Chi era Robin Hood? Scene di sesso e di lotta di classe nella foresta di Sherwood

Joseph Walker McSpadden, nel 1904, licenzia il suo Le avventure di Robin Hood con una prefazione in grado di arrivare in pochi passaggi al cuore del problema: «Le canzoni e le leggende su Robin Hood e la sua allegra brigata di fuorilegge hanno affascinato per più di cinquecento anni lettori giovani e non», afferma l’autore, ma Robin Hood: «È esistito davvero?».
In quanto scrittore, McSpadden sa bene che, sul fronte dell’immaginario, la realtà non ha mai avuto bisogno di un certificato di esistenza in vita. E che se c’è un buon motivo per considerare «veri» tutta quella massa di documenti scritti o tramandati oralmente di volta in volta definiti come miti, leggende, favole o racconti popolari (e il discorso vale anche per i romanzi, le canzoni e le poesie), questo motivo ha a che fare con il fatto che i miti, le leggende, le favole e i racconti popolari sono efficaci come poche altre cose nel momento in cui, quella stessa realtà alla quale devono faticare per dimostrare di appartenere, si rivelano perfettamente in grado di influenzarla fortemente e addirittura di plasmarla a loro immagine e somiglianza. Basta questo per spingere McSpadden ad affermare che: «Sarebbe bello se riuscissimo a prescindere dalla realtà storica e a credere agli eroi leggendari col cuore». Come dargli torto? Parlando di Robin Hood, una complessa ragnatela di significati ha incarnato nella figura mitologica del «ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri» i valori della libertà, dell’amicizia, del coraggio e della lealtà: simboli che nessuna rigorosa indagine filologica è in grado di interpretare nel momento in cui, come fa l’Oxford Dictionary of National Biography, si prende la briga di dedicare una sua intera voce a un personaggio – caso unico – soltanto per dimostrare la sua mancata esistenza…
In effetti, dopo gli anni d’oro compresi tra il Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo, quando generazioni di studiosi si adoperarono in tutti modi, dando per scontata la veridicità di Robin Hood, a trovare per il «Principe dei ladri» una data di nascita certa e una genealogia inoppugnabile, i ricercatori contemporanei hanno riconsiderato tutto il materiale giunto fino a noi, bollando le conclusioni precedenti come assolutamente inaffidabili, decisamente fantasiose e oltremodo carenti. In una parola: false. Robin Hood, insomma, non è mai esistito. E pazienza se al di là delle ballate che lo vedevano protagonista – un certo Robin, in compagnia di Little John, fa la sua comparsa già nel 1420 nella cronaca in versi della Scozia pubblicata da Andrew de Wyntoun, né, stando agli scienziati della letteratura, si può dar credito allo Scotichronicon di John Fordune e Walter Bower, compilato tra il 1420 e il 1450, o alla History of Greater Britain di John Major (1521), visto che questi scrittori sono convinti di aver avvistato lo stesso Robin Hood rispettivamente: intorno al 1266, tra i sostenitori di Simone V di Montfort detto «il Vecchio», conte di Leicester e animatore di una rivolta contro Enrico III destinata a concludersi con la sua morte; e nel biennio 1193-94, quando Riccardo I d’Inghilterra, «Cuor di leone», si trovava prigioniero in Germania dopo aver combattuto in Terra Santa.
La versione di Major, seppur non suffragata da prove, si alimentò e finì per amalgamarsi con le anonime e più antiche ballate dedicate a Robin Hood, quindi riuscì a imporsi come verità ufficiale sulla vita dell’eroe accanto ai versi composti dal poeta William Langland per il suo Piers Plowman (1377). Per Robin Hood, a questo punto, mancavano ancora una vera data di morte, «trovata» nel 4 dicembre 1198, e un epitaffio da immaginare inciso sulla sua pietra tombale, tradizionalmente «rinvenuta», tra diversi altri luoghi, nella cittadina di Kirklees. Tutti elementi che vengono presentati come fatti certi dal poema The True Tale of Robin Hood, scritto da Martin Parker nel 1632, un periodo in cui la biografia dell’eroe di Sherwood non ha nulla da invidiare, in quanto a ricchezza di informazioni, alle notizie disponibili per i vari protagonisti della storia «reale».
A tutto ciò non resta che aggiungere la complessa genealogia affibbiata a Robin Hood, sulla scia di documenti assolutamente inattendibili, dal membro della Society of Antiquaries William Stukely (1746), secondo cui Robin sarebbe stato un certo Robert Fitzooth, di nobili natali, per capire come mai, da quel momento in poi, dedicarsi alla decostruzione del mito del bandito inglese per sottolineare la sua totale appartenenza al mondo della fantasia sia diventato lo sport preferito dei cultori della storia medioevale britannica in quell’epoca «di scetticismo e incertezza» – la nostra – a cui lo stesso Joseph Walker McSpadden si duole di appartenere.
Una volta fatti i conti con la storia, e accettate con gli opportuni distinguo psico-antropologici le inoppugnabili prove con cui si afferma l’inconsistenza biografica di Robin Hood, non resta che ripartire dal luogo in cui tutto è cominciato: il corpus di scritti dedicati al fuorilegge più celebre di Inghilterra e alla sua «allegra brigata».
Si tratta, nella fattispecie, di una serie di ballate – Robin Hood e il monaco, Robin Hood e il vasaio, La morte di Robin Hood, Robin Hood e Guy di Gisborne… – a cui bisogna aggiungere il frammento di una commedia quattrocentesca e altro materiale incompleto compilato tra la fine del Quindicesimo secolo e la prima metà del Sedicesimo secolo: un periodo in cui l’arte del torchio era sufficientemente sviluppata e le ballate popolari di Robin Hood talmente celebri da spingere gli stampatori a produrre ciò che resta uno dei più grandi bestseller della letteratura medioevale. Da questa base, naturalmente, è partito McSpadden per la sua novellization delle leggende di Robin Hood: un lavoro che consente al lettore di respirare l’originaria atmosfera sassone dove era vissuto un bandito letterario che, fino a oggi, era conosciuto in Italia, oltre che grazie al celebre cartone animato della Disney, sopratutto in virtù del romanzo Robin Hood. Il Proscritto di Alexandre Dumas, pubblicato postumo nel 1873. Questa base, però, disponibile al lettore italiano grazie a Le ballate di Robin Hood curate da Nicoletta Gruppi per Einaudi (1991), è anche la stessa a cui bisogna tornare se, al di là dell’intrattenimento offerto dalla lettura dei testi, si è convinti che la dimensione psico-sociale dell’esistenza umana – luogo in cui Robin è senz’altro radicato – basti da sola a spingere qualunque osservatore interessato ad accostarsi a un fenomeno con la stessa serietà e passione con la quale si è soliti trattare la «realtà».
Se c’è un buon motivo per cui, come ha fatto la Walt Disney, è possibile rappresentare Robin Hood con le fattezze di una volpe, questo motivo risiede nell’atmosfera perennemente scherzosa che domina buona parte dei versi dedicati al bandito di Sherwood. Robin Hood, nelle ballate originali, è una specie di Ulisse: valoroso, senz’altro, ma prima di tutto scaltro, un uomo in grado di risolvere le situazioni più disperate ricorrendo ad ogni genere di astuzie, spesso facendo leva sulle debolezze morali scorte nei suoi interlocutori e dimostrando, in questo modo, di essere abile con l’arco, la spada e il bastone, ma, soprattutto, di essere un fine psicologo.
Spesso, a dire il vero, Robin Hood è anche goffo, sbruffone e avventato. Tutte caratteristiche che consentono ad altri personaggi, a volte più furbi o più forti di lui, di impartirgli sonore sconfitte in combattimenti talmente leali da sfociare, immancabilmente, nell’amicizia tra i due contendenti e la conseguente cooptazione del vincitore di turno nella banda capitanata da Robin. Memorabili, da questo punto di vista, sono gli incontri di Robin Hood con Will Scarlet, Fra’ Tuck, Middle lo stagnino e Arthur-a-Bland il conciatore, tutti in grado di tenere testa e sopravanzare Robin prima di essere arruolati nell’allegra brigata. Qui, potrebbe valere per ogni cultura popolare l’antico detto romanesco secondo il quale le mejo amicizie nascono dalle botte… ma, oltre a notare come, nelle ballate di Robin Hood, la gagliardia (e la goliardia) sia considerata una virtù morale, questo carattere a metà strada tra lo sbruffone e lo scaltro ha spinto molti studiosi di mitologia a interpretare l’arciere più abile d’Inghilterra alla luce della categoria del trickster, un termine inglese traducibile non a caso con la parola “ingannatore”, che, nella fenomenologia delle religioni, indica un attore mitico spesso dipinto come ladro o folle, in grado, con il suo comportamento imprevedibile, di sferrare formidabili scossoni all’ordine costituito e di apportare innovazioni altrimenti impensabili nel vivere comune.
La strada che porta verso una simile interpretazione è lastricata di buone intenzioni. Il ruolo assunto dal ladro in calzamaglia nelle feste precristiane di calendimaggio, prima di tutto. Quando per celebrare l’arrivo della stagione fertile andava in scena una sorta di capodanno carnevalesco in cui un attore travestito da Robin Hood inseguiva il Re del Malgoverno per bruciare poi la sua effige. Una teoria, sostenuta tra gli altri dagli antropologi Margaret Alice Murray e Robert Graves, che trasforma Robin Hood nella versione antropomorfa di una divinità dei boschi. Un’idea suffragata anche dalla poesia di William Shakespeare quando, nel suo Sogno di una notte di mezza estate (1595), Robin Godfellow diventa un’altro dei nomi assunti dal celebre folletto Puck:

Tu, se dalle maniere e dal sembiante io non m’inganno, sei
quel discolaccio, quel folletto bugiardo e malizioso che tutti
chiamano Robin Bravomo. Non sei tu quel bizzoso spiritello
che al villaggio spaventa le ragazze, che fa cagliare il latte
dentro i secchi, che armeggia tra le pale del mulino, e si rende
molesto alle massaie vanificando la loro fatica a sbattere la crema nella zangola?
Ed altre volte a far schiumar la birra,
o a far smarrire il cammino ai viandanti di notte, e ridere
del loro disagio? E t’adoperi, invece, premuroso, ad aiutare
nel loro lavoro, ed a portar fortuna a quelli che ti chiaman
vezzeggiandoti, «mio caro diavoletto» e «dolce Puck»?

Al di là della nobiltà shakespeariana della spiegazione fenomenologico-religiosa dell’origine del mito di Robin Hood, ricondurre il principe dei ladri al folklore celtico può spiegare alcune forme assunte dal suo carattere, ma non soddisfa l’esigenza di specificità che il clamoroso e plurisecolare successo del personaggio reclama.
Da questo punto di vista, allora, potrà essere più utile, ancora restando sui testi che lo descrivono, accostarsi a Robin Hood sottolineando quella che, a ben vedere, è la caratteristica davvero più clamorosa delle popolari ballate a lui dedicate: gli incredibili poteri attribuiti alla capacità di travestimento di Robin Hood e dei suoi uomini. Succede moltissime volte all’interno delle storie di Robin Hood: mascherandosi da mendicante o da macellaio il capo dell’allegra brigata riesce a beffare personaggi come lo sceriffo di Sherwood, che pure conosce davvero bene il suo acerrimo nemico. Come è possibile una cosa del genere?
Che cosa doveva rendere credibili alle orecchie dei primi ascoltatori dei cantastorie di Robin Hood il fatto che un po’ di cenere sul volto o un mantellaccio gettato sulle spalle facesse passare completamente inosservato il loro eroe? Come si spiega il fatto che, trovandoselo di fronte vestito come un elegante paggio, lo stesso Robin Hood non riesca a riconoscere neppure suo cugino Will Gamewell alias Will Scarlet? E come accettare il fatto che, quando è Lady Marian a travestirsi da uomo, nessuno metta in dubbio la sua identità, neppure il suo futuro e devoto marito?
Se ci trovassimo in un corso di scrittura creativa o di improvvisazione teatrale si potrebbe descrivere la tecnica, antica ma efficace, del mettere in scena una serie di personaggi che si comportano senza conoscere tutte le cose che i lettori o il pubblico sanno di loro: uno stratagemma esilarante, tipico, per esempio, del teatro delle marionette. Ma Robin Hood non è soltanto una storia che ha affascinato, nei secoli, oceani di persone. Robin Hood è anche e soprattutto la testimonianza di un mondo in cui i ruoli sociali apparivano come immutabili e in cui i vari status attribuiti alle persone in virtù del proprio sesso e della propria professione erano limitati e, nell’opinione comune, suscettibili di ben poche trasformazioni. È per questa ragione che, al semplice cambiamento di abito, corrisponde una piccola rivoluzione, in grado di togliere a chi osserva qualunque riferimento in merito all’identità del proprio interlocutore.
Perché, nella quasi totalità dei casi, si nasceva e si moriva contadini, macellai, stagnini, cavalieri o monaci, con ben poche possibilità di cambiamento. Inutile specificare che, in una simile situazione, la sola idea di scrollarsi di dosso il ruolo sociale acquisito per nascita appariva, più che utopico, semplicemente pazzesco.
Di più, una simile possibilità, in virtù di un sistema custodito con l’aiuto di un’ideologia che rimandava l’ordine delle cose al volere di Dio, in genere non si dava proprio. Questo almeno fino all’arrivo di Robin Hood. Che non a caso, nelle ballate più antiche, non è né un semplice contadino né un nobile, bensì uno yeomen: particolare categoria di coltivatori liberi dai gravami feudali e/o legati direttamente alla corona da uno specifico incarico e relativo reddito. Furono proprio gli yeomen, detti anche freeholders, ad adottare come arma il long bow: il celebre arco lungo costruito in legno di tasso, pensato per conferire all’arciere grande rapidità di tiro e una gittata che poteva superare i duecento metri. Sarà con quest’arma che le truppe inglesi di Edoardo I, nel 1298, sbaragliarono i temibili shiltrons capitanati dal ribelle scozzese William Wallace: contingenti di uomini armati di picche pesanti che, fino a quel momento, si erano dimostrati un ostacolo insuperabile per la cavalleria. Ma l’arco lungo di Robin Hood, non a caso – come narrato da Walter Scott in Ivanhoe (1860) – diventato presto uno dei simboli dell’orgoglio sassone contro la nobiltà normanna, testimonia anche e sopratutto istanze di cambiamento che il rigido sistema feudale allora in voga tentava in tutti i modi di asfissiare.
Le ballate di Robin Hood stanno alla poesia polare come il ciclo di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda sta all’epica di corte. Non è un caso, infatti, che così come si ricorda e si esalta l’amore romantico, puro e impossibile, tra la bella Ginevra e il prode Lancillotto, Robin Hood non sarebbe Robin Hood senza la presenza della tanto desiderata Lady Marian: eroina della volontà di scegliere l’uomo della propria vita sulla base di un sentimento e senza nessuna implicazione di carattere economico o tradizionale. È possibile cogliere scene di sesso, dunque, nella foresta di Sherwood, ma non solo. Come il cavaliere senza macchia e senza paura esaltato dall’epopea di Camelot era in grado di superare il recinto stereotipato delle vite dei santi in cui l’etica della filosofia scolastica rinchiudeva l’espressione vitale e letteraria, anche il Principe dei ladri riesce a indicare ai suoi pari la possibilità di un riscatto dalla subalternità. È questo, in effetti, il vero motivo per cui Robin Hood diventa un fuorilegge: la sua principale colpa, infatti, è quella di aver reagito all’ingiustizia, pagando con la messa al bando l’incapacità di «restarsene al suo posto» insita nel suo particolare senso dell’onore. Quella di Robin Hood, come ha mostrato il grande storico Eric J. Hobsbawm, non è nient’altro che una «forma primitiva di rivolta sociale». E Robin, alla luce di questa considerazione, è il prototipo di una categoria rintracciabile in epoche storiche diverse alle latitudini più disparate: la categoria del «bandito sociale».
Come argomenta Hobsbawm nel suo I banditi (Einaudi, 1969), i banditi sociali sono:

Fuorilegge rurali, ritenuti criminali dal signore e dall’autorità statale, ma che pure restano all’interno della società contadina e sono considerati dalla loro gente eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio. […] Il fenomeno […] si verifica, a quanto pare, in tutti i tipi di società umane che si trovano tra la fase evolutiva dell’organizzazione tribale e familiare e la società moderna, capitalista e industriale, comprendendo però le fasi di disgregazione della società a base familiare e quella di transizione al capitalismo.

