La gente come noi

Diranno che siamo illegali,
perché abbiamo perso prima il lavoro
e poi la casa.
Diranno che siamo terroristi,
perché insieme al lavoro
abbiamo perso anche i documenti.
Diranno che siamo violenti,
perché abbiamo sfondato le porte
che ci costringevano a dormire per strada.
Diranno che siamo pericolosi,
perché non abbiamo casa, non abbiamo lavoro
ma non abbiamo neanche paura: vogliamo tutto.
Diranno che siamo prepotenti,
perché non siamo padroni di niente
ma neanche servi di nessuno.
Diranno che siamo ignoranti,
ma sappiamo serrare le fila in un picchetto
e resistere. Un minuto più di loro.
Diranno tante cose,
noi soltanto una:
la gente come noi non molla mai.

Piazza Verdi liberata

Mi succede / quando parto / per un posto, / pijo er treno / e finalmente / trovo er tempo / pe’ scrive / sulla carta / coll’inchiostro / quello che sento / che poi / è quello che penso.

Oggi / in direzione / di Bologna, / le parole / facevano / fatica / perché / se voi parlà / de Piazza Verdi / è il rispetto / che te fa / corre in salita.

Qui / quanta gloria c’è passata, / se parla de lotta / e quindi / de persone / che se so’ messe in gioco / pe’ trova’ / ‘na soluzione, / se no, / questo è poco / ma è sicuro / mo’ nun ce stavamo qui / a passà così le ore.

Adesso c’è chi ascolta / e c’è chi parla, / c’è chi beve / chi se bacia / e pure chi se fa’ ‘na canna, / ma pe’ fa’ cresce / tutta ‘sta passione / quarcuno qui / ha dovuto fa’ ‘na guerra cor padrone.

Me pare ieri / e invece guarda ‘n po’ / so quarant’anni, / er calendario / dice che stavamo ner ’77, / i fascisti s’affacciavano dalle fogne, / ma com’erano usciti / nelle fogne se sbrigarono
a tornacce.

Chiedetelo alle pietre de ‘sta piazza, / chiedetelo alle pietre, / addosso a ogni vetrina / spaccata / pe’ difenne ‘n partigiano / fucilato alle spalle / ‘na mattina.

Bandiere rosse / piansero quel lutto, / ma ora arzate l’occhi / e lo vedrete scritto / che ‘sta piazza nun è de Verdi, / ‘sta piazza è de Lo Russo, / un compagno nostro / che no / non è mai morto.

Ce stava pure lui qui l’altro giorno, / quanno da ‘sti pizzi ce voleva passa’ ‘n vigliacco, / er nome suo / scusate / non lo faccio / ‘ntanto lo sapete che se chiamo come er presidente der consiglio, / e je possa pijà ‘n corpo a quello stronzo / che a tutti e due non li manna a quer paese arzando ‘er braccio.

Erano i giorni / de piazza Verdi Barricata, / contro i fascisti / i razzisti / e l’infamoni, / quelli che fanno i sordi / sulla pelle de nonantri, / e che rideno si ner mare se rovesceno i barconi.

Perché dicono che i migranti vengono qui / e ce rubbeno ‘er lavoro, / ma maledetto è chi lo dice e maledetto è chi ce crede, / da Piazza Verdi Barricata / ner monno intero / s’è sparsa n’antra voce.

Ve ricordate de Ponte Stalingrado? / Sta sempre qui a Bologna / e dice «onore», / per chi
ha caricato puro li blindati / a mani nude / ma co’ la forza / che sta dentro a ‘n ideale.

Se chiama casa / lavoro / e reddito pe’ tutte e tutti / l’unica opera de cui ce ‘sta gran voja, / ce lo sa er popolo / che l’è annato a spiegà alle guardie / che a Piazza Verdi / hanno preso più
de quarche sveja.

Dentro all’università / ‘sta notizia / poco tempo fa è arrivata pure a ‘n professore, / uno che ‘nsegna – sì lo so, nun se sa come, / e che la guerra / secondo lui / a noi ce fa bene; / lo sai che c’è professo’? / Tu c’hai ragione / ma preparate a corre come ‘n matto, / perché l’unica guerra bona – te lo giuro / è quella che i poveri faranno contro l’oppressore.

Pijate / per esempio / gli occupanti, / quelli dell’Ex Telecom / giù alla Bolognina, / hanno passato ‘na giornata / – donne e omini / vecchi e ragazzini – / a combatte uniti ‘na battaglia / contro i giudici, / l’assessori, / i prefetti / e pure contro i cellerini.

La gente come noi non molla mai / è ‘na canzone / che canta l’occupante / e il facchino / che paura non ne ha / pure se in Emilia / lo tenevano a fa’ lo schiavo le cooperative der quattrino.

Un bel giorno / però / la musica è cambiata, / «Ah Poletti, mettitece te a caricà i TIR a tre euro all’ora!», / ce so’ i compagni e le compagne a fa’ er picchetto, / contro gli sfratti / oppure ‘ndo er lavoro nun è giusto, / ovunque finché nun arzamo er pugno / come alla Granarolo / quannè che avemo vinto.

Tutto questo / e mille cose ancora / deve raccontà / chi co’ l’occhi sua l’ha visto / dentro Social Log, al Crash, al Cua, al S.I. Cobas, al Cas / il desiderio che tanto grande ha fatto questo posto: / è la fame / e la sete di giustizia, / è quello che da sempre / s’è chiamato / «comunismo».

Per questo / voi / nun je credete / a chi sostiene che n’ammazza più la penna che la spada, / Piazza Verdi / ‘sta cosa qui / ce l’ha ‘nsegnata: / i geni nun cadranno mai dar cielo / se tutti insieme nun je damo ‘na spallata.

Perciò / scusateme se so’ venuto qui a parla’ romano, / ma che devo fa’? / Conosco solo questa lingua / e co’ lei lo dico a voce alta: / viva Bologna libera e meticcia!

