata agli stessi, altre categorie vengono in soccorso degli osservatori pronti ad addomesticare la realtà. Così, per esempio, quando Davide Cesare «Dax» e Renato Biagetti furono assassinati da fascisti armati di coltello a Milano e a Focene, alle porte di Roma, sui giornali entrambi i fatti vennero descritti come il tragico esito di «risse tra punk». Ma la voce «anarchico», insinuata dai giornalisti a proposito di Paniconi e Bordoni a Fermo, serve anche ad altro: crea un ponte psicologico in grado di trasferire la gravità dei fatti dal mondo dell’estrema destra, a cui tali fatti appartengono, direttamente al campo opposto, quello delle lotte sociali. E non a caso, all’indomani dell’arresto di Paniconi e Bordoni, in occasione dello sgombero, a Roma, dell’occupazione abitativa Point Break, a fronte di alcune bandiere antifasciste e di manifesti relativi ad assemblee pubbliche sul tema «decide la città» rinvenuti nella struttura, com’è stata definita tale occupazione?
I giornali, sulla scia della relativa velina della questura, non hanno avuto remora alcuna, e incuranti delle reali idee politiche degli occupanti hanno scritto «anarchici», stabilendo così un legame implicito, in grado di dare l’impressione che i bombaroli di Fermo e gli occupanti di Roma fossero un qualcosa di simile… poi, in virtù di qualche grammo d’erba, hanno completato l’opera descrivendo Point Break come «una centrale di spaccio» e i suoi occupanti come «drogati», altra classica categoria di folk devil buona per tutte le stagioni e sempre utile quando si vogliono negare le istanze che parlano, per esempio, di diritto alla casa e di lotta alla precarietà, affossandole dentro un discorso di ordine pubblico e di criminalità comune.
Simili ragionamenti, ispirati da una lettura dei libri di Valerio Marchi vicina all’esperienza quotidiana, servono a spiegare come questo autore, negli ultimi anni, sia stato più presente che mai in quella scena che, tra antagonismo politico e organizzazione controculturale, continua a interrogarsi sul come, vivendo e lottando all’interno delle periferie, sia possibile ribaltare il «mondo di sopra». Dal 2014, anno di riedizione per i tipi della Red Star Press in collaborazione con Hellnation di Roberto Gagliardi del volume Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, da Vetralla (Cantina del Gojo) a Napoli (Mensa Occupata), da Pisa (Comitati di Quartiere) a Porto San Giorgio (CSOA Trenino) e Taranto (Taranto Antifascista), da Bari (Ex Caserma Liberata) a Lecce (No Racism Cup), da Cosenza (CS Rialzo e Sparrow) a Roma (CS Macchia Rossa, Esc, Tre Serrande, VIII Zona ed Ex51) e Bologna (Gateway, A Skeggia e Noi Restiamo), sono state innumerevoli le iniziative dedicate a Valerio Marchi.

E, entrando nel decennale della scomparsa, mentre il CSOA Scurìa di Foggia (oggi purtroppo sgomberato) intitolava a Valerio Marchi la sala del suo infopoint, Il derby del bambino morto è stato ripubblicato a cura di Wu Ming nella collana Quinto Tipo delle Edizioni Alegre. Così, se per Red Star Press, La morte in piazza ha conosciuto una nuova edizione con la collaborazione di Brescia Antifascista e la ristampa di Ultrà ha visto la luce per l’etichetta gemella Hellnation Libri, il CUA di Bologna ha dedicato a Valerio Marchi uno dei partecipati dibattiti ospitati dalla rassegna «Parole nel Pallone» e il FOA Boccaccio di Monza ha organizzato nel segno dello stesso Valerio Marchi la rassegna «I bravi ragazzi vanno in paradiso, quelli cattivi dappertutto». Il cantautore comasco Filippo Andreani, da parte sua, parla anche di Valerio Marchi in E Roma è il mare, una delle canzoni più belle del suo ultimo disco, La prima volta. In vista dell’autunno, inoltre, si annuncia sia la pubblicazione di una monografia completamente dedicata a Valerio che la riedizione delle sue altre opere per Red Star Press insieme alla ripresa, in quel di San Lorenzo e a cura di Sportpopolare.it con la collaborazione del Cinema Palazzo e dello storico «rude pub» Sally Brown, del Festival delle Controculture, da sempre pensato in suo onore. Un florilegio di libri, di iniziative, di prese di parola che trovano la loro ragione nell’urgenza con cui Valerio Marchi seppe trovare per strada, nelle periferie, tra la teppa, insieme agli skin e negli stadi di calcio, un’opportunità prima che un «problema» – ma anche un filo rosso in grado di guardare avanti e persino di negare la morte, affermando come Valerio sia sempre stato qui perché, in realtà, non è mai andato via.

(Pubblicato su Sportpopolare.it il 22 luglio 2016)