E il ragionamento dello storico inglese è talmente calzante che, leggendo Le avventure di Robin Hood, non si potrà certo dimenticare come, quando l’eroe si precipita a Nottingham per salvare Little John dall’impiccagione, ingaggia con gli uomini dello Sceriffo una battaglia che, complice il supporto di gran parte della popolazione, sfocia in una vera e propria prova generale di rivoluzione.
Si potrebbe dire, parafrasando Mao Tse-Tung, che come il rivoluzionario, anche il bandito sociale «deve stare sommerso nel popolo come il pesce nell’acqua».
A differenza del rivoluzionario, però, il bandito sociale raramente si uniforma a una teoria in grado di dare un senso politicamente coerente alla sua azione. In primo luogo perché il suo scopo non è quello di abbattere il sistema di potere vigente, ma ricondurre tale sistema a rispettare diritti e prerogative misconosciuti o calpestati. Questo è vero, per Robin Hood, soprattutto in rapporto al comportamento narrativo di Riccardo Cuor di Leone: per gran parte del libro autentico «convitato di pietra», ma, improvvisamente, epifania risolutrice, portatore di una verità e di una giustizia che soltanto la temporanea affermazione di personaggi indegni aveva messo in discussione. Leggendo tra le righe di questa storia, soltanto apparentemente semplice, si possono ascoltare gli echi dei Re taumaturghi mirabilmente spiegati da Marc Bloch (I Re taumaturghi, Einaudi, 1991): gli unti dal Signore che, tra Francia e Inghilterra, in un periodo compreso tra il Decimo e il Diciottesimo secolo, esercitavano le prerogative reali dando prova di miracolosi poteri di guarigione, doti che attraevano alle loro corti folle di malati postulanti. Sottotraccia, scorreva una convinzione blasfema, ma di grande impatto popolare: gli uomini che sedevano sul trono, in un’epoca in cui i sovrani inglesi e francesi si contestavano a vicenda la legittimità dei reciproci possedimenti, avrebbero ereditato le virtù taumaturgiche dalla più scandalosa e santa delle parentele, quella che sarebbe discesa loro addirittura da Cristo attraverso Maria Maddalena, esule in Provenza dopo la crocifissione del Nazzareno.
Il recupero di questa ipotesi, antichissima, ma solo di recente divenuta popolare grazie al successo galattico de Il Codice Da Vinci di Dan Brown (2003), ci rende ancora più facile apprezzare il valore di Robin Hood nel momento in cui, mostrandosi un degno di un discendente di Maria, associa l’intero popolo che ha inventato le sue ballate all’impresa di migliorare le proprie condizioni grazie alla restaurazione di un ordine giusto. Quando Robin Hood «ruba ai ricchi per dare ai poveri», dunque, è proprio questo quello che fa. Non si limita, come sosterrebbero le spiegazioni meccanicistiche, a irrorare di ricchezze acquisite all’esterno le economie stagnanti a cui erano costrette le popolazioni di Nottingham e dintorni, ma introduce un’idea dall’enorme potenziale sovversivo: «ribellarsi è giusto», sembra dire l’eroe con il suo esempio, quando è la stessa giustizia divina ad essere messa in discussione. Tanto è importante questo grido, che gli anonimi cantastorie in grado di dare vita a Robin Hood scelsero di farlo sentire ancora più forte conferendogli una compagna eccezionale: Lady Marian, appunto; un formidabile sincretismo – data la facilità con la quale si può sovrapporre la figura di Lady Marian con quella della Madonna – grazie al quale il popolo si appropria di un diritto inalienabile e sempre foriero di nuove rivendicazioni: il diritto di essere considerati figli di Dio.
Arrivati a questo punto non ci si potrà stupire se, insieme alla diffusione delle ballate di Robin Hood, nell’antica Inghilterra si diffuse anche un modello comportamentale interpretato di volta in volta da tutti coloro che si ritrovarono nella condizione di «banditi sociali». Un processo di mimesi che spiega come mai, nel tempo, si siano sprecate le segnalazioni di Robin Hood in tutta l’Inghilterra, e che dimostra una volta di più come, se non si può parlare di «un» Robin Hood, parlare di tanti Robin Hood consente di avvicinarci alla realtà di un mito potente come poche altre invenzioni umane. Sembrerebbe quasi che la leggenda di Robin Hood contenga in se stessa gli anticorpi necessari alla sua sopravvivenza. E che, addirittura, questa strana forma di non-esistenza di cui gode il Pricipe dei ladri sia fondamentalmente necessaria. Perché soltanto in mancanza di un unico Robin Hood, chiunque può impugnare l’arco lungo e, armandosi di furbizia e coraggio, calzare i panni del bandito in calzamaglia, già salutato da Karl Marx come«il nostro buon amico Robin Hood, la vecchia talpa che sa lavorare così veloce sottoterra, la rivoluzione».

a.robin_castelvecchiPostfazione al volume Le avventure di Robin Hood di J. Walker McSpadden, a cura di Cristiano Armati, Castelvecchi, 2010.

La prima pietra. Appunti su “La vera storia di Jesse James” e la guerra civile americana

Un’immagine si nasconde tra i fotogrammi ufficiali della breve storia degli Stati Uniti d’America. Non si tratta del solenne George Washington che fissa il volto dei cittadini dai biglietti verdi, né dell’aggressivo ma giocoso Zio Sam che invita la meglio gioventù alla guerra. Non è la grande scritta sulle colline di Hollywood e neppure la fiaccola che, sorretta da una donna di pietra, sorveglia il porto di New York nel nome della libertà. L’immagine dimenticata è quello di un uomo di appena trent’anni – «un uomo alto, con un portamento solenne e la barba scura color sabbia» (così è descritto da suo figlio, Jesse Jr.) – che nella sua casa di St. Joseph ospita due amici pericolosi. Il signore – camicia stirata di fresco, pantaloni con la piega e cinturone di cuoio con due pistole appese ai fianchi – non è tranquillo. Nessuno lo sarebbe nelle sue condizioni, con una taglia di diecimila dollari appesa sopra la testa e gli sceriffi della contea alle costole, disposti anche a giocare sporco pur di togliersi qualche dente avvelenato.

Corre l’anno 1882. E la guerra civile americana, stando ai patti firmati ad Appomatax nel 1865, dovrebbe essere finita da quasi vent’anni. Un periodo durante il quale, in uno stato come il Missouri, i vicini di casa si sono divisi tra la fedeltà all’Unione nordista del generale Grant e la militanza nella Confederazione degli stati del sud guidata dal generale Lee, dando vita a un regno del terrore fatto di stupri di massa, mutilazioni di cadaveri, impiccagioni sommarie, uccisione indiscriminata di donne, vecchi e bambini. Una guerra detta “civile” perché, rompendo ogni differenza tra luoghi abitati e campo di battaglia, trasforma chiunque in un potenziale assassino, arrivando ai limiti della lotta di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi ma, al contrario, con la precisa volontà di infierire sul nemico.

Non c’era mai stato sulla faccia della Terra, fino a quel momento, una guerra capace di generare un numero così mostruoso di morti e uno stato di aberrazione perenne della dignità umana, un’ecatombe che, per una dote tipicamente americana, anticipa tutto e tutti, battendo di almeno mezzo secolo gli orrori delle guerre mondiali – bomba atomica esclusa, tendenza al genocidio compresa – e le atrocità che (basti pensare all’ex Jugoslavia, al Kurdistan, al Ruanda…) hanno caratterizzato i conflitti etnici più attuali.

Si tratta di un punto estremamente importante e bisogna tener conto del fatto che il 3 agosto del 1892 quell’uomo con la camicia candida e la barba color sabbia, nella sua casa di St. Joseph, abbia deciso di slacciarsi il cinturone – qualcuno, vedendolo dalla strada girare armato per casa, potrebbe insospettirsi e avvisare la polizia – e poi, agitato com’era (praticamente è da sempre che vive come un cane randagio), ha dato le spalle agli amici per mettersi –lui! – a togliere la polvere da sopra la cornice di un quadro. Quell’attimo di distrazione – il primo dopo le innumerevoli fughe disperate – gli è fatale, perché Charles e Robert “Bob” Ford hanno già la mano sulla pistola e quando il padrone di casa sente il “click” del cane è troppo tardi, una pallottola alla nuca dimostra che per il piombo non fa nessuna differenza: un comune mortale morirebbe esattamente come ha fatto il mitologico Jesse Wodson James, il fuorilegge più pericoloso del West.

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La morte di Jesse James è un fatto strano. Sulle orme del maggiore John Newman Edwards, sudista irriducibile, firma giornalistica di culto e addirittura «poeta» della causa della Confederazione, tanti epigoni del soldato-scrittore descrissero minuto per minuto gli ultimi istanti del bandito e, negli gli empori, nei saloon, nelle case di piacere, trovarono un folto pubblico persino tra la maggioranza di contadini; magari in lotta contro terre colonizzate a stento eppure già avidi consumatori di giornali. Fu proprio Edwards a coniare, per la gente come Jesse James, il soprannome di “cavalleria del crimine” e il successo clamoroso – a livello di immaginario prima di tutto – del suo Noted Guerrillas induce a un’osservazione forse irriguardosa: a livello economico, esiste uno strano nesso tra il progresso del “capitalismo a stampa” e la diffusione del banditismo – non c’è duello tra pistoleri o linciaggio di neri o impiccagione pubblica di ladri di cavalli che non si tramuti in titoli cubitali, cronaca rovente, grande richiesta di libri, opuscoli illustrati, giornali. L’informazione – ed è stata questa, probabilmente, la più grande innovazione della guerra civile americana – si può far valere su un “campo di battaglia” come e più di una batteria di cannoni; quale arma, in fondo, può funzionare meglio della carta stampata quando la guerra, in quanto “civile”, non è fatta soltanto di scontri tra eserciti ma stana le sue vittime casa per casa?

L’assoluto protagonista dei fiumi d’inchiostro (e di sangue) che inondano il West – il famigerato Jesse James – è un uomo assolutamente in grado di muoversi, con le parole e con le azioni, tra le strette maglie dell’informazione e della propaganda. Per affermare l’irriducibilità delle autentiche ragioni della guerra civile americana visto che, lungi dall’essere un atto dovuto, la causa della liberazione dei neri – con il tempo utilizzata per conferire dignità allo scontro – finisce con il rappresentare l’aggressione del capitale industriale e commerciale del nord, pronto a tutto pur di schiacciare la concorrenza dell’economia sudista, legata all’agricoltura ma facilitata dalla possibilità di impiegare nel lavoro a titolo gratuito migliaia e migliaia di vite umane.

Tra il Nord e il Sud degli Stati Uniti, il Missouri di Jesse Woodson James è il classico stato cuscinetto e forma la cosiddetta “frontiera occidentale”: un territorio geograficamente più vicino al nord ma con una popolazione pronta a spaccarsi a metà tra unionisti e confederati quando gli eventi offriranno il pretesto di imbracciare la bandiera della Confederazione per difendere i privilegi di un sistema sociale fondato sulla schiavitù.

Figlio di un pastore protestante, Jesse Woodson James, nato nella contea di Clay il 5 settembre del 1847, cresce tra gli schiavi delle piantagioni di famiglia, tirato su dalla madre, Zerelda, e dal dottor Reuben Samuel (descritto dai contemporanei come completamente succube della moglie), l’uomo sposato dalla donna in seconde nozze dopo la morte del primo marito, Robert Sallee James: emigrato in California per seguire il miraggio dei cercatori d’oro e mai più ritornato.

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Nella vita degli “eroi” c’è sempre un momento in cui l’aria spesseggia e, all’incrinatura di un’offesa profonda nel proprio senso dell’onore, si reagisce con conseguenze fatali. Questo è ciò che succede quando la storia del secondogenito del “predicatore James”, nel 1863, abbandona i panni del ragazzo serio e timorato di Dio. Jesse James, intento ad arare il suo terreno con il patrigno, viene prelevato da una squadriglia di soldati unionisti che lo picchiano selvaggiamente e lo costringono ad assistere alle violenze su sua madre, sua sorella e, soprattutto, sul dottor Samuel: appeso al cappio più di una volta dai soldati, ansiosi di estorcergli qualche confessione.

In tutta la zona, la famiglia di Zerelda James, originaria del Kentucky, è nota per le accese simpatie sudiste, per l’aperto appoggio fornito alle squadriglie di ribelli che si costituiscono per scagliarsi contro l’Unione, e per la fede incondizionata in un Dio “bianco”, custode di un sistema che prevede la schiavitù dell’uomo sull’uomo. Dopo l’aggressione, Jesse James, appena quindicenne, decide di scagliarsi contro chi l’ha oltraggiato indossando l’abbondante camicia bianca con le tasche larghe: la divisa utilizzata dai guerriglieri sudisti del Missouri, formazioni irregolari di supporto al generale Lee, che, con quel tipo di abbigliamento, soddisfacevano l’esigenza di avere sempre a portata di mano – rigorosamente cariche – un buon numero di pistole.

Le armi a disposizione dei combattenti, sul momento, sono piuttosto rudimentali. Le pistole automatiche non sono state ancora inventate e caricare un’arma è un procedimento lungo e laborioso, non si può certo fare in campo aperto. E se, per un confronto con le condizioni tecnologiche del 1865, può essere utile fare riferimento a località più familiari degli sterminati territori del “selvaggio West”, basti pensare che solo qualche anno prima i Mille di Giuseppe Garibaldi sbarcarono in Sicilia armati con delle pistole in tutto e per tutto simili a quelle dei guerriglieri suddisti: gentile omaggio all’“eroe dei due mondi” da parte del famoso signor Colt.

Tornando a Jesse James, l’educazione militare del ragazzo avviene nel commando più celebre di tutta la frontiera dell’Ovest, quello guidato da William Clarke Quantrill, protagonista, tra le tante stragi, del terrificante eccidio di Lawrence: tra le centocinquanta e le duecento vittime, massacrate in un solo giorno, il 21 agosto del 1863. Una strage pianificata e realizzata piombando sulla cittadina con il ferro e con il fuoco, ammazzando con la pistola ma anche con il coltello e con il bastone: una carneficina indiscriminata e anche un modo per ornare i propri cavalli, spesso addobbati con gli scalpi che molti guerriglieri strappavano ai propri nemici.

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L’eccidio di Lawrence, nella realtà della guerra civile americana, è soltanto una delle innumerevoli stragi che resero spietato e disgustoso il conflitto. I massacri dei civili, infatti, si susseguirono indiscriminati sovrapponendo all’odio razziale dei bianchi sui neri anche l’odio politico dei bianchi sui bianchi. A combattere sul “confine della pelle” ci pensano squadriglie di cristiani intransigenti e armati – come il Ku Klux Klan – talvolta respinti da piccoli eserciti spontanei di neri liberati, organizzati per opporre resistenza; a portare la guerra contro la milizia nordista e spesso direttamente nelle città del Missouri accusate di essere fedeli all’Unione, ci pensano i partigiani sudisti, spietati come William Clarke Quantrill o come Jesse James.

La supremazia commerciale dei nordisti sarà un fattore determinante per le sorti della guerra civile americana ma quando il generale Lee sancisce la resa del Sud firmando i patti di Appomattox (9 aprile 1865), le numerose bande di guerriglieri che la stessa politica sudista ha contribuito a formare non smobilitano ma continuano a lottare.

Jesse James, insieme a suo fratello Frank e ai fratelli Younger, sono i frutti più avvelenati di questa generazione di irriducibili: i desperados del Wild West, protagonisti di un mito che li trasforma in moderni cavalieri senza macchia e senza paura proprio nel momento in cui, nelle loro azioni, il confine tra guerriglia e criminalità si fa sempre più sfumato.

In realtà, la particolarità di Jesse James – la ragione ultima per cui la cronaca lo ha selezionato tra centinaia e centinaia di guerriglieri sudisti conferendogli un’aurea leggendaria – sta nel modo in cui nel corso delle sue azioni, imboscate alle colonne nordiste o furti con destrezza, il ragazzo del Missouri abbia saputo dare un significato politico alle sue gesta, richiamando l’intera opinione pubblica della frontiera dell’Ovest a spaccarsi su ciò che comunque restava una ferita insanabile: il ricordo delle immani violenze perpetrate da uomini reputati almeno compatrioti se non amici e fratelli. Come moltissimi biografi di Jesse James hanno osservato, l’azione dei partigiani sudisti continuò ad andare avanti anche nella consapevolezza di non avere nessuna prospettiva. I guerriglieri del Missouri si votarono a ciò che loro stessi definivano “la causa persa” e continuarono a combattere. Sospinti da una letale miscela di vendetta, enorme disponibilità di armi e incapacità di rientrare nei ranghi della vita “civile”, i ribelli cambiarono i loro obbiettivi: non più le colonne dell’esercito nordista – ormai ridotti al lumicino, non avrebbero la forza per sostenere un simile scontro – ma i simboli del sistema che li ha sconfitti: le banche e, soprattutto, la ferrovia.

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Il luogo comune non ha dubbi. È senza incertezze attribuisce la paternità della prima rapina a mano armata in una banca proprio a Jesse James. Il record si sarebbe registrato nella cittadina di Liberty il 13 febbraio del 1866 e fruttò ai banditi quindicimila dollari in oro ma anche il primo morto sulla coscienza: il diciannovenne George Wynmore, ammazzato in mezzo alla strada, forse per aver gridato «al ladro» alla vista dei rapinatori.

Reduci dalle brigate di Quantrill, Jesse James con suo fratello Frank e un accolita di altri complici tra cui spiccano i fratelli Younger e Arthur McCoy, ha messo insieme una banda che, dei tempi della guerriglia, ha ereditato l’enorme abilità di spuntare dal nulla, colpire duro e dileguarsi «come nebbia al sole del mattino». Al mentore del gruppo, il maggiore John Newman Edwards, non sfugge la valenza simbolica del numero e, a loro, dedica una definizione – “un quintetto terribile” – destinata a sopravvivere sia allo scrittore che ai banditi.

Il primato della banda James-Younger è, rispetto ai tempi che corrono dall’altra parte del mondo, è eccezionale. Basti pensare che per assistere alla prima rapina in banca con il morto in Italia bisogna aspettare quasi un secolo: è il 1950, infatti, quando il bolognese Paolo Casaroli, insieme ai suoi complici irrompe in una filiale romana del Banco di Sicilia uccidendo Gabriele Angelucci, il direttore. Una tragedia favorita dal riproporsi di una situazione simile a quella americana: l’avvento del capitalismo diffuso e un’insolita disponibilità di armi e di odio a partire dalla fine di una guerra – quella di Liberazione – che anche per l’Italia è stata “civile”.

Animati da un senso dell’azione più esistenziale che politico, i membri della banda Casaroli non cercarono né trovarono il consenso popolare. L’ardimento del loro leader e l’originalità delle sue esternazioni filosofiche furono in grado di dispensare fascino e suscitare sentimenti di emulazione ma non servirono a trovare protezione tra le gente e, non a caso, i responsabili della rapina al Banco di Sicilia vennero velocemente individuati e sgominati dalla polizia. Lo stesso non accadde a Jesse James per la ragione opposta: non si contano neppure le persone disposte a fornire ai guerriglieri rifugio e sostegno morale – gran parte della gente del Missouri, infatti, continua a identificarsi con “la causa persa” e a coprire i suoi migliori interpreti. Una popolarità senz’altro difficile da interpretare, anche grazie agli obbiettivi scelti dal bandito. Le banche erano nate da pochissimo, infatti, ma avevano già fatto in tempo a rendersi assolutamente impopolari: ritenute responsabili delle spinte inflazionistiche e delle speculazione, danneggiavano specialmente gli agrari del Sud, già privati degli schiavi e ora costretti anche a risentire in maniera più sensibile delle fluttuazioni del mercato. Grazie al colpo di Liberty, Jesse James arriva persino a essere descritto come un nuovo Robin Hood anche se con la sua rapina, Jesse toglie ai ricchi, questo sì, ma da sostentamento più a se stesso e ai suoi seguaci che ai poveri. Più che essere un “bandito sociale”, in fondo, Jesse James è un “bandito politico”. E per questa ragione il vero primato nella sua Banda, più che con le rapine in banca, ha a che fare con gli assalti ai treni. In questo caso non sono le date a fare testo ma le modalità prescelte dai banditi. Perché quando la gang James-Younger si presenta alla stazioncina di Gads Hill l’impresa di fermare un treno per rapinarlo è già stata tentata con successo da altri outlaws americani. Quello che non era mai successo, prima del 2 febbraio del 1874, è che dei banditi firmassero le loro azioni con una rivendicazione: «La rapina più audace mai compiuta – scrive Jesse James in un telegramma inviato al «St. Louis Dispatch» dall’impianto di Gads Hill – il treno diretto a sud sulla linea ferroviaria Iron Mountain è stato fermato stamattina da cinque uomini bene armati e rapinato di ___ dollari. […] C’è una grandissima eccitazione in questa parte del Paese» (lo spazio bianco è stato lasciato dal bandito per permettere ai contabili di verificare l’entità dell’ammanco).

