BASTARDS: in divisa, ma non per forza poliziotti

Ci si dimentica facilmente che prima di essere condotto al martirio un ragazzo come Stefano Cucchi fu fatto sfilare in un Tribunale. In quel momento era vivo, eppure mostrava già sul volto il segno delle percosse ricevute. Ebbene, come si comportò quel giorno il giudice chiamato a prendere parola sulla droga posseduta dal ragazzo? Ovviamente non ebbe certo gli occhi per guardare in faccia l’imputato, né il cuore necessario a farsi due domande sullo stato in cui questo gli veniva presentato: gli fu sufficiente trincerarsi dietro il codice per avvallare con la sua ignavia – di questo si tratta – l’imminente morte violenta di una persona colpevole di essere stata fermata con qualche grammo di fumo in tasca.

Quando le foto del cadavere di Stefano Cucchi furono divulgate, i muri di tutte le città italiane salutarono l’ennesima infamia compiuta dal personale in divisa al grido di ACAB. E quella scritta resta senz’altro cosa buona e giusta, rispetto a una lista atroce e lunghissima di vittime degli abusi in divisa e anche rispetto alla sostanziale impunità con cui la polizia arriva a uccidere. Eppure quella scritta non basta. E non basta perché illustra soltanto una parte della catena degli abusi compiuti in divisa: fotografa l’istante in cui il manganello cade sulla testa di chi si oppone a un ordine oppressivo ma non parla di chi, questo stesso ordine, lo difende pagato profumatamente, comodamente seduto su uno scranno di velluto e, senza nemmeno doversi preoccupare di farsi un giro per le strade delle nostre città, dietro alla più ipocrita delle frasi: «La legge è uguale per tutti», dice questa frase. E avete mai sentito un giudice esprimere l’onestà intellettuale necessaria per affermare come si tratti di una solenne stronzata?

Gli esempi sulla disuguaglianza economica, raziale e sessuale della legge si sprecano, essendo che tale disuguaglianza, rispetto alla legge e quindi rispetto a un ordine ingiusto, è la norma e non certo un’eccezione. Ma il modo in cui i magistrati si meritano il titolo di ALL BASTARDS contenuto nella scritta già coniata per i COPS non è di tipo essenzialmente passivo. Basta guardare, a tal proposito, quello che sta succedendo a Bologna su iniziativa del procuratore minorile. Al centro della vertenza c’è la lotta per la casa e, di conseguenza, la situazione di emergenza abitativa in cui vivono centinaia di migliaia di famiglie in tutta Italia: che cosa va a raccontare il procuratore a tutti quei genitori che hanno subito il calvario dello sfratto e che hanno conosciuto le notti in macchina e la strada prima di tornare a vedere le stelle grazie alla lotta e allo strumento dell’occupazione abitativa?

«Basta bimbi occupanti, i genitori vanno fermati», titola oggi il dorso bolognese del «Corriere della Sera». E il quotidiano, riportando le dichiarazioni del magistrato, si premura di spiegare come gli occupanti di casa correranno il rischio di vedersi sottrarre i propri figli dalla stessa magistratura se sorpresi nelle case occupate con la propria prole.

Come si commenta una simile affermazione?

La logica, non c’è dubbio, vorrebbe che sia buon senso pensare come gli emissari di uno stato che nega il diritto alla casa, pur previsto dall’impianto del suo diritto, di tutto possa parlare tranne che di «sicurezza» dei minori. La «sicurezza» di cui tutti, minori e adulti, avrebbero bisogno infatti è prima di tutto la sicurezza sociale, cioè esattamente ciò per cui non c’è più spazio dopo che il governo Renzi, completando un lungo ciclo di devastazione del welfare, ha deciso di dichiarare apertamente guerra ai poveri.

Ma la logica non basta a contenere la rabbia che la minaccia di togliere i figli agli occupanti di case è in grado di suscitare. Sui muri delle nostre città sarebbe ora che comparissero scritte che senza esitazione affermino AJAB: tutti i giudici sono bastardi (e anche tutti i giornalisti… l’iniziale è la stessa). Mentre, ancora più urgente, diventa dare corpo e voce possente a simili scritte. Affinché discorsi e azioni indegne come quelle appena riportate vengano respinte nelle pattumiere della storia. Insieme all’età della barbarie a cui gli «abusi in divisa» di simili giudici vorrebbero contribuire a consegnarci.

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