Modena, Roma: ricordate che questo è Stato

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici…

a.roma

a.modena2

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi

(Primo Levi)

a.modena

Tutti o nessuno: oltre la “moratoria giubilare per gli spazi sociali”, fermiamo sfratti e sgomberi

Una moratoria giubilare per gli spazi sociali… è quanto emerge dalla partecipatissima assemblea indetta ieri, 27 gennaio, negli spazi di ESC sotto sgombero. Un’occasione, per il Movimento, di guardarsi negli occhi e ripartire sulla base di un’idea di sinistra semplice e chiara. Un’idea fondata sul principio secondo il quale dove ci sono i diritti non c’è il mercato: NO allo sgombero degli spazi sociali, dunque. E anche NO alla privatizzazione dei servizi pubblici e sociali. Ma, a proposito della sintesi assembleare e/o a come questa viene resa pubblica, dove è finito il NO agli sfratti? Dove si parla di NO agli sgomberi delle occupazioni abitative? Dove è finito lo sforzo per mettere in pratica un linguaggio capace di parlare per tutti e di tutti e non solo di sostenere rivendicazioni sacrosante ma parziali? Come si dimostra la solidarietà attiva nei confronti di chi, in questo momento, non ha neppure la possibilità di iscrivere suo figlio nel proprio nucleo familiare – per non parlare di cure mediche e diritto all’istruzione negati – grazie al piano casa di Renzi e Lupi, frutto della stessa ideologia che ora vuole mettere a valore gli spazi sociali procedendo con gli sgomberi? Come si inverte una simile tendenza e, a proposito di pratiche, come si sostiene la parola d’ordine “CON OGNI MEZZO NECESSARIO”, utilizzata nei manifesti affissi in questi giorni per descrive ciò che si è disposti a fare per la difesa degli spazi sociali, se non ci si mette in gioco quando a essere buttati per strada sono uomini, donne, vecchi e bambini? E, in modo particolare, come si può pensare di andare “oltre noi stessi”, un altro richiamo ripetuto più volte nel corso dell’assemblea, quando in quel “noi stessi” fatto di persone senza casa che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena non ci siamo mai?

La richiesta di una moratoria giubilare per gli spazi sociali a Roma è sacrosanta. Ma se non viene estesa agli sfratti e agli sgomberi nel loro complesso, a cominciare da quelli che si abbattono sulle occupazioni abitative, se non incarna cioè una prospettiva di salvezza davvero collettiva – o tutti o nessuno: non ci si può “salvare a pezzi”! – come quella che prevede un cambiamento radicale dell’esistente, non ha nessuna possibilità di rappresentare quell’opposizione alle politiche neoliberali che dice di voler essere. E, sganciata da una piattaforma popolare nel senso più esteso del termine, a dire la verità, non ha neppure alcuna possibilità di successo. A parlare nelle periferie resterà l’estrema destra spalleggiata dalle forze dell’ordine oltre che da un senso comune a cui è stata inculcata l’idea che la sinistra sia nella realtà roba da ricchi. Dopo di che sarà necessario difendere se stessi dall’avvento di un regime di stampo fascista, altro che dagli sgomberi degli spazi sociali.

PS: nella “giornata della memoria” si rende noto che il 28 gennaio, alle 5 del mattino, si procederà allo sgombero dello stabile di via Prenestina 1391, di proprietà dei padri Monfortani e tenuto vuoto da più di dieci anni. Con il manganello dello sgombero sulla testa, inutile precisarlo, non c’è alcun diritto sociale per nessuno. E citando Primo Levi, dato il valore simbolico della data, non c’è neppure Dio. Altro che “giubileo”.

BASTARDS: in divisa, ma non per forza poliziotti

Ci si dimentica facilmente che prima di essere condotto al martirio un ragazzo come Stefano Cucchi fu fatto sfilare in un Tribunale. In quel momento era vivo, eppure mostrava già sul volto il segno delle percosse ricevute. Ebbene, come si comportò quel giorno il giudice chiamato a prendere parola sulla droga posseduta dal ragazzo? Ovviamente non ebbe certo gli occhi per guardare in faccia l’imputato, né il cuore necessario a farsi due domande sullo stato in cui questo gli veniva presentato: gli fu sufficiente trincerarsi dietro il codice per avvallare con la sua ignavia – di questo si tratta – l’imminente morte violenta di una persona colpevole di essere stata fermata con qualche grammo di fumo in tasca.

Quando le foto del cadavere di Stefano Cucchi furono divulgate, i muri di tutte le città italiane salutarono l’ennesima infamia compiuta dal personale in divisa al grido di ACAB. E quella scritta resta senz’altro cosa buona e giusta, rispetto a una lista atroce e lunghissima di vittime degli abusi in divisa e anche rispetto alla sostanziale impunità con cui la polizia arriva a uccidere. Eppure quella scritta non basta. E non basta perché illustra soltanto una parte della catena degli abusi compiuti in divisa: fotografa l’istante in cui il manganello cade sulla testa di chi si oppone a un ordine oppressivo ma non parla di chi, questo stesso ordine, lo difende pagato profumatamente, comodamente seduto su uno scranno di velluto e, senza nemmeno doversi preoccupare di farsi un giro per le strade delle nostre città, dietro alla più ipocrita delle frasi: «La legge è uguale per tutti», dice questa frase. E avete mai sentito un giudice esprimere l’onestà intellettuale necessaria per affermare come si tratti di una solenne stronzata?

Gli esempi sulla disuguaglianza economica, raziale e sessuale della legge si sprecano, essendo che tale disuguaglianza, rispetto alla legge e quindi rispetto a un ordine ingiusto, è la norma e non certo un’eccezione. Ma il modo in cui i magistrati si meritano il titolo di ALL BASTARDS contenuto nella scritta già coniata per i COPS non è di tipo essenzialmente passivo. Basta guardare, a tal proposito, quello che sta succedendo a Bologna su iniziativa del procuratore minorile. Al centro della vertenza c’è la lotta per la casa e, di conseguenza, la situazione di emergenza abitativa in cui vivono centinaia di migliaia di famiglie in tutta Italia: che cosa va a raccontare il procuratore a tutti quei genitori che hanno subito il calvario dello sfratto e che hanno conosciuto le notti in macchina e la strada prima di tornare a vedere le stelle grazie alla lotta e allo strumento dell’occupazione abitativa?

«Basta bimbi occupanti, i genitori vanno fermati», titola oggi il dorso bolognese del «Corriere della Sera». E il quotidiano, riportando le dichiarazioni del magistrato, si premura di spiegare come gli occupanti di casa correranno il rischio di vedersi sottrarre i propri figli dalla stessa magistratura se sorpresi nelle case occupate con la propria prole.

Come si commenta una simile affermazione?

La logica, non c’è dubbio, vorrebbe che sia buon senso pensare come gli emissari di uno stato che nega il diritto alla casa, pur previsto dall’impianto del suo diritto, di tutto possa parlare tranne che di «sicurezza» dei minori. La «sicurezza» di cui tutti, minori e adulti, avrebbero bisogno infatti è prima di tutto la sicurezza sociale, cioè esattamente ciò per cui non c’è più spazio dopo che il governo Renzi, completando un lungo ciclo di devastazione del welfare, ha deciso di dichiarare apertamente guerra ai poveri.

Ma la logica non basta a contenere la rabbia che la minaccia di togliere i figli agli occupanti di case è in grado di suscitare. Sui muri delle nostre città sarebbe ora che comparissero scritte che senza esitazione affermino AJAB: tutti i giudici sono bastardi (e anche tutti i giornalisti… l’iniziale è la stessa). Mentre, ancora più urgente, diventa dare corpo e voce possente a simili scritte. Affinché discorsi e azioni indegne come quelle appena riportate vengano respinte nelle pattumiere della storia. Insieme all’età della barbarie a cui gli «abusi in divisa» di simili giudici vorrebbero contribuire a consegnarci.

Le nostre origini: una risposta a chi pensa di usare “figli di puttana” come insulto

Di puttana, di banditi, di facchini, di cameriere e di marinai, di partigiani e partigiane, di occupanti di case e di sfrattati, di carcerati e di combattenti per la libertà, di raccoglitori di legna e di attingitori di acqua, di lavoratori e lavoratrici del braccio e del pensiero, di chi ha letto milioni di libri e di chi non sa nemmeno parlare, di migranti provenienti da ogni dove e di chi, da ogni dove, non si è mai spostato: di chiunque siamo figli e figlie, rivendichiamo con fierezza le nostre origini in seno a quel popolo in marcia contro l’unica differenza contro la quale ci battiamo ora e sempre. La differenza insanabile tra chi viene sfruttato e chi sfrutta. Ciò che costoro pensano come un insulto per noi è il vanto che rivela la natura sessista, razzista e fascista che vorrebbero imporci: non ci riusciranno mai. In alto la nostra banda! Occupiamo tutto! (Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa di Roma)

Il discorso della Montagna e la parabola del sassolino: lo sgombero della Ex Telecom di Bologna nel contesto della nuova guerra civile italiana.

Lo conoscono tutti il discorso della Montagna. Se ne sta lì da duemila anni, conservato tra le pagine dei Vangeli, uno dei best seller della letteratura religiosa di ogni tempo e paese.

Non che sia tanto più giovane, ma, affidato a una storia orale conosciuta prevalentemente da chi subisce il problema, il tema dell’emergenza abitativa, insieme alla sua sorella prediletta, la lotta per la casa, non ha mai goduto della stessa popolarità accordata agli evangelisti; né, nel nome dell’emergenza abitativa o della lotta per la casa, c’è mai stato qualcuno che, protetto dalla sicurezza di un tetto sopra la testa, si sia mai segnato il petto o mormorato parole di buona volontà.

Come mai?

La risposta è tra le ultime parole dei passi evangelici, quando, dopo aver promesso ai protagonisti del discorso – cioè ai poveri – la consolazione degli afflitti, la riparazione dei torti e il ristoro dalla fame e dalla sete di giustizia, s’indica con fare estatico l’orizzonte, per affermare che devono starsene tranquilli questi benedetti poveri, considerando che tanto finiranno per ereditare il regno dei cieli.

Ora, la pazienza sarà anche la virtù dei forti, ma mentre i forti continueranno a fare tutte le prove utili a capire se davvero sia più facile far passare un cammello per la cruna di un ago piuttosto che mandare un ricco in paradiso, accade che i poveri il regno dei cieli lo mettano un attimo da parte, per risolvere QUI e ORA i loro problemi, a cominciare proprio dal quello della casa.

Cos’altro dire su questo argomento? Che i prezzi degli affitti sono ormai ovunque superiori a quelli di un salario medio?Che, costretti a sopportare il peso di una crisi economica senza precedenti, il problema del reddito è diventato questione di pura sopravvivenza per numeri enormi di persone? O, piuttosto, serve dimostrare per l’ennesima volta come il meccanismo in grado di produrre tante case senza gente insieme a tanta gente senza casa sia il frutto di una precisa volontà speculativa e criminale organica al concetto stesso di “libero mercato”?

Toccando il problema delle abitazioni, c’è chi si appella ai diritti umani, ricordando come nei relativi documenti si parli esplicitamente di diritto alla casa, e chi, Costituzione alla mano, sottolinea il passaggio (già, è incredibile ma esiste…) in cui la stessa proprietà privata potrebbe e dovrebbe essere messa in discussione quando la sua concentrazione nuoce ai diritti della collettività.

Le parole, però, per quanto possano essere belle, suggestive, emozionanti, restano parole. E quando si parla di casa, invece, c’è bisogno di fatti. Proprio per questa ragione i Movimenti per il Diritto all’Abitare hanno sempre affrontato la questione del problema-casa dal punto di vista della sua SOLUZIONE. E l’unica, vera soluzione per le famiglia che stanno dormendo in macchine abbandonate, sulle panchine dei parchi o in ricoveri fortuna è quella dell’occupazione abitativa. In altre parole: la requisizione immediata di qualunque stabile lasciato in stato di abbandono per questioni meramente speculative o, sul fronte della proprietà pubblica, per favorire progetti di privatizzazione spinti dai comitati d’affari grazie all’uso disinvolto e normale dello strumento della corruzione.

Grazie a una massiccia ondata di occupazioni abitative, in questi ultimi anni, neppure si contano le famiglie messe in grado non soltanto di uscire da uno stato di assoluta indigenza, ma anche di articolare – attraverso i fatti e per mezzo di spettacolari azioni di protesta – un progetto politico alternativo rispetto all’esistente e, per questo, implicitamente ed esplicitamente schierato lungo la linea di un fronte su cui si stanno combattendo le prime, cruente battaglie di ciò che scegliamo di chiamare la nuova guerra civile italiana.

Blindati in via Fioravanti

Citando il vecchio Philip K. Dick, facciamo notare che scegliamo di chiamare realtà «quella cosa che se smetti di crederci non svanisce» e, liquidando come superflue le possibili obiezioni sulla scelta di una definizione come quella di «guerra civile», eventualmente troppo dura, torniamo a dare la parola ai fatti, iniziando dall’alba del 20 ottobre, quando uno squadrone di blindati ha scariolato davanti a uno stabile di via Fioravanti, a Bologna, un esercito di celerini con il casco, il manganello e la divisa blu.

Cosa si nascondeva dentro il palazzo velocemente circondato? Forse una terribile banda di rapinatori? Una congrega di mafiosi? O, magari, uno dei tanti raduni di politici corrotti?

Naturalmente niente di tutto questo. In via Fioravanti, nei vecchi uffici della Ex Telecom, vivevano semplicemente 280 persone: donne, uomini, vecchi e bambini; persone comuni e, proprio per questo, straordinarie nel momento in cui, di fronte alle difficoltà, avevano scelto di non considerare la propria condizione di indigenza come una «colpa», ma come la conseguenza di precisi rapporti sociali: un dramma collettivo da trasformare in opportunità grazie all’occupazione.

Grazie a questo, la Ex Telecom si è trasformato in una casa. Anzi, in un esempio nuovo e migliore di come sia possibile abitare un luogo: con la capacità di amalgamare 17 diverse nazionalità in un unico popolo di complici e di solidali, protagonisti della propria vita così come della politica cittadina e italiana, sempre pronti a mettersi in viaggio per le strade di Bologna come per le piazze di tutta Italia nell’ambito di un disegno condiviso a ogni latitudine della Penisola: il disegno di una casa e di un reddito per tutte e tutti.

La polizia, da questo punto di vista, non ha sentito né poteva sentire ragioni. Ha colto il dato eminentemente politico della lotta per la casa e, sostituendosi alla politica propriamente detta, ha proceduto violentemente allo sgombero. O almeno ci ha provato. Perché mentre il sindaco di Bologna scaricava sulla Questura la responsabilità di una simile scelta e mentre, dallo stesso palazzo comunale, diviso dalla Ex Telecom soltanto da un lato di strada, l’assessora Frascaroli dava spettacolo della sua inutilità osservando inerme, inetta e dunque complice le operazioni in corsa, insieme a tutto il popolo della Ex Telecom insorgeva l’intera città delle Due Torri, o perlomeno la sua parte degna.

Amelia Frascaroli osserva lo sgombero della Ex Telecom

Intendiamoci, i celerini hanno immediatamente provveduto a sporcare di sangue i marciapiedi di via Fioravanti, caricando brutalmente il primo gruppo di sodali intervenuto per bloccare lo sgombero. Poi la strada poliziesca si è fatta più dura e via Fioravanti è diventata con il passare dei minuti il centro di un mondo inesorabilmente schierato dall’altra parte della barricata rispetto a quello dei mandanti materiali e morali delle operazioni. Ecco, allora, che mentre il flex della polizia apriva le porte e mentre gli uomini (?) in divisa facevano irruzione, la resistenza degli occupanti scriveva le sue pagine eroiche, regalando a chi continua a opporsi all’abominio di una società mercificata speranze e sogni che qualcuno ha avuto la colpa di credere perduti.

Contro le mani rapaci degli sbirri, per esempio, c’è stata la determinazione di un bambino di sette o otto anni, capace di scalciare con tutte le sue forze, mentre dentro si continuavano a battere coperchi e a gridare contro gli infami.

Perché chiamiamo infami le divise che hanno sgomberato?

Danger: il manganello personalizzatoUsiamo questo termine perché sono stati molto lontani dall’interpretare “tecnicamente” il triste ruolo a cui sono condannati: lo hanno fatto, al contrario, con un sadismo che ha dello psicopatico e andando oltre qualunque regolamento di polizia. A testimoniarlo, se non dovesse bastare la signora a cui, all’interno della Ex Telecom, è stata spaccata a calci la mascella, un particolare inquietante: gli adesivi con scritto «danger» che alcuni sbirri portavano appiccicati sui loro manganelli; segnali di un godimento nella repressione capaci di spiegare lo stato di abbrutimento psichiatrico raggiunto dalla forze dell’ordine, evidentemente sulla scia di precise istruzioni e di un altrettanto puntuale addestramento. O, osservando le cose da un’altra prospettiva,Born to kill da "Full Metal Jacket" non meno grave, la personalizzazione delle armi in dotazione al corpo richiama immediatamente le immagini dei soldati statunitensi impegnati, per esempio, in Vietnam: una guerra d’invasione che, all’improvviso, mostra insospettabili analogia con la “guerra contro i poveri” a cui i celerini si stanno dedicando. Ma anche ennesima conferma di un dato di fatto: la polizia ha introiettato l’immagine del civile come nemico.

Bologna, in ogni caso, non è stata a guardare. E alcune apparizioni vanno sottolineate, lodate e analizzate per trarre preziose considerazioni. L’apparizione più bella, probabilmente, è stata quella degli insegnanti dei bambini e delle bambine della Ex Telecom. Non solo per le grida «resisti, ci vediamo a scuola!» con cui hanno incoraggiato i propri allievi occupanti, ma perché hanno insegnato a tutti e a tutte una cosa meravigliosa. Sul fronte della scuola, infatti, uno dei pezzi della cosa pubblica più importanti ed evidentemente proprio per questo più maltrattati nell’ultimo ventennio, molto spesso le richieste di professori e personale non docente sono affogati nella palude della vertenzialità, vittime di una propaganda capace di dipingere come «privilegiato» qualunque lavoratore statale e, più in generale, aggredite e superate dai tanti problemi di chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Al contrario, la presenza delle insegnanti sotto la Ex Telecom ha aperto un discorso politico di ampio respiro e spiegato meglio di qualunque comunicato un fatto semplice come un uovo di Colombo, e proprio per questo dirompente: le rivendicazioni di chi lavora nella scuola torneranno popolari nel momento in cui chi lavora nella scuola torna a parlare direttamente a quel popolo che non intende restringere le possibilità dell’istruzione ai soli figli dei ricchi; e nel momento in cui – all’interno di un concetto etico e plurale di scuola pubblica – non finiscono solo le tabelline e le regole grammaticali, ma un principio di ordine superiore: è impossibile parlare di «scuola», e meno che mai di «buona scuola», se i bambini e le bambine non hanno neppure una casa.

Direi che questo è un concetto elementare e proprio per questo esplosivo, lodevolmente afferrato, sotto la Ex Telecom, anche dal nutrito gruppo di studenti e studentesse di medicina accorsi per portare la loro solidarietà agli sgomberati.

Recentemente la casa editrice Rapporti Sociali ha ripubblicato il libro Il bisturi e la spada, la biografia (dimenticata) di un medico canadese, Norman Bethune. Ebbene, pioniere della lotta alla tubercolosi, come rispondeva Bethune alle domande su come curare quel terribile male?

Con un lavoro decente e una casa, rispondeva Bethune: proprio così. Al contrario, in una città come Roma (non conosciamo da questo punto di vista la situazione bolognese), se qualche persona di buona volontà intendesse farsi un giro fuori dai cancelli di qualunque ospedale scoprirebbe orde di pazienti e parenti di pazienti costretti a dormire in macchina in attesa del momento del proprio ricovero o durante i cambi-turno legati all’assistenza di un proprio congiunto: molto spesso di un bambino (se non ci credete fate un salto fuori dal Bambin Gesù…). Ma avete mai sentito un dottore o un infermiere protestare – nel nome della dignità della propria professione – contro un simile stato di cose?

Direi proprio di no. Mentre a Bologna gli studenti di medicina sono stati artefici esattamente di questo tipo di protesta. Hanno portato solidarietà agli sgomberati, certamente, ma non nel nome di un qualche principio pietistico, ma perché il campo dei diritti – che si parli di casa o di salute non fa nessuna differenza – non può essere affrontato a compartimenti stagni. E se si curano gli uomini e le donne per professione e per vocazione è impossibile separare il modo giusto di fare il proprio mestiere dalle condizioni in cui coloro a cui ci si rivolge in quanto pazienti sono costretti a vivere.

Bisogna davvero lodare la presenza degli studenti di medicina di Bologna, dunque, e sono molte le categorie professionali che dovrebbero prendere esempio da loro. Ne citiamo almeno due cominciando dai pompieri: la loro missione è quella di garantire la sicurezza di uomini, cose e animali, per quale motivo dovrebbero essere screditati fino al punto di essere costretti a mettere i propri mezzi e la loro professionalità al servizio degli sgomberi?

La cosa è accaduta molte volte e a Bologna non c’è stata un’eccezione. C’è stata, però, e la cosa va almeno citata, la protesta dell’USB: anche se a Roma, in una precedente occasione, l’organizzazione aveva invitato i pompieri alla disobbedienza civile contro l’uso del corpo nelle operazioni di sgombero, ora a Bologna ci si lamenta di come i vigili del fuoco siano impropriamente utilizzati per compiti di ordine pubblico.

Che di concrete azioni di disobbedienza civile ci sia estremo bisogno è poco ma sicuro. Lo stesso tipo di azioni, e qui veniamo alla seconda categoria professionale chiamata in causa nel corso dello sgombero della Ex Telecom, assolutamente assente, almeno per quello che ci è dato sapere e almeno fino a questo momento, tra gli assistenti sociali. Personale di questo tipo, infatti, ha svolto un ruolo attivo nel corso dello sgombero, ma non certo per difendere i problemi delle persone coinvolte, ma per fiancheggiare le forze dell’ordine proferendo minacce del tipo: «Se non esci di qui ti facciamo togliere tuo figlio».

Lo schifo di un simile atteggiamento è intollerabile. E dopo quanto accaduto a Bologna è l’intero comparto a essere chiamato a un’assunzione di responsabilità per spiegare se quando parliamo di «assistenza sociale» parliamo dei colletti bianchi della repressione o di altro. Nell’attesa dei necessari chiarimenti, resta altissimo il disprezzo, anche perché nella stessa giornata del 20, quando a Roma molte centinaia di occupanti di case solidali con i compagni bolognesi si sono riversati a Porta Pia per manifestare contro lo sgombero della Ex Telecom, lo stesso, identico tipo di frasi erano pronunciate direttamente da poliziotti in borghese: «Ti fotografiamo e poi veniamo a cercarti per toglierti il bambino», dicevano ai manifestanti con figli al seguito.

Ma quando questi stessi bambini, verrebbe da chiedersi, si trovavano con le loro famiglie in mezzo alla strada, dove erano questi solerti tutori dell’ordine, dove erano gli zelanti assistenti sociali e dove gli assessori preposti?

Di sicuro per quei bambini ha fatto molto di più l’orsetto che a Bologna si è visto difendere gli occupanti lottando sulle barricate e, grazie a questo, destinato a conquistarsi un posto importante dell’immaginario antagonista degli anni a venire.

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E non a caso, a proposito del dove erano? rivolto a poliziotti, assistenti sociali e assessori preposti, la risposta istintiva dei manifestanti di Porta Pia è stata:

  • I poliziotti erano dove sono adesso: a garantire i traffici di mafia capitale e gli interessi dei palazzinari a suon di manganelli;
  • Gli assistenti sociali erano dove sono adesso: con il culo sopra una sedia; davvero restii a comprendere che fare il lavoro che fanno dovrebbe significare iniziare a schierarsi compatti dietro a una piattaforma che affermi «casa e reddito per tutt*»;
  • Gli assessori alla casa erano dove sono adesso: con il culo sopra una sedia anche loro, ma con la faccia dentro una mangiatoia foraggiata a destra dai palazzinari e a sinistra dal peloso – e altrettanto palazzinaro – sistema clerical-cooperativistico, quello che gestisce i residence e i centri per i rifugiati e che si pone, dietro compenso, come intermediario tra l’erogazione dei diritti e la massa a cui spetterebbero senza condizioni di sorta.

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Per quanto riguarda il 20 ottobre romano, la dose dell’indegnità è stata ulteriormente rincarata ancora dagli stessi tutori dell’ordine, capaci di avvicinarsi agli attivisti più noti per proferire frasi sul genere: «Tanto con te facciamo i conti dopo»; oppure: «Ti veniamo a prendere quando meno te lo aspetti».

«Sì», è stata una delle risposte che si è sentita in piazza, «e portati pure quattro mani, così magari riesci a farmi una pippa»; ma al di là del folklore locale o del coraggio manifestato a Bologna come a Roma e anche ad Alessandria e a Brescia, dove pure ci si è riversati in strada per bloccare il traffico in solidarietà con gli sgomberati della Ex Telecom, l’atteggiamento «cileno» della polizia dovrebbe spingere alla disperazione anche i «sinceri democratici» e indurre gli osservatori a capire come tra il golpe bianco di Renzi e l’insediamento del prefetto Gabrielli come sostituto dell’incapace sindaco Marino si sia consumata l’occupazione poliziesca degli spazi di mediazione politica, ormai completamente azzerati.

Oggi più che mai, quindi, affermare che «i diritti si conquistano a spinta», non significa estendere alla società intera il felice slogan coniato dai lavoratori della logistica nel corso di mille picchetti davanti alle fabbriche del loro sfruttamento, ma cercare di mettere in pratica un sano esercizio di realismo morale e politico. Ancora da Bologna, da questo punto di vista, arriva un segnale importante e riguarda intellettuali ancora in grado di agire in quanto «organici». Accanto al nome di Zerocalcare, che da sempre lega il suo tratto alla storia dei movimenti conflittuali e che anche questa volta non ha fatto mancare la sua interpretazione iconografica di quanto accaduto, segnaliamo la puntuale vignetta di Be Folko e sopratutto il prezioso contributo del collettivo Wu Ming, presente in piazza accanto agli occupanti e protagonista di una cronaca-fume degli eventi in corso.

Questi contributi sono ancora più preziosi all’indomani dell’assoluzione di Erri De Luca, processato per essersi espresso a favore degli atti di sabotaggio contro la linea ad Alta Velocità; sono preziosi perché mettono in discussione il processo di disumanizzazione a cui da anni sono soggetti i protagonisti dei movimenti per il diritto all’abitare; sono preziosi perché in controtendenza rispetto alle gravissime responsabilità di organi di stampa come «la Repubblica», il «Corriere della Sera» e «il Resto del Carlino», immediatamente pronti a silenziare o a diffamare gli eventi (lo hanno sempre fatto, continueranno a farlo: «giornalista / terrorista» non è uno sologan, è una fotografia…); sono preziosi, perché sull’esempio delle insegnanti offrono la possibilità di impostare un discorso sulla cultura davvero popolare (dovrebbe farci un pensiero chi, in questi giorni, si trova colpito dai feroci tagli di Franceschini ai teatri…) in quanto capace di partire dal presupposto “cosa me ne faccio di un libro se non ho nemmeno una casa”; sono preziosi perché si muovono su un crinale dove le parole sussistono dentro le azioni e perché non bisogna dimenticare almeno altre due cose accadute il 20 ottobre:

Si potrebbe chiosare quest’ultima notizia affermando come nessuno dei fascisti che volevano uccidere Emilio sia mai entrato in carcera, ma sarebbero altre parole gettate al vento: Zerocalcare per Degage«La guerra la fate soltanto a noi», aveva scritto Zerocalcare quando si era trattato di fare i conti con lo sgombero di Degage, probabilmente la “madre” di questa ondata di sgomberi; e l’affermazione resta vera: si può toccare con mano ed è sotto gli occhi di tutte e di tutti. Così come è sotto gli occhi di tutte e di tutti l’attacco scagliato contro i movimenti antagonisti: contro, cioè, un’area che rifiuta le mediazioni al ribasso e che legittima giorno dopo giorno l’azione diretta e la riappropriazione come pratiche utili al necessario riscatto popolare. Occupare case, lottare contro la linea ad Alta Velocità, rifiutare trivelle, discariche, impianti militari e gasdotti o essere protagonisti dell’antifascismo militante e della riappropriazione diretta e indiretta di reddito sono l’equivalente contemporaneo di ciò che è stato in passato la lotta contro la schiavitù: pratiche considerate illegali, represse con il sostegno di tutti i poteri forti, eppure irrimediabilmente giuste.

Pisa: il poliziotto con la pistola alla Ex GeaQuesto è il versante della nuova guerra civile italiana: un territorio dove, è accaduto il 23 ottobre nel corso delle operazioni di sgombero della ExGea, a Pisa, la polizia si permette di fare irruzione con le pistole spianate (un fatto gravissimo e a proposito del quale è lecito chiedersi: quando ci scapperà il morto?); o dove, come a Roma, il 16 ottobre, uno spazio pubblico come quello universitario viene privatizzato a uso e consumo di una ridicola fiera delle multinazionali delle nuove tecnologie e si finisce per imporre un biglietto d’ingresso persino agli studenti a cui quella stessa università impone tasse sempre più alte, anche grazie all’ennesima creatura di Renzi: il nuovo Isee, un astruso sistema di calcolo capace di trasformare i poveri in ricchi dal punto di vista delle imposte, contribuendo così alla distruzione degli ultimi brandelli di welfare ancora esistenti. Inutile specificare, a questo proposito, che gli studenti romani sono stati caricati, picchiati, arrestati e attaccanti con l’idrante.

Né sorte migliore è toccata, nel pomeriggio del 20, a chi è sceso in piazza a Porta Pia: inginocchiati l’uno accanto all’altro, gli occupanti romani hanno opposto una determinata difesa passiva su cui si è accanita la nuova macchina dell’acqua ad alta pressione, capace non solo di sparare un potente getto direzionale ad altezza d’uomo, ma anche di muoversi producendo getti bassi, evidentemente progettati allo scopo di forzare simili blocchi. La grottesca somiglianza di questo tipo di idrante-blindato alla tradizionale motospazzatrice ha fatto scattare nella testa degli occupanti un’evidente analogia: «Ci stanno trattando come spazzatura», è stata l’impressione che è iniziata a serpeggiare sulla piazza; e la risposta a chi vuole trasformare uomini e donne in oggetti da buttare è stata effettivamente all’altezza della situazione in termini di coraggio e di determinazione; ma anche costosa in termini di feriti: due donne, lavoratrici e madri di bambini, una anche incinta, sono state portate via in ambulanza con diverse fratture provocate dalle cariche.

Purtroppo la cronaca di queste giornate non si esaurisce con i soli fatti di Bologna, Roma, Brescia o Alessandria, perché a Torino, il 22 ottobre, con la Ex Telecom ancora impegnata a sostenere la lotta che pretende l’assegnazione di una casa popolare a tutti i nuclei familiari sgomberati, la polizia attacca di nuovo i movimenti per il diritto all’abitare, facendo irruzione in una palazzina in via Collegno ma producendo, insieme allo sgombero, l’apertura di una nuova vertenza, con le famiglie che si asserragliano nella circoscrizione, decise a pretendere l’alloggio popolare a cui hanno diritto o a occupare ancora!

Un nuovo stabile, d’altro canto, viene occupato a Parma il 24: finalmente una bella notizia; la conferma che l’onda lunga inaugurata dal grande corteo del 19 ottobre 2013, quando centomila persone sfilarono nella capitale dietro lo striscione «una sola grande opera: casa e reddito per tutt*», sta continuando a camminare, con un’unità di intenti maggiore del passato e, come ha dimostrato Bologna, anche con la capacità di istituire i termini di un dibattito pubblico in grado di riscoprire la possibilità di essere veramente parte di un movimento reale che cambia lo stato di cose presenti. Che cosa hanno affermato, in fondo, le «tesi di settembre», vale a dire il documento conclusivo dell’intensa quattro giorni di «Sfidiamo il Presente», momento di assemblea e incontro delle lotte italiane autorganizzate?

«Senza aspettare che una promessa di cambiamento piova improvvisamente dal cielo, ora è il tempo di agire, di prendere in mano il nostro destino, facendo in modo che le nostre stesse vite diventino minaccia», c’è scritto sul documento conclusivo. E puntuale, una simile minaccia si è fatta vedere ancora il 24 ottobre, quando tra Palermo, in solidarietà con gli arresti per i fatti di Cremona, a Roma e a Bologna sono state migliaia le persone scese in piazza, con le grida “tutte libere, tutti liberi”, bandiere rosse «stop sfratti e sgomberi» al vento e grandi striscioni con la parola d’ordine «prima i poveri», già pronta ad affermarsi nel corso di quello che si preannuncia come un nuovo ciclo di lotte.

Di fronte alla montagna dell’ingiustizia, in realtà, non c’è discorso che tenga. Ci sono, piuttosto, i tanti sassolini delle lotte, determinati a inceppare gli ingranaggi del neoliberismo o comunque capaci di scivolare lungo il crinale di una società atomizzata per tornare ad aggregare, e quindi a ricomporre in una classe, le energie degli esclusi, degli ultimi, dei proletari e dei sottoproletari, dei precari, dei disoccupati, delle partita IVA incapienti, dei working poor e di qualunque altra categoria sia riconducibile, con qualunque tipo di lessico, all’universo degli sfruttati. Ce n’è abbastanza per trasformare il Vangelo in un Manifesto e per passare dal Discorso della Montagna a una più edificante “parabola del sassolino”, concludendo dunque con le parole del poeta Tasos Livaditis: beati coloro che non hanno nulla, perché stanno venendo a prendersi il mondo. Altro che regno dei cieli.

Ex Telecom Bologna: resistere si può, vincere bisogna

Un bambino piccolo, usando le piccole dita della sua mano, non sarebbe stato più capace di tenere il conto: Uno, dieci, cento blindati, questa mattina all’alba, hanno invaso via Fioravanti, dietro la stazione di Bologna ed esattamente di fronte agli uffici del Comune. Armati di tutto punto, gli uomini e le donne delle forze dell’ordine sono scesi dagli automezzi e hanno immediatamente circondato il palazzo della Ex Telecom, un luogo già abbandonato ma che dallo scorso dicembre trecento persone hanno iniziato a chiamare “casa”. Questo è il numero delle persone che vivono in quel luogo: una delle più grandi occupazioni abitative italiane, ma anche una delle più vivaci. Perché come in ogni casa che si rispetti, sotto quel tetto non ci si è riparati soltanto dal freddo e dalla pioggia, ma è stata costruita solidarietà, rispetto reciproco, vera integrazione culturale e possibilità concrete di riscatto per chi è stato derubato di ogni cosa ma che, a partire dalla Ex Telecom, ha potuto rialzare la testa, sfidare un presente di soprusi e umiliazioni e tornare a progettare un futuro. Oh, se solo si potesse contare l’amore da cui l’Ex Telecom è stata avvolta! I cento blindati bolognesi sarebbero immediatamente spazzati via. Un intero esercito non avrebbe il valore di una singola storia tra le moltitudini che hanno visto protagonisti gli occupanti e le occupanti della Ex Telecom. Ne racconto una soltanto, perché sarà abbastanza. La storia di una giovane coppia marocchina. Lei aspetta un bambino. Passano i giorni, ma il piccolo ha fretta. Forse vuole conoscere i tanti amichetti e le tante amichette – nella Ex Telecom ci sono un centinaio di bambini – che lo aspettano lì, nel grande piazzale interno ai vecchi uffici abbiandonati. Fatto sta che il bambino spinge e una notte, all’improvviso, alla mamma si rompono le acque… il bambino sta nascendo!

Il giovane papà si spaventa, la mamma non sa bene che fare… in Marocco, però, c’è un’altra mamma, la nonna, che i suoi figli li ha partoriti in casa. E se l’ambulanza, chiamata, ritarda, la sapienza popolare supera il mare: si fa così e così, ordina la nonna da Casablanca. E un manipolo di donne dell’occupazione, nate in ogni continente, si trasforma in ostetriche esperte sotto la guida della nonna marocchina: mettono a bollire l’acqua e preparano gli asciugamani… proprio come si vede nei film. Il piccolo nasce nella nuova casa occupata, tra le grida di gioia e le lacrime d’emozione di tutta la Ex Telecom: quando arrivano i medici possono solo dire che sta bene e che tutto, compreso il taglio del cordone, è stato fatto alla perfezione. Quel bambino, in questo momento è lì, in quel palazzo: gli uomini e le donne in divisa non vogliono che cresca libero e felice, non lo vuole il Pd locale né il Pd nazionale, non lo vuole la prefettura, non lo vuole la questura e non lo vogliono nemmeno i tanti leoni da tastiera, abituati a pontificare ma incapaci di agire.

Questa mattina, alla Ex Telecom di via Fioravanti la polizia e i carabinieri stanno sputando su ciò che esiste di più sacro. Una comunità di vita e di lotta che ha sovvertito la regola delle tante case senza gente e della tanta gente senza casa. Quella gente, la nostra gente, è stata già caricata diverse volte in via Fioravanti: ci sono molti feriti, c’è il sangue che cola sull’asfalto, eppure si sta resistendo.

LA EX TELECOM NON HA NESSUNA INTENZIONE DI ABBANDONARE LA LOTTA

La cosa più schifosa, insieme agli assessori del partito democratico che assistono allo scempio dalle finestre dell’edificio Comunale (vergognatevi di esistere!) è, forse, la vista degli assistenti sociali che stanno minacciando madri e padri: sono pronti a togliere i figli a chi resiste; ma non lo permetteremo ma, non staremo a guardare un simile abominio.

In tutta Italia, di fronte alla Ex Telecom, vogliamo piangere le stesse lacrime di gioia e di emozione che abbiamo pianto quando abbiamo saputo del parto assistito dalla telefonata dal Marocco. La gioia che vogliamo piangere è quella di una resistenza capace di durare un minuto in più del nostro nemico e l’emozione, allora, sarà quella di un nuovo inizio: non più una difesa, ma un clamoroso attacco alla riconquista di tutti i diritti. Una casa in cui vivere, un lavoro dignitoso, una scuola piena di colori, una sanità aperta a tutti e a tutte. Questa è la partita che si sta giocando in questo momento a Bologna, e allora: perché state ancora leggendo questo pezzo?

ECCO COME SI STA RESISTENDO ALLA EX TELECOM

Se siamo ancora capaci di farci stringere il cuore e di sentire un briciolo di indignazione non diamola vinta alle forze del male, non lasciamo soli le mamme e i papà di Bologna insieme ai mostri: lasciamo il lavoro, usciamo dalle case, riversiamoci nelle strade!!! A Bologna il presidio dei sodali cresce di minuto in minuto e la granitica certezza delle forze dell’ordine si incrina: oggi non si passa, dicono le bandiere degli occupanti saliti sul tetto decisi a restare lì. Oggi non si passa dicono le signore che sbattono sui muri i coperchi delle pentole. Oggi non si passa dicono i bambini e persino le loro maestre e i loro maestri, i Partigiani della Scuola Pubblica, accorsi sul posto.

In tante città italiane, sono stati chiamati presidi di solidarietà, punti di raccolta decisi a scongiurare questa ennesima infamia: da Alessandria a Palermo, da Brescia a Roma, dove i sodali del movimento per il diritto all’abitare hanno fissato una manifestazione per le 17, a Porta Pia, sotto le finestre di Del Rio, uomo forte di Renzi nonché ministro attualmente responsabile della grave crisi degli alloggi in Italia.

Oggi è una di quelle giornate dove la storia accelera la sua corsa, vibrando dalla voglia di essere scritta, non con le parole, ma con i corpi di chi sceglierà di stare dalla parte giusta.

Oggi è una di quelle giornate in cui la sinistra italiana è chiamata a dire “io c’ero” mentre, delle guardie e dei loro padroni in doppiopetto, bisogna che a fine serata si possa dire “non ci sono più”.

Perché oggi alla Ex Telecom e con la Ex Telecom, simbolo di tutte le occupazioni abitative italiane, è necessario dimostrare che l’alta velocità in Val di Susa non la vogliamo, che le trivellazioni nell’Adriatico devono cessare, che le esercitazioni militari in Sardegna non hanno ragione di essere, che gli impianti Nato in Sicilia vanno smantellati, che i rifugiati sono i benvenuti e che l’unico posto in cui possono rifugiarsi fascisti, razzisti e uomini di Renzi si trova fuori dalla storia, al di fuori di qualunque umanità. Per questo alla Ex Telecom resistere si può, ma vincere bisogna.

TUTT* IN PIAZZA!

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8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la battaglia di San Basilio

È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:

La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).

Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.

Fabrizio CerusoQuel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…

Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.

*

Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:

La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…

Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.

(Tratto da “La Scintilla. Dalla Valle alla Metropoli, una storia della lotta per la casa”).

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BIBLIOGRAFIA:

Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabbrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974