La “parte del Paese” di cui parla Jesse James è la stessa a cui lui stesso si rivolge: quell’America bianca e cristiana che, sulla scia delle tensioni razziali, ha dato vita a organizzazioni paramilitari come il Ku Klux Klan, un gruppo a cui lo stesso bandito-guerrigliero fa riferimento visto che, nel corso di un’altra rapina, arriverà ad approfittare del cappuccio bianco degli “ariani” per non essere riconosciuto ma anche per imprimere un significato preciso all’azione. Il significato è che, finita la guerra, la guerra continua: una guerra diversa, “non ortodossa”, un “conflitto a bassa densità” che, come obbiettivo, si scaglia contro le istituzioni più rappresentative del “sistema”.

Jesse James, insomma, è dentro una vera e propria “strategia della tensione” che anticipa non soltanto uno dei modi di «portare avanti la politica con altri mezzi» tipici dell’Occidente del XX e, ormai, anche del XXI secolo. Ma svela la genesi e le origini storiche del terrorismo, dando un volto inaspettato a una tecnica militare destinata a incarnare uno dei tratti più caratteristici della contemporaneità.

Sarebbe curioso osservare come l’appellativo politico usato per i partigiani sudisti – “bravi ragazzi” – sia potuto finire a designare i rappresentanti della criminalità mafiosa di New York e, anche pensando all’Italia, è interessante notare come la stessa espressione, ormai appannaggio di rapinatori e boss di quartiere, sia stata importata originariamente – il merito va a Franco Di Bella de «Il Corriere della Sera» – per stigmatizzare l’operato della Volante Rossa di Lambrate. Il punto della vicenda resterebbe comunque un altro: messa a confronto con le proprie paure, l’America – e con lei tutta l’ecumene a cui funge da riferimento – è costretta a scoprire se stessa.

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Poche immagini sono così caratteristiche di un genere, sia esso letterario, cinematografico o fumettistico, come quella dell’indiano sanguinario e primitivo. Una specie di belva avida di sangue umano, abituata a scuoiare i suoi nemici e magari chissà, anche a cibarsi della loro carne. Fuori dalle rappresentazioni collettive, a tagliare le orecchie ai caduti, a mozzare il naso dei nemici morti e a fare lo scalpo ai loro contendenti ci sono proprio i bianchi americani. Il tutto all’interno di un contesto di violenza diffusa e intestina e non solo per reagire con crudeltà a tensioni di tipo etnico.

La diffusione delle armi non basta da sola a spiegare la velocità con cui si propagò il conflitto, se non altro perché la diffusione dei revolver – icona del cowboy – non fu dovuta agli stereotipati attributi di virilità e spregiudicatezza caratteristici degli eroi del cinema hollywoodiano ma fu un processo innescato dal governo, desideroso di armare i coloni contro gli indiani. Dopo aver sterminato gli indigeni nord-americani, i nuovi nativi rivolsero le pistole contro loro stessi iniziando una carneficina apparentemente impossibile da fermare: un disegno favorito dalla collisione di interessi antitetici all’interno del quale Jesse James trova la sua ragion d’essere principale. È per questo, forse, che in nazioni, come il Canada, dotate di una legislazione altrettanto liberale nei confronti della vendita e del possesso delle armi, si registra ancora oggi un numero infinitamente inferiore di omicidi e/o “incidenti”. È come se, a partire dalla guerra civile, si fosse innescata una paranoia diffusa e una cultura del sospetto che ha esaltato e addirittura reso necessaria l’etica del “grilletto facile”, una specie di maledizione ancestrale che gli Stati Uniti nascondono tra le pieghe del proprio codice genetico, conseguenza di una mattanza originaria nel corso della quale furono proprio i padri fondatori a scagliare “la prima pietra”.

Trascorsi gli anni della guerra civile, i danni di quel bagno di sangue comprendono anche la paternità della banda di Jesse James e, nel tentativo di rimuovere quell’evento, anche la necessità di trasfigurarlo e infondergli un senso di nobiltà.

Ecco, allora, che su diversi giornali del West si leggerà che Jesse James uccide, questo sì, ma sempre rispettando un suo codice d’onore e, spesso, soltanto per difendersi dai provvedimenti presi contro di lui in un Paese incapace di trovare una soluzione politica al problema dei desperados. La leggenda dei vendicatori della causa del Sud, infatti, continua a produrre violenza nei confronti dei “diversi” – sono centinaia i neri uccisi dalle formazioni paramilitari di Lee – ma finisce con il soccombere di fronte a una realtà in rapido mutamento: una società che si “normalizza” ha bisogno di stabilità e vede nelle ferrovie e nelle banche delle opportunità di investimento e non gli avamposti del male.

Il nuovo corso dei tempi si materializza davanti agli occhi di Jesse James quando, dopo aver ucciso il cassiere della First National Bank di Northfield, a sparare contro lui e la sua banda ci pensano i comuni passanti: una reazione inaspettata che costa l’arresto ai fratelli Younger. Nondimeno una parte dell’opinione pubblica si muove ancora per difendere i “guerriglieri” quando i cacciatori di taglie dell’agenzia Pinkerton, il 25 gennaio del 1875, assaltano la casa dove vive la madre del ricercato a colpi di bombe, provocando vittime innocenti e alimentando le ragioni di chi è disposto a risolvere l’affaire James con un’amnistia.

Sulla testa del fuorilegge, però, continuano a essere in palio diecimila dollari e tanto basta per spingere Bob Ford, con la complicità del fratello Charles, tutti e due arruolati da Jesse nell’ultimo periodo della sua carriera, a tradire il capo. E per una vita come quella di Jesse James, agente della guerriglia terroristica, l’unica morte possibile sembra essere quella dovuta a “un omicidio di Stato”. Appurato che nessuno dei fratelli Ford – e meno che mai Bob, da allora detto “il codardo” – avrebbe mai potuto avere la meglio su “la pistola più veloce del West” in un duello faccia a faccia, molti “complottisti”, appurata la notizia che Jesse James era stato veramente assassinato, puntarono il dito contro i presunti accordi presi dai traditori con il governatore democratico Thomas Crittenden.

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Le memorie scritte dal figlio di Jesse James sembrano escludere la possibilità di un coinvolgimento diretto di Crittenden nella “soluzione” del caso James. Ciononostante nel suo racconto, addentrandosi nella vicenda processuale che lo ha visto protagonista, la cosa che emerge con più chiarezza è proprio la «lunga durata» della guerra civile americana: sintomo di una rimozione collettiva di un evento tragico davvero molto difficile da affrontare.

Che il giovane James, come già suo padre, sia colpevole per gli agenti di Allan Pinkerton e i nordisti e innocente per la giuria del tribunale che l’ha assolto dall’accusa di rapina al treno e per l’opinione pubblica confederata non risolve i termini dell’opposizione radicale agli organi centrali dello Stato americano e dell’estremismo politico e religioso di una parte importante della popolazione, dal Ku Klux Klan alle varie associazioni paramilitari ancora oggi operanti in vaste zone degli Stati Uniti, a reagire al cambiamento sociale attraverso la pratica delle armi.

L’attentato subito da Oklahoma City il 19 aprile del 1995 – 2300 chili di esplosivo fatto in casa con agenti chimici impiegati nell’agricoltura e collocato nei pressi del palazzo federale: il bilancio è di 168 vittime, il boato dell’esplosione venne ascoltato a più di sessanta chilometri – è un altro dei massacri che si iscrivono a questa particolare “strategia della tensione”. Anche in questo caso, come ai tempi dell’eccidio di Lawrence, le parole d’ordine degli attentatori erano slogan lanciati contro «il cuore dello Stato»: il loro leader Timothy McVeigh, ventisette anni, è un ex militare, reduce dalla guerra del Golfo, che rivolge armi di distruzione di massa contro i propri concittadini e contro le strutture-simbolo degli apparati del governo centrale. Arrestato dall’Fbi, Timothy McVeigh risultò provenire da un gruppo neonazista armato di ispirazione cristiano-autonomista, la Michigan Militia: prima della carneficina dell’11 settembre del 2001 e il crollo delle Torri Gemelle, la strage di Oklahoma City è il più cruento atto di guerra verificatosi in territorio americano dai tempi di Pearl Harbor. Secondo diversi analisti, i mandanti dei terroristi vanno ricercati nei servizi segreti, interessati a imprimere una svolta autoritaria e imporre a tutto il Paese la legge marziale. Senza considerare che, ancora una volta, non è un agente esterno a colpire anzi, a “scagliare la prima pietra”, è proprio un soldato americano.

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Con il rientro sulla scena della “strategia della tensione” e del terrorismo, la dimensione politica del banditismo di Jesse James può essere recuperata. Ai bordi della rimozione collettiva del disastro della guerra civile fioriscono gruppi su cui il messaggio di James funziona a livello di immaginario su scala globale. L’eco delle gesta di Jesse James giunge in Italia tra le note di alcune fortunate ballate americane e, ancora più massicciamente, grazie alla cinematografia. Nel corso degli anni Settanta sono molte le immagini che descrivono, a livello metaforico, il retroterra immaginifico dei terroristi di estrema destra. I reduci della “brigata di ferro” di William Quantrill sono fatti dello stesso metallo della “guardia” del rumeno Cornelius Codreanu: icone sacrileghe da opporre a un Malcom X o a un Ernesto “Che” Guevara. A monte, le stesse definizioni di “guerrieri senza sonno” e di “cavalieri dalle lunghe ombre” (lo stesso titolo del film su Jesse James di Walter Hill) e la stessa “bandiera nera”; come progetto politico, la stessa assenza di prospettive e la paranoia di sentirsi minoranza oppressa; a livello sociale, spesso, la stessa provenienza da famiglie borghesi e da quartieri-bene; a livello pratico, un’inclinazione ambigua nello stringere rapporti con quelli della Mala, i “bravi ragazzi” di oggi; in tribunale, presenza abbastanza abituale nelle indagini relative ai vari “misteri di Stato”; a livello di militanza l’adesione compatta di gruppi di fratelli: i James o gli Younger negli Stati Uniti, i Fioravanti o i Bracci in Italia, se si va a scorrere l’elenco delle persone indagate a vario titolo per la militanza nei Nar.

Jesse e Frank James come Giuseppe Valerio e Cristiano Fioravanti?

I camperos e le cinte con la fibbia, insieme a un “impermeabile bianco” uguale allo spolverino di Jesse James sono tra i pochi indizi che restano tra l’irrisolutezza di omicidi come quello di Fausto e Iaio a Milano (18 marzo 1978) o di Valerio Verbano a Roma (22 febbraio 1980) ma, soprattutto, sono il segno dell’impermanenza dell’immaginario e il frutto di un rapporto di lunga data con i mezzi di comunicazione.

L’epilogo dell’esistenza di Jesse James, alla resa dei conti, è di natura assolutamente cinematografica. Lo stesso Jesse James Jr., oltre che scrivendo La vera storia di Jesse James, ha contribuito alla causa della memoria del padre interpretando il personaggio di Jesse in Jesse James Under the Black Flag e in Jesse James as the Outlaw, due rari film-documentari del 1921. Ma i capitoli della filmografia relativi al fuorilegge per antonomasia sono ormai sterminati e hanno visto cimentarsi con il re degli outlaws attori come Brad Pitt e Tyrone Power e registi come Walter Hill. Una tensione alla spettacolarizzazione della storia comprensibile anche alla luce dei destini dei desperados di Jesse James: la morte violenta per il “codardo” Bob Ford, assassinato in Colorado; il carcere per Frank James e Cole Younger. Dopo aver scontato la galera, gli ex “cavalieri dalle lunghe ombre” sono costretti a subire l’ironia della sorte. Ma alla fine approfittano della stessa opportunità che gli Stati Uniti hanno concesso agli indiani che hanno smesso di combattere l’uomo bianco. L’opportunità di girare l’America per esibire i fantasmi di loro stessi in uno spettacolo in grado di richiamare un folto pubblico: una carovana errante cui andò il nome di James-Younger Wild West Show.

L’applauso del pubblico è sempre liberatorio. Anche se fino a oggi non è mai stato sufficiente per affrontare una volta per tutte il fantasma di Jesse James e risolvere le contraddizioni che l’hanno generato.

a.pcxKcristiano-armati-la-vera-storia-di-jesse-james-newtonPostfazione al volume La vera storia di Jesse James, di Jesse James Jr., a cura di Cristiano Armati, Newton Compton, 2007