Intervista a Cristiano Armati

Intervista di David Frati per Mangialibri.com

Poeta, performer, romanziere, saggista, giornalista, editor, appassionato polemista politico: Cristiano Armati è una delle voci più interessanti della controcultura italiana ma il suo percorso ha fatto prima tappa anche nella casella della cultura, che non guasta mai. E’ nato il giorno dei morti del 1974, e a chi gli chiede cosa farà in futuro risponde che il futuro può aspettare. Altrimenti che razza di futuro è?

Cosa si capisce di un popolo e di un Paese studiando la storia dei suoi criminali?

Cultura, popolo, Paese… sono tutti concetti che non rimandano a qualcosa che esiste in natura ma che, attraverso il linguaggio, contribuiscono a ordinare il caos indistinto del mondo in cui viviamo. La criminalità, da questo punto di vista, è come un’immagine sfocata e distorta: una realtà che si tende a negare e a mistificare e che spesso viene utilizzata per tranquillizzare le coscienze, per scaricare su determinati individui – i criminali – quelle che sono le colpe del nostro stile di vita e del nostro sistema sociale. Scrivere la storia della criminalità, allora, significa raccontare il passato mettendosi dalla parte di chi ha perso, mettere il dito nelle piaghe di ferite profonde, vite umane spezzate, sfide destinate alla sconfitta, esistenze che si consumano nei sinistri segreti delle galere, amori profondi distrutti dalla sentenza di un tribunale. Ecco: quando, per raccontare la criminalità, si abbandonano i toni di condanna – accorati, comprensibili e spesso “complici” nel loro essere scontati – che caratterizzano le pagine dei giornali e i fotogrammi dei notiziari televisivi, ci si addentra in luoghi in cui un posto come l’Italia non è più il Paese del sole, della pizza, dell’amore per la mamma e del mandolino ma una nazione fondata sullo stragismo di Stato ed edificata attraverso gigantesche speculazioni edilizie, un Paese dove la povertà diffusa si è scontrata e si scontra con il continuo invito all’edonismo veicolato dai mezzi di informazione, un luogo in cui un ladro, un assassino, un rapinatore può diventare l’eroe maledetto della disperazione collettiva, protagonista di sogni proibiti eppure veri, oggetto di ammirazione e, in alcuni casi, addirittura oggetto di rivendicazioni politiche e identitarie. Non c’è dubbio, insomma, che studiano la storia della criminalità si può capire moltissimo del popolo e del Paese che la produce. Una conoscenza che, per forza di cose, si scontrerà con la dimensione confortante delle tante verità ufficiali e che, nel momento in cui riuscirà a mettere a fuoco l’istantanea di un luogo molto più simile a quello in cui abitiamo… ci ricorderà chi siamo, facendoci un po’ male.

Come nasce la voglia di raccontare questi sessant’anni di cronaca nera da Salvatore Giuliano a Lupo Liboni?

a.ic2-9788854117549Protagonisti dell’immaginario collettivo, abitanti di film di successo e di canzoni popolari, ospiti fissi delle galere e dei tribunali, depositari di segreti inquietanti e di misteri, i criminali sono tra noi. Mi affascinava l’idea di mettere gli strumenti della narrazione al servizio di un’idea alternativa di storia e così ho scritto Italia criminale.

C’è un personaggio – tra tutti quelli di cui racconti le terribili gesta nel tuo libro Italia criminale – che ti ha colpito particolarmente?

Horst Fantazzini, il “rapinatore gentile”, Renato Vallanzasca, Danilo Abbruciati della banda della Magliana, Paolo Casaroli, Sante Notarnicola e Ugo Ciappina sono, dal mio punto di vista, i personaggi più interessanti del libro. Accanto a loro vorrei ricordare la figura di Jim Brown, uno strano bandito nero che, durante la seconda guerra mondiale, dissertò l’esercito degli Stati Uniti per mettersi alla testa di un gruppo di rapinatori toscani, specializzati nel depredare i camion a stelle e strisce lasciando sui luoghi del delitto una strana firma: gli autisti, infatti, venivano regolarmente ritrovati ammanettati a qualche palo, illesi ma completamente nudi. Un gesto provocatorio e difficilmente spiegabile senza fare riferimento alle future lotte di emancipazione dei neri americani, al black power e a Malcom X: un discorso estremamente affascinante se si pensa che non stiamo parlando di New York, Los Angeles e Chicago ma della campagna italiana anni ’40!

Perché le canaglie sono sempre un po’ simpatiche? A parte gli scherzi: da dove nasce il fascino del crimine secondo te? E perché i libri come Italia criminale (o come Roma criminale) hanno tutto questo successo?

a.rc.293La “canaglia”, molto spesso, è qualcuno che alla resa dei conti si ritrova da solo a combattere contro tutto e contro tutti. Credo che sia questa situazione ad accendere la fantasia del “pubblico” e a muovere nella gente sentimenti, se non di pietà, almeno di simpatia. Le storie di criminalità, poi, sono sempre storie forti: storie di sesso e di sangue che si imprimono nella memoria e che – complice una scrittura poetica e intrigante (spero) – diventa emozionante ricordare anche attraverso la lettura di libri come “Italia criminale” e “Roma criminale”.

La maggior parte delle volte chi scrive di un argomento non ama leggerne: capita così che gli autori dei thriller più sanguinari siano fan della narrativa romance, o che degli storici adorino Stephen King. E’ così anche per te o il crimine ha appeal su di te anche come lettore?

Come lettore, in effetti, non mi sento appagato né dal thriller classico né dalla cronaca nera. Preferisco frequentare i romanzi di Charles Bukowski, Mohamed Choukri e Abasse Ndione. Ho una forte simpatia per la narrativa di Gianluca Morozzi e, per stare all’interno di un genere più simile a quello di “Italia criminale”, per i noir mediterranei di Bruno Ventavoli. L’esperienza letteraria più emozionante che ho vissuto negli ultimi tempi, però, è quella che mi viene dalla lettura delle poesie di Francesca Genti e del suo “Il vero amore non ha le nocciole”: versi romantici e di grandissima forza espressiva, una scrittura bellissima ma che, effettivamente, sarebbe difficile archiviare alla voce “letteratura criminale”.

Perché raccontare le storie delle vittime di quella che tu nel tuo saggio Cuori rossi definisci “la terza guerra civile italiana”? E soprattutto la voglia di raccontarne la quotidianità nascosta dietro al ritratto pubblico?

Cuori rossi di Cristiano ArmatiLa voglia di raccontare le storie delle vittime, o meglio, dei caduti della sinistra italiana, mi è venuta in due momenti diversi. Intanto, mentre facevo le ricerche necessarie a scrivere “Roma criminale” e “Italia criminale”, mi sono imbattuto in molte tracce che, con grande parzialità, rimandavano a quella che era stata la vita delle innumerevoli persone – ce n’è per tutti: uomini, donne, vecchi e bambini – uccise da aggressioni neofasciste o dalle forze dell’ordine nel corso dei sessant’anni di storia della Repubblica Italiana. In un primo momento mi sono limitato a mettere da parte tutti i documenti e a pensare. Poi, quando ho iniziato a ritrovare i nomi dei “cuori rossi” scritti da mani ignote sui muri dei quartieri dove erano nati o delle vie dove hanno trovato la morte, ho capito che le loro storie non erano state dimenticate, al contrario, non solo vivevano nei ricordi dei tanti che gli erano stati vicini ma erano state trasformate in simboli che, con il passare del tempo, rimandavano agli stessi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Dietro i ricordi che era possibile associare ai “cuori rossi”, però, non si nascondevano soltanto discorsi sui massimi sistemi, al contrario, si agitavano ritratti più intimi: racconti di passioni e di scelte quotidiane, dettagli sui gusti letterari e musicali, abitudini, soprannomi e piccole o grandi manie… ecco, calandomi in questo magma di rabbia ed emozione, ho capito che sarebbe stato molto più interessante non limitarsi a raccontare il contesto generale a cui può essere imputata la morte dei “cuori rossi” italiani ma provare a parlare direttamente delle singole persone, nel tentativo di ascoltare ancora una volta la loro voce.

Le storie terribili di Cuori rossi rappresentano episodi – tragici ma legati a fatti contingenti – oppure elementi di una simmetria, tappe di un percorso comune nelle quali la casualità ha poco spazio?

Quando si viene uccisi da una pallottola esplosa dalle forze dell’ordine, non si viene uccisi dalla “casualità”, ma da un progetto che, in nome dell’ordine pubblico, non esita a criminalizzare ciò che in democrazia dovrebbe essere concepito come un “diritto”: manifestare il proprio dissenso, prima di tutto. Allo stesso modo, quando si viene uccisi da un’aggressione neofascista, non è il “caso” che toglie una vita. A togliere la vita, invece, è una cultura della sopraffazione che troppo spesso, dietro i concetti mistificati di “onore” o di “virilità” ha covato la pratica dell’attacco squadrista e la volontà di colpire tutto ciò che – posizioni politiche, preferenze sessuali o colore della pelle – poteva essere classificato come “diverso”. Se a tutto questo si aggiunge che sull’Italia pende un sistema di controllo sociale targato CIA – un vero e proprio piano di annientamento della sinistra elaborato subito dopo la fine della seconda guerra mondiale – si capisce che la casualità, con le storie raccontate da “Cuori rossi”, non ha davvero nulla a che fare.

Cuori rossi, cuori neri… le differenze secondo te sono soltanto di schieramento oppure la linea di pensiero secondo la quale tutti i militanti in fondo sono uguali e ciò che li definisce è solo la dimensione della militanza in sé è un inganno?

Negli ultimi anni, in Italia, si è assistito al trionfo della negazione della matrice politica della violenza: una negazione funzionale alla “corsa al centro” in cui si stanno impegnando tutti i partiti del così detto “arco costituzionale”. Su questo altare, però, è lo stesso spirito della Costituzione a essere sacrificato, dimenticando che l’Italia è prima di tutto una Repubblica nata grazie alla Resistenza. Credo che basti affermare questo per sottolineare come sia impossibile mettere i “rossi” e i “neri” sullo stesso piano. E non è certo un caso se, dietro l’etichetta di “rossi”, ci sia la grande tradizione del Movimento operaio e democratico, mentre la parola “neri” indica ancora oggi gli eredi di un regime responsabile di atroci efferatezze, a cominciare dalla complicità con le camere a gas della Germania hitleriana: si tratta di un punto sul quale è sempre necessario fare chiarezza, a meno che non si preferisca fare finta di niente e dimenticare…

Che effetto ti fa – a te che nasci come poeta e come romanziere – essere ormai percepito da decine di migliaia di lettori come giornalista-saggista?

È una domanda bella e complessa. Sopratutto è una domanda tutt’altro che ovvia. La differenza tra scrittura narrativa e scrittura saggistica, infatti, è senz’altro presente tra gli addetti ai lavori. Andando tra il “pubblico”, invece, ho avuto modo di scoprire che le cose stanno in maniera diversa e lo “scrittore” torna a essere semplicemente “colui che scrive”. Per quanto mi riguarda, comunque, le dimensioni della narrativa, della poesia e della letteratura d’inchiesta, non sono altro che diverse sfaccettature della stessa materia (e recuperando gli anni del mio impegno universitario posso aggiungere a queste categorie anche la scrittura etnografica… avrei un paio di saggi inediti sull’argomento!): la pubblicazione di una silloge di poesie piuttosto che di un articolo di critica letteraria può far pendere la percezione del tuo lavoro da una parte o dall’altra… ma dietro ci sono sempre io! E da questo punto di vista posso anticipare una novità: a febbraio, sempre per la Newton Compton, uscirà un mio nuovo libro di racconti. Si chiamerà “Roma noir” e sarà un libro di narrativa a tinte forti: chi mi ha seguito fino a qui troverà in questo volume qualche eco di “Italia criminale” e alcuni personaggi già tratteggiati in “Rospi acidi e baci con la lingua”. Chi ha creduto di potermi incasellare in una categoria precisa, forse, resterà deluso: ma per me è importante scrivere, non certo rivestire un ruolo!

Che peso ha Roma nella tua scrittura, nel tuo immaginario, nei tuoi interessi? Ti senti uno scrittore “romano”?

Roma ha un peso senz’altro notevole in quello che scrivo. Ma si tratta, com’è normale, di una “mia” Roma. Si tratta, in modo particolare, di una Roma sospesa tra le borgate della zona nord e i paesi della provincia: una città che, a livello narrativo, è stata messa spesso in ombra dagli innumerevoli racconti ambientati nei suoi quartieri più borghesi o ai margini del suo immenso patrimonio artistico. Nei miei libri, invece, la stazione degli autobus di Saxa Rubra diventa più importante del Colosseo e i portici delle case popolari di Nuovo Salario un luogo decisamente più vitale dei Parioli. Anche la lingua, ovviamente, ne risente e, tenendo presente queste coordinate, non ho problemi ad affermare che sì, mi sento uno scrittore “romano”.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo Rospi acidi e baci con la lingua?

Moltissimo. Ma l’abitudine di scrivere di ciò che sento e vedo è la caratteristica principale della tradizione alla quale mi sento di appartenere: la tradizione del realismo sociale; un modo di intendere – e di vivere –  l’estetica dell’arte che può essere rintracciato nei libri di autori come Pier Paolo Pasolini, Elio Vittorini o Cesare Zavattini, soltanto per limitarsi ai nomi di alcuni mostri sacri che mi sono particolarmente cari.

Sei spesso protagonista di reading poetici nei quali l’elemento musicale ha un peso non indifferente: vuoi parlarcene?

È vero, insieme al polistrumentista punk Romano Pasquini porto avanti uno spettacolo di speaking words che mi appassiona molto. Un reading sospeso tra l’immediatezza ritmica del rap e la grande scuola dell’ottava rima romana. Il testo che stiamo portando in giro per l’Italia in questo periodo si chiama “Tutta robba rubbata a Milano”: trenta minuti di amore, lotta e realtà post-urbana. Il nostro desiderio è quello di trovare il tempo e le energie per ampliare il discorso, coinvolgere altri performer e musicisti e arrivare a incidere un disco sperimentale.

Gli eterni anni di piombo. Vita e morte dei “cuori rossi”

Recensione di Matteo Tonelli, da Repubblica.it del 25 ottobre 2008

a.cuoriROMA – “Tutti gli anni sono di piombo”. Con la loro scia di sangue che parte nel 1944 con la strage del pane a Palermo, passa per gli anni ’70 e arriva ai giorni nostri. Si chiama Cuori rossi il libro scritto da Cristiano Armati (Newton Compton. 473 pagine. euro 16,90). Quasi cinquecento pagine per raccontare “la terza guerra civile italiana”, le storie delle tante vittime con il cuore che batteva a sinistra. Un libro che è un’esplicita risposta a quel Cuori neri uscito un anno fa che parlava dei morti di destra degli anni ’70.
Armati però va oltre. Non circoscrive il periodo. Parte da lontano, con la strage di Portella della Ginestra e quella della Fonderia Riunite a Modena nel 1950. Braccianti e operai massacrati mentre rivendicavano i loro diritti. Vittime, loro come quelli che verranno in seguito, “della violenza fascista e di una violenza a cui nemmeno le forze dell’ordine possono dirsi estranee”. Armati ripercorre le vite, spezzate, di tanti militanti o simpatizzanti della sinistra uccisi dai neofascisti o dalla polizia. Li lega tra di loro, come protagonisti di un’unica trama che si svolge negli anni. Ciò che viene fuori, però, non è un’enciclopedia, una semplice raccolta cronologica di fatti di sangue. E’ piuttosto il tentativo di spiegare quella “terza guerra civile italiana”, un conflitto “a bassa intensità”, in cui si sono intrecciati (e per Armati si intrecciano ancora), “eserciti clandestini, servizi segreti deviati, collusioni con la criminalità, per intimidire e spesso uccidere pensieri scomodi e persone ritenute pericolose”.
Come Alceste Campanile, Peppino Impastato, Fausto e Iaio a Milano e Valerio Verbano freddato davanti agli occhi dei genitori a Roma. E ancora la mattanza del G8, il corpo di Carlo Giuliani riverso in una pozza di sangue. Auro Bruni che muore nell’incendio del centro sociale Corto Circuito a Roma. E Federico Aldrovandi per la cui morte sono sotto processo alcuni poliziotti.
E si arriva così ai giorni nostri con la storia di Renato Biagetti, ucciso a coltellate a Roma al termine di un concerto di un centro sociale. E alle recentissime aggressioni organizzate dai militanti dell’estrema destra a Roma e a Verona.
E così, c’è anche spazio per chiedersi, come fa l’autore, se la morte di ragazzi come Luca Rossi, Francesco Lorusso o Giorgiana Masi, uccisi da “pallottole vaganti” può essere spiegata davvero come una tragica fatalità o se ci sia altro. Magari quella guerra non dichiarata ma spietata che ha lasciato sul terreno decine di cuori rossi. Spezzati.

Poverino

La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati. E ho la barba lunga anche se sono appena stato dal barbiere. Tutt’intorno, i rubinetti gocciolano. E l’aria sembra sia appestata dal cadavere di un cane morto, nascosto da qualche parte, sotto il letto. La prima macchinetta di caffè si risolve in una bestemmia quando, sul fuoco, ci finisce senz’acqua. E per andare al bar è tardi, vicino casa nemmeno in doppia fila c’è posto.
Lo schienale della macchina – qualche ubriaco, di notte, ha urtato lo specchietto che adesso pende sul lato del guidatore come un braccio spezzato – mi fa sentire sulla schiena una chiazza di sudore, sempre più grande, sempre più grande. E la gente che mi circonda è come me, rinchiusa in un rancore che nasce da qualche parte ma che ormai è divento un’abitudine sorda: il bisogno impellente di imprecare, di stringersi dentro uno sguardo torvo, di morire a poco a poco, salutando con il clacson che lacera i timpani la sentenza con cui, tutte le mattine, si monta in macchina per andare a lavorare.
Fantasie di morte per la signora che si piega le ciglia al centro della carreggiata e l’uomo grasso e brutto, con le dita infilate nel naso come per cercare un’illuminazione. Bestemmie per chi tiene alti i giri del motore con la pretesa di infilarsi nel varco lasciato libero da un autobus in manovra. Atroci sofferenza anche per i bambini, incolonnati con la grazia della carne in scatola davanti ai cancelli della scuola. Incubi per l’orologio che, all’incrocio tra via dell’Acqua Fredda e la complanare che porta alla Pisana, sentenzia un ritardo impossibile da recuperare: merda; il sole rimbalza sull’asfalto e mi ferisce. Il desiderio fugge strisciando nelle cunette pur di non sedermi accanto. Le ascelle, irritate, mi bruciano e i sedili in finta pelle della mia macchina non mi consolano: il semaforo è rosso. Mi fermo. E la vedo. Fa caldo ma lei non suda. Solo la sua pelle, scura, sembra diventare più morbida mentre si porta un ragazzino al seno. Le macchine finalmente stanno zitte. Lei, allegra, le accosta tendendo la mano. Io l’aspettavo: mi costa un euro ogni giorno farmi spiegare la vita. Quando arriva il mio turno, Lei mi dice soltanto: «Domani parto».
«E dove vai?»
«A casa, in Bosnia. Mi faccio un po’ di vacanze, ritorno tra due mesi».
Le porgo la mia moneta, adesso anche io sorrido.
«E tu, quand’è che vai in vacanza?», mi chiede.
Io non vado in vacanza. Ad agosto mi chiudo dentro casa, sudo e scrivo: «Io devo lavorare, per me niente vacanze».
Lei si stringe nelle spalle: «Ma dai». Poi mi carezza la guancia e, sulla mia condizione, riflette: «Poverino…».
Il semaforo è verde e qualcuno, da dietro, riprende a suonare. Metto la prima e lei resta lì: avanzo e la saluto con gli occhi.
Affondo il piede sull’acceleratore e ci metto pochi secondi a superare i cento all’ora. Guardo il contachilometri salire mentre mi lancio in un sorpasso a destra. Poi anche io lo penso.
«Poverino…».

Quando l’uomo bianco è perplesso

Lo zenzero, contorto, aspettava affastellato alla rinfusa. Faceva compagnia a porri giganteschi, dal sapore forte e di color verde scuro. Le patate dolci erano impilate dentro cassette di legno, venivano dall’India, il paese di Indira.
Di Indira mi piacevano i vestiti: velluti dorati sulla pelle scura e, sull’ombellico, un anello d’argento e pietre dure. Lei l’avevo conosciuta camminando: la via Appia per piazza San Giovanni, poi su, attraverso Piazza Santa Croce fino a Piazza Vittorio, tra i banchi del mercato, sotto al sole. L’uomo del pesce dava ai gatti quello che gli era rimasto: branchie, fegatelli, squame, tante spine, un carapace vuoto di granchio. Indira stava là, poi mi avrebbe svelato di essere capace di capire il sesso dei gattini dallo sguardo.
Io, Indira, la guardo negli occhi: lei, ferma con le buste della spesa tra le mani; più tardi sarei rimasto incantato nel vederla cucinare. Sono io che le porto le buste della spesa su per le scale del palazzo con i soffitti alti e le finestre spalancate sopra il mercato. L’ascensore è rotto. Indira abita al quinto piano. Quando passa la metropolitana trema tutto il pavimento, intanto faccio come mi dice lei e mi metto seduto. Zenzero, cannella, curry, pepe nero, noce moscata: Indira conosce mille modi per addomesticare il riso basmati. Le polveri si infiammano nella padella rovente, si sciolgono in olio profumato. Indira, da bere, mi ha dato un bicchiere di yogurt bianco pieno di cubetti di ghiaccio. Non bastano alle mie passioni per smettere di sognare più caldo del sole che fuori sta sciogliendo l’asfalto. Il riso basmati arriva in un piatto incorniciato da elefanti azzurri, lo prendiamo con le dita e lo mangiamo. Con la lingua rubiamo i chicchi che ci facciamo scappare dalle labbra. Girando intorno al piccolo tavolo di legno della cucina, Indira viene a prendermi. Una sua mano stringe la mia sulla pelle calda della pancia fermando il gioco che cercavo intorno al cerchio d’argento dell’ombellico. Poi, vicino alle orecchie, Indira sussurra: “Aspetto un bambino”.
Sotto casa di Indira è quasi finito il tempo del mercato. Mille cassette per la frutta sfasciate e torzoli marci di insalata non turbano l’ordine dei sacchi pieni di spezie che vende Alì. Lui se ne sta seduto su una sedia di vimini e aspetta i clienti. Con una premonizione risponde al mio saluto: “Quando l’uomo bianco è perplesso mangia il cous-cous”.

Roma criminale di Armati e Selvetella

Recensione di Luca Moretti, da Terranullius.it

a.roma-criminale_1157_x600Con la morte di Remo, il Natale di Roma era compiuto e Amor sarebbe stata la parola esoterica che i pontefici avrebbero sussurrato nei secoli dei secoli nelle zone più recondite delle loro celebrazioni. Da quel momento in poi non aveva più nessuna importanza il luogo da dove si veniva, né si sarebbe dato credito a ciò che ognuno si lasciava alle spalle: chiunque avesse avuto la voglia di entrare nel solco tracciato da Romolo e santificato da Remo sarebbe diventato il figlio del dio della guerra e della dea dell’amore, sarebbe diventato un romano.

Ci sono momenti in cui Roma mi è sembrata oscura, buia: quando hanno ammazzato Paolo Frau ad Ostia, quando periodicamente andavo a fumare all’Idroscalo, luogo scempio dell’omicidio di Pasolini o quando mi fermavo davanti alla lapide in onore di Paolo Rossi alla Sapienza. Sono pochi anni che si cerca di dare una sistemazione concettuale al crimine romano, in fin dei conti Roma è la capitale, a Roma ci sono i ministeri e gli stronzi in doppiopetto, a Roma c’è il Tevere che trasborda e topi grandi come lontre, ma questa è un’altra storia e in certe fogne è meglio non scavare.

Roma è stata, è e rimarrà nei secoli una città oscura, che nel crimine di piazza come in quelli di palazzo, ha fondato il suo benessere e la sua sopravvivenza, è stata il luogo di convivenza corale tra pezzenti e politici, killer e ingegneri, folli e tristemente sani di mente.

Cristiano Armati e Yari Selvetella attraversano la Città Eterna spinti da un vento freddo che ricongiunge e si fa sintesi del luogo, dalle borgate pasoliniane fino ai centri più oscuri del potere. Roma Criminale ripercorre la storia della capitale dalla sua fondazione, a partire da Romolo, nuovo Caino, fino alle cronache recenti, all’omicidio di Marta Russo e al fuggitivo Liboni.

Delitti cruenti e stupri di gruppo legano indissolubilmente la storia recente con quella passata: Sonzogno, Pecorelli, Pasolini sono solo alcune delle vittime di una Città che ha visto quotidinamente farsi rosso il sangue sulla lama del coltello. Nonostante la prudente impostazione saggistica, il libro presenta un grande talento affabulatorio; ci chiediamo se la bravura sia degli autori o, ancora, dell’Eterna Meretrice, con i suoi sampietrini e le sue chiese, un locus amenus finalmente riconsegnato alla patria del noir, che nulla ha da invidiare alle moderne ambientazioni francesi o americane. E’ un libro da leggere e sfogliare, in cui poco importa la cronologia dei singoli casi, essi hanno vita propria e una soluzione ancora lontana.

La leggenda di Anagnina

Dove finisce la città e comincia la periferia, ci vogliono venti fermate di metropolitana per arrivare fin qui partendo dal centro e scendendo alla stazione di Anagnina. Nelle aiole sono stati piantati i semafori: la loro luce rossaè una benedizione per quelli venuti da paesi lontani a lavare i vetri delle macchine in cambio di tanti insulti e qualche monetina. La poca erba corrosa che è rimasta ai lati della strada è buona soltanto alla pancia stremata di un cammello che sogna il deserto e sputa per terra quando la frusta del domatore glielo chiede: una volta all’anno, qui ad Anagnina arriva il circo con le sue roulotte scassate e il suo tendone scolorito. Con un euro si prende lo zucchero filato. Con tre euro si possono lanciare cicche arroventate a scimmie moribonde. Con cinque euro si assiste allo spettacolo completo: i gargarismi di fuoco della donna cannone, la lotta di un sandokan pelato con il feroce alligatore, l’eccitazione per i giorni migliori di una ballerina brasiliana, più nuda delle sue gambe con le vene varicose.

Al circo di Anagnina, ormai, hanno smesso di esibirsi le star internazionali: l’uomo-bruco è morto e Jack “faccia da cane” è andato a vendere la sua deformità altrove. Arriva la sera e le tribune restano vuote. Spettacolo dopo spettacolo, il circo naufraga senza nessun testimone. Il domatore dimentica di essere spietato, spalanca le gabbie e dice alle sue bestie: “Arrangiatevi se volete trovare da mangiare”.

L’erba secca andava bene al cammello e, nelle fogne aperte sotto il cielo, trovò rifugio il feroce alligatore. Ma alla ballerina il cibo non bastava, lei poteva vivere soltanto di danza e di passione. Passione offerta ai lavavetri e comprata a prezzi popolari: dieci euro per la bocca, venti per l’amore. Amore senza precauzione: dalla pancia delle ballerina saltò fuori una bambina che aveva addosso i cinque continenti. Il bruno della terra, il giallo del sole, il rosso del furore, il bianco del freddo in fondo al cuore. La bambina si presentò al mondo dalla parte dei piedi e, come levatrice, ebbe soltanto la Donna Cannone. Così, appena nata, la bambina perse la mamma e trovò un padrone: un domatore di seconda classe, un dittatore che non aveva ancora imparato a nascondere la frusta e ad accendere la televisione. Tra tutti i santi del calendario e i cartelli della metropolitana, il domatore fece confusione e non trovò alla bambina un nome più bello di quello di Anagnina. Anagnina Sanchez per l’ufficiale di stato civile un po’ ubriaco che dimenticò i dati necessari alla sua registrazione. Lui beveva tanta grappa e Anagnina non seppe più quanti anni aveva. Da ragazzina, Anagnina abitò insieme a quelli del circo, ma soltanto finché fu capace di entrare tutta intera dentro una scatola di scarpe, perché le ossa che si allungano per accogliere la carne non fanno bene alla carriera di una contorsionista. Le tette che si gonfiano, invece, alzano il coperchio della scatola e dicono al domatore che è arrivato il momento di insegnare ad Anagnina come si fa a soddisfare quel desiderio di ballare che una volta era stato di sua madre ma che adesso era suo. Lo stesso desiderio che salva Anagnina dalle ire di un controllore quando, sulla metropolitana, viene sorpresa a viaggiare senza biglietto. Troppo cresciuta per essere ancora una contorsionista, Anagnina era stata mandata via dal circo con un’unica consolazione: un talismano che la donna cannone aveva confezionato lucidando nella sua barba un dente di cammello. Con questo amuleto appeso al collo, Anagnina seguì il controllore negli uffici dove stampano i biglietti della metropolitana: se era cresciuta troppo per fare la contorsionista, Anagnina era cresciuta al punto giusto per cominciare a fare la puttana. Anagnina obbedisce ai clienti e, se si mette in ginocchio, non lo fa certo per pregare, ma per impastare il suo pane con chi paga: domatori di leoni, controllori di biglietti e poi soprattutto poliziotti. Gente interessata a verificare che Anagnina fosse in regola con la questione dei permessi di soggiorno e quella dei passaporti.

I poliziotti chiudono gli occhi sui documenti che Anagnina non ha mai avuto e li riaprono davanti a qualcos’altro: il corpo di una ragazza completamente nuda con, appeso al collo, il dente di un cammello avvelenato dal monossido di carbonio che l’animale mangiava insieme all’erba di Anagnina, non la ragazza, ma la stazione della metropolitana. Luogo sperduto dopo le ore di punta, la stazione di Anagnina viene popolata, improvvisamente, da una lunghissima processione di persone in uniforme: poliziotti, guardie di finanza, ispettori forestali, carabinieri. Si raccontavano l’uno con l’altro, i militari, quello che stava succedendo grazie al corpo di una ragazza che aveva addosso tutti i continenti e che trasformava i gradi delle divise e le mostrine in miracolosi rimedi contro i mali. Così le guardie smisero di essere sergenti, caporali, marescialli e capitani; persero le  pistole ai fianchi, le le torture in caserma e le ulcere gastrointestinali e, come per magia, diventarono giardinieri, fornai, pasticceri, muratori e falegnami.

Questa storia, accaduta allora, adesso è una leggenda: qualcosa che si sente raccontare a bassa voce dai più vecchi tra tutti i pendolari. Qualcosa che consiglia a tutti di cercare bene perché da qualche parte deve pur danzare ancora la seconda bocca della ragazza che si chiama come una fermata della metropolitana: Anagnina; la ragazza che, prima di diventare santa, era stata guaritrice di poliziotti, puttana, contorsionista e ballerina.

Il feticismo della guardia: guerre, uniformi e altre oscenità

C’era una volta un bastimento carico di uomini neri. Uomini razziati nel cuore del continente africano, legati uno all’altro con un cappio stretto intorno al collo, segregati nel buio delle stive, torturati e malnutriti: se sopravvivevano diventavano schiavi. Carne fresca che al mercato di Mkunazini si vendeva un tanto al pezzo: un dollaro per un bambino, dodici per una bella ragazza, di più per un uomo grosso e forte. Tutto questo, come ricorda il reporter Ryszard Kapuscinski (Ebano, Feltrinelli) succedeva a Zanzibar, l’isola maledetta, la “stella nera”, in pratica solo uno dei luoghi dove i mercanti portoghesi (e altri con loro e dopo di loro), grazie all’approvazione dei re e alla benedizione di dio, smerciavano gli schiavi diretti alle piantagioni degli Stati Uniti o del Brasile: schiavi che i mercanti chiamavano semplicemente “ebano”, sottolineando, con questo nome, come gli uomini resi oggetto del loro commercio non fossero altro che cose.

Ridotte a cose, le esistenze degli schiavi vennero condannate al lavoro brutale e coatto mentre, le manifestazioni delle loro menti, furono umiliate e negate. Fu allora, infatti, che le visioni del mondo e i saperi antichi e preziosi degli uomini africani resi schiavi vennero passate al vaglio della teologia cristiana e dello scientismo razzista anche se, ancora una volta, furono i mercanti portoghesi a trovare un nome ai comportamenti rituali e alle raffigurazioni di divinità che, derise in quanto reputate primitive e irrazionali, vennero indiscriminatamente archiviate sotto la voce “feticismo”. Così, quegli oggetti ai quali le popolazioni locali rivolgevano una particolare devozione, divennero “feticci” mentre i “feticisti” sarebbero stati gli adepti di un culto che i primi missionari, considerandolo frutto del demonio oppure esempio di degradazione umana, provarono con zelo a sradicare.

Feticismo, colonizzazione, cosificazione


Dal gergo dei mercanti
, attraverso le relazioni compilate da missionari e da viaggiatori, il termine portoghese “fetiço” venne tradotto in tutte le lingue europee. L’etimologia della parola, derivata dal latino “factitius” (artificiale), lasciava intendere che, di fronte al feticcio, si aveva a che fare con un oggetto prodotto mediante un procedimento tecnico, un procedimento che trasferiva all’oggetto il controllo di quelle qualità che la natura offre all’uomo come incerte: la fertilità della terra, la clemenza del tempo atmosferico, la capacità di procreazione.

Con questa accezione, il feticismo entrò a far parte della scienza delle religioni nella seconda metà del XVIII secolo grazie alla fortunata opera del magistrato francese Charles De Brosses il quale, raccogliendo le riflessioni operate da Hume nella sua Storia naturale della religione (1757), scrive Sul culto degli dei feticci o parallelo dell’antica religione egiziana con la religione attuale della nigrizia (1760; trad. it. Bulzoni, 2000), un libro che trasforma quelle che erano state le visioni preconcette di osservatori occidentali in un sistema religioso di senso compiuto e che, sostenendo una teoria evolutiva della storia umana, colloca tale sistema religioso sul gradino più basso dello sviluppo morale e materiale: quello dell’infanzia dell’umanità.
Stigmatizzando l’impostazione di De Brosses, l’etnologo Marcel Mauss (1907) negò ogni validità scientifica al concetto di feticismo, contribuendo in maniera decisiva a collocare la storia di questa idea sul versante del malinteso.

04.Feticcio1Un malinteso che, se riletto attraverso il Discorso sul colonialismo del poeta martinicano Aimé Césaire (1955; trad. it. Lilith, 1999), rende il feticismo un miraggio, un pregiudizio nato all’interno di rapporti – quelli tra colonizzato e colonizzatore – che: «trasformano il colonizzatore in pedina, in maresciallo, in guardia-ciurma, in frusta e l’indigeno in strumento di produzione». Poiché tra colonizzatore e colonizzato, continua Césaire: «c’è posto solo per il lavoro duro, l’intimidazione, la pressione, la polizia…»; allora, conclude il poeta: «Adesso tocca a me porre un’equazione: colonizzazione=cosificazione».

Uomini e cose

Rinchiudendo le credenze degli indigeni africani tra le sbarre della categoria feticismo, i colonizzatori crearono una realtà, quella di un’umanità stupida e barbara, e, allo stesso tempo, prescrissero i modi con cui affrontarla, suggerendo la necessità di un domino territoriale che sottraesse ai suoi legittimi abitanti tutte quelle ricchezze che essi, nell’opinione degli stessi colonizzatori, non sarebbero stati capaci di sfruttare in maniera razionale.

Certo è che, esplorata alla luce di questa prospettiva, la riduzione al feticismo delle culture africane suona come grottesca e paradossale. “Feticiste”, infatti, non sono tanto le credenze dei gruppi umani che attribuiscono una forza magica e sacrale agli oggetti del loro culto. Feticisti, piuttosto, sono i comportamenti degli stessi colonizzatori che, nei confronti degli indigeni, operarono quel “doppio scambio” che nel suo Fascino. Feticismo e altre idolatrie (Feltrinelli), il filosofo Ugo Volli riconosce come la faccia buia dei rapporti di potere occultati dal fascino ambiguo delle cose. Perché, proprio nel comportamento dei colonizzatori, vediamo il modo in cui: «ciò che dovrebbe essere soltanto una cosa inerte» – la frusta: simbolo dei colonizzatori e del loro ruolo – «si presenta con i caratteri più intensi della vita e del potere,» mentre: «ciò che è vivo e riguarda la persona» – gli indigeni soggetti alla colonizzazione – «risulta ridotto a puro oggetto, cosa fra le cose».

03.Feticcio9Attraverso le riflessioni di Ugo Volli, in sostanza, vediamo come il feticismo degli schiavisti europei si abbatta sui popoli africani attraverso il superamento di un confine: quello che separa gli uomini dalle cose. La schiavitù, da questo punto di vista, è un’autentica “deprivazione dell’umano”, una pratica che, se ebbe modo di sfogare la sua ferocia in oltre quattrocento anni di impunito esercizio sul territorio africano, allo stesso tempo non garantì alla placida Europa l’immunità dai terrificanti effetti di ritorno del mostro che essa aveva creato. 

Arriviamo, così, ai campi di concentramento nazisti e, risalendo la corrente del dramma fino alla contemporaneità, tocchiamo i campi che, nella ex Jugoslavia, sono stati allestiti nel nome della pulizia etnica e sulla scia di quell’azione disumanizzante che l’Europa praticò in Africa senza poter fare a meno di insegnarla a se stessa. «E così, un bel giorno,» commenta Césaire: «la borghesia viene svegliata da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori inventano, rifiniscono, discutono intorno ai cavalletti». Quello che veniva preparato, attraverso il nazismo, era il tragico epilogo di una volontà di dominio fondata, come nel caso della colonizzazione, sull’elezione di una parte del genere umano a razza eletta; l’abbattimento di ogni distinzione tra l’uomo e l’oggetto era ciò che, nella schiavitù come nel nazismo, sarebbe stato celebrato.

Quando il potere indossa l’uniforme

Numerosi intellettuali hanno riflettuto sulla barbarie del nazifascismo e sulla crudeltà della colonizzazione e della schiavitù rinvenendo, in questi tristi periodi storici, l’inserimento coatto di interi popoli e intere culture all’interno delle strutture di uno spietato dominio sado-masochista. Basti ricordare, a tal proposito, il terribile Doveri di violenza, dello scrittore maliano Yambo Ouologuem o, per restare tra i militari, il pluricensurato Salò di Pier Paolo Pasolini. Il film di Pasolini, in maniera particolare, mette in scena una sorta di iconografia funebre che ha nelle impeccabili divise, negli stivali tirati a lucido, nelle lucenti decorazioni di guerra, i suoi luoghi centrali. La sbirraglia nazifascista, d’altra parte, ha curato in maniera ossessiva le uniformi, nascondendo dietro le croci al merito l’incredibile villania di massacri che, spesso e volentieri, vennero perpetuati ai danni dell’inerme popolazione civile.

02.Feticcio6La questione delle uniformi, tra quelle sollevate dai problemi della guerra, potrebbe sembrare una materia futile e scontata essendo, le uniformi, un semplice mezzo di distinzione, un modo per distinguere un esercito da un altro. Oltre questa considerazione tecnica, però, lo studio della storia degli eserciti europei mostra come, le uniformi, furono tutt’altro che la prima preoccupazione degli stati nel momento in cui questi equipaggiavano i loro eserciti. Al contrario, il problema dell’uniformità dell’esercito – come il problema del feticismo – si pose come tale soltanto nel corso del XVIII secolo e, come mostra la storica Sabina Loriga in un libro (Soldati, Marsilio) dedicato al più antico esercito italiano, quello piemontese: «ci vollero molti anni perché la divisa, distribuita per la prima volta nel 1671, diventasse un elemento caratteristico e insieme scontato della vita militare». 

Ecco, allora, i pantaloni bianchi, il giustacuore azzurro, la sciarpa azzurra intrecciata d’oro: «anche grazie a tanta armonia cromatica,» spiega la Loriga, «la divisa permetteva di segnare l’uniformità della truppa: fili di corpi della stessa altezza, visi e baffi uniformi».
Attraverso l’azione di questa nuova politica militare, in sostanza, il difforme elemento umano che compone l’esercito viene eliso dall’uniformità delle nuove divise, simulacri del potere di vivere o, come direbbe Foucault, di respingere nella morte. 

Un’operazione feticista in piena regola, dunque, quella che attraverserà le caserme del XVIII secolo e che si soffermerà sui corpi dei soldati per addomesticarli alle esigenze di una nuova gerarchizzazione sociale che, se restituirà al mondo il soldato in uniforme, segregherà il soldato nei cordoncini e nelle mostrine della sua stessa divisa, lo distinguerà in maniera irriducibile dal civile e lo preparerà, già nel corso del XIX secolo, a rendersi responsabile dei più grandi massacri mai ricordati nella storia dell’umanità. Massacri che, in massima parte, saranno destinati ad abbattersi sulla popolazione civile: uomini, donne e bambini privi di quei “caratteri intensi della vita e del potere” che “il feticismo della guardia” toglie alla gente comune e riconosce all’uniforme. 

Il fascino della divisa, il feticismo della guardia

«Anche le donne che sostengono di non badare che al fisico d’un uomo,» scriveva Proust ne La strada di Swann, «vedono in quel fisico l’emanazione di una certa vita. È la ragione per cui s’innamorano dei militari, dei pompieri: l’uniforme le rende meno esigenti per il viso; credono baciare sotto la corazza un cuore diverso, avventuroso e dolce».

Tuttavia Anna, una giovane ragazza moldava, non si è innamorata di nessuno, semplicemente: «Per cento dollari potevano fare di me ciò che volevano, arrivavano ubriachi a qualsiasi ora, pagavano e facevano di tutto. Volevo chiedere aiuto ad uno dei tanti soldati che mi hanno portata a letto ma loro pagavano, volevano solo una cosa e non ascoltavano» (Dall’Avvenire del 2.2.2001). I soldati di cui parla Anna sono i militari della Kfor, la forza Nato che deve avere una bizzarra idea della pace visto che, la sua presenza nei Balcani, più che alla causa della pace ha giovato, fin’ora, alla causa dello sfruttamento della prostituzione.

Come i loro colleghi della Kfor, anche alcuni militari del contingente italiano di stazza a Massaua, impegnati a garantire la difficile pace tra Etiopia ed Eritrea, sembrano vivere “il fascino della divisa” che indossano limitandosi ad utilizzare l’Altro (il civile) come una cosa: coinvolti in un giro di prostituzione infantile che prevedeva orge con bambine di 10, 11 anni sono stati privati della libera uscita per punizione. D’altronde, protestava il funzionario Farkhan Haq: «quando nella scorsa primavera è scoppiato un caso simile (…) e che coinvolgeva soldati del contingente olandese, la commissione era formata esclusivamente da funzionari delle Nazioni Unite» (Da La Repubblica del 25.08.2001).

Funzionari che, negli ultimi tempi, si sono trovati a fronteggiare una serie documentata (oltre 1500 testimonianze) e agghiacciante di accuse che puntano il dito contro i campi profughi e contro i caschi blu in missione di pace in Africa Occidentale. Questi barattavano il cibo, le tende e gli altri aiuti umanitari con il sesso dei loro spesso piccolissimi assistiti: «L’indagine ha anche appurato le cifre pagate dagli operatori: una ragazza liberiana ha ottenuto 10 centesimi di euro; in Guinea alcuni caschi blu avrebbero pagato 5 euro» (Nota UNHCR-Save the Children del 27.2.02).

Cifre, queste pagate dai militari moderni, che farebbero invidia a un negriero di tre secoli fa, segno che il feticismo della guardia concede soltanto quel tanto che basta alla sopravvivenza dei mezzi di riproduzione (del proprio piacere) e in questo, tale forma di deprivazione dell’umano, non si discosta dal feticismo delle merci di cui parlava Marx quando criticava l’attitudine capitalistica a presentare i rapporti tra le persone e le classi sociali, non come rapporti tra uomini, ma come rapporti tra cose. 

Rapporti che negli ultimi tempi sono tornati a stabilire limiti sempre più angusti all’essere umano visto che non si fanno scrupolo di trasformare nelle cifre statistiche previste dalle “guerre preventive” a cui si demanda il compito di “esportare la democrazia” quelle che, nella realtà, sono persone morte nel corso delle sviste di “bombardamenti chirurgici” dei quali si racconta che sono stati dolorosi ma inevitabili. Inevitabili proprio perché questo fa il feticismo della guardia: dispensa guerre, uniformi e altre oscenità.

Vienna 1925: un capitolo di antisemitismo e di repressione sessuale

Città particolare Vienna: adagiata dove le pendici orientali delle Alpi digradano fino a incontrare le steppe ungheresi, lungo le alture costeggiate dal Danubio, la vecchia capitale dell’impero asburgico offre ai contemporanei una storia che suona come una condanna. La condanna a vivere se stessa come punto fermo di un confine culturale, una porta chiusa in faccia alle pressioni mediterranee, una roccaforte dall’interno della quale votarsi a una sorta di perpetua resistenza. Perché resistere è la parola d’ordine che i governanti austriaci, da secoli, ammansiscono al popolo. Una resistenza che ogni volta maschera le sue esigenze politiche ed economiche con una retorica da guerra santa, un linguaggio da soluzione finale accompagnato dalla puzza di zolfo con cui, immancabilmente, si avvolge l’avversario di turno nei panni del diavolo in persona.

Bastione cattolico nell’Europa orientale, per secoli, il grande impero di cui Vienna era capitale, ha edificato la sua identità consacrandosi a una duplice missione: la resistenza alla pressione ottomana e la lotta all’eresia protestante. Uno stato di guerra permanente che impedì alla corona d’Austria di abdicare dal suo ruolo di difensore della cristianità anche quando, con il XIX secolo, l’opposizione all’islamismo e al luteranesimo perde la sua pregnanza storica. In bilico tra nuove filosofie e concezioni strapaesane, allora, la Vienna di quegli anni è la città del principe Metternich, cabina di regia di una restaurazione convinta che una buona polizia avrebbe senz’altro potuto avere la meglio su quelle fantasie che un corso di nome Napoleone Bonaparte aveva esportato in mezza Europa. A cominciare da quella che era stata una delle conquiste più importanti della rivoluzione francese, l’emancipazione di milioni di individui costretti, fino ad allora, a subire la vergogna dei ghetti, la violenza dei pogrom, l’onta delle prediche forzate: gli ebrei.

  • Il disagio nella contemporaneità

Una transizione tutt’altro che semplice quella che, dall’ancien regime, avrebbe dovuto traghettare un continente intero verso la contemporaneità proponendo un nuovo modello di stato laico, fondato sui diritti di cittadini uguali di fronte alla legge. Un processo che, nell’Austria imperiale, fu più lento che altrove. Ancora nel 1848, infatti, il numero di famiglie di religione ebraica residenti a Vienna non poteva, per legge, superare le 200 unità. Solo nel 1867 una nuova legislazione, sancendo l’uguaglianza dei diritti civili, abrogò il numero chiuso e Vienna cominciò a popolarsi di ebrei che, attraverso l’esercizio delle arti liberali e delle professioni legate all’economia e alla cultura, furono gli animatori di ciò che ancora oggi molti storici ricordano con il nome di “età dell’oro di Vienna” anche se, come sottolinea Paolo Genesio: «Per lunghi periodi, fra il 1815 e il 1914, Vienna non fu d’oro più di quanto il Danubio fosse blu».

Dopo una breve stagione di governo liberale, infatti, una vasta area di malcontento si coagulerà intorno ai nuovi partiti di massa di ispirazione cristiano-sociale e pangermanista. Questi, fautori di una politica demagogica e oscurantista, fecero di un acceso antisemitismo la loro bandiera, presentando come componente essenziale della propria linea di azione la lotta contro gli ebrei, considerati registi occulti di un gigantesco complotto che, dalla rivoluzione francese in poi, avrebbe operato per corrompere le radici spirituali dei popoli cristiani spianando la strada a una dominazione giudaica che una nutrita pubblicistica di matrice cattolica e razzista prometteva come terribile e imminente.

  • Così respirò Adolf Hitler

Anche il giovane Adolf Hitler, immigrato a Vienna in cerca di fortuna, unì le sue frustrazioni di imbianchino disoccupato all’ammirazione per il violento capo degli antisemiti viennesi: Karl Lueger che governerà Vienna dal 1895 al 1910 e di cui, il futuro dittatore, tesserà le lodi nel Mein Kampf (1926) salutandolo come «il più grande borgomastro tedesco di tutti i tempi».

Attraverso la vecchia via del pregiudizio antiebraico, in sostanza, l’antisemitismo nazista andava saldandosi con le opinioni di una chiesa cattolica che, lungi dal prendere le distanze dai cristiano-sociali, offre loro un ampio sostegno. Non a caso, anche in Italia, a pensarla come Adolf Hitler, troviamo un Alcide Degasperi che, dalle colonne di un giornale trentino, scrive: «In Austria […] spadroneggiava il liberalismo in tutte le sue forme. […] Vienna era completamente sotto il gioco degli ebrei. Giornalisti, si presentavano come l’indiscutibile opinione pubblica; industriali, tenevano gli operai cristiani in condizioni di schiavi; commercianti facevano con grandi bazar una spietata concorrenza ai piccoli negozianti indigeni; banchieri affamavano alla borsa dei cereali la classe dei contadini, e nei teatri e nelle scuole il loro spirito talmudico rovinava completamente la morale pubblica» (da «Il Domani d’Italia» del 15 maggio 1902).

D’altronde, come difensori de “la morale pubblica” e come irriducibili avversari de “lo spirito talmudico”, neppure le più alte gerarchie cattoliche vollero opporsi alle intenzioni omicide di Adolf Hitler. Questi, non appena preso il potere in Germania, raccolse anche la benedizione dei vescovi tedeschi visto che, sotto il suo spietato regime: «Il cristianesimo viene sostenuto, la moralità viene migliorata, la lotta contro il bolscevismo e l’ateismo viene condotta con successo».

Parola di mons. Berning, collega del vescovo Steinmann che, nel 1933, in occasione dell’esposizione della tunica di Cristo a Treviri, salutò la folla al grido di Heil Hitler spiegando poi che i vescovi tutti riconoscevano nel sanguinario aguzzino un baluardo contro «la peste della letteratura immorale».

  • Lo spirito talmudico e la letteratura immorale

La vena di forte pessimismo in campo sessuale che, a partire dalla speculazioni paoline, caratterizzerà il cattolicesimo, non trova nessun riscontro né nella Bibbia ebraica, né nell’Antico Testamento. Molti passi biblici, anzi, mostrano una forte spregiudicatezza in campo sessuale, offrendo al lettore narrazioni ricche di episodi dove perfino rapporti sessuali atipici o incestuosi vengono vissuti senza particolari drammi etici: dalle figlie di Lot che ubriacano il padre e, per soddisfare il loro desiderio di maternità, ci vanno a letto a notti alterne (Gen 19, 30-38), all’astuzia di Tamar, la vedova che, travestita da prostituta, inganna il suocero concependo un figlio con lui (Gen 38, 13-18). Un’autentica lode alle gioie sessuali, poi, è quella contenuta nei Proverbi, dove leggiamo: «Sia benedetta la tua sorgente; trova gioia nella donna della tua giovinezza; cerva amabile, gazzella graziosa, essa s’intrattenga con te; le sue tenerezze ti inebrino sempre; sii tu sempre invaghito del suo amore!» (Pro 5, 18-20).

Anche se è impossibile condensare in un discorso unitario la trimillenaria storia ebraica, tendenzialmente, in campo sessuale, nell’ebraismo non trovò spazio l’elogio della castità che caratterizza il cattolicesimo. È nota, semmai, una convinzione tradizionale ebraica: quella secondo la quale, il sesso, ha il potere di invocare sugli amanti la discesa della Shekinah, la “divina presenza”, un triangolo santo dove Dio si unisce all’uomo e alla donna nel mistero della procreazione. Privo del peso angosciante del peccato originale, l’ebraismo pone il gesto di Eva al di là del frigido territorio della colpa, elevandolo a merito: il merito di aver donato all’umanità una storia da vivere fuori dalla monotonia asettica del giardino primordiale. Così, se i rabini sono soliti invitare i credenti a celebrare degnamente lo Shabbat accostando, alle gioie delle lodi a Dio, le più terrene gioie della camera da letto, fuori dall’ortodossia, con pregnante humor ebraico, tra le comunità americane risuona una divertente domanda: «How do you get a Jewish girl to stop fucking?» – «You marry her», (Come puoi fare per impedire a una ragazza ebrea di scopare? – La sposi…). E, tanto per sottolineare che farlo “alla missionaria” non è certo l’unica posizione consentita al credente, in quell’immenso monumento di cultura ebraica che è il Talmud, semplicemente è scritto: «Tutto quello che l’uomo vuole fare con la sua donna può farlo» (Nedarim, 20). Inoltre, anche in pieno Medio Evo, la Lettera sulla santità (XIII sec.), offre sprazzi di luce per un desiderio sessuale che i cattolici erano propensi a credere cosa da bestie più che da uomini e afferma: «Non bisogna affatto pensare che l’unione carnale sia di per sé qualcosa di scabroso e di brutto, anzi, quando avviene nel modo giusto si chiama conoscenza». Sottolineando che il modo creduto come “giusto” è quello che prevede la partecipazione paritaria degli amanti all’atto sessuale, tant’è che, scrive l’anonimo autore della Lettera: «Non è opportuno possedere una donna mentre questa dorme, perché così non sussisterebbe mutuo accordo, e il pensiero di lei non sarebbe concorde con quello di lui».

  • Il pregiudizio antiebraico nell’età della rivoluzione erotica.

Provando, con un audace salto nel tempo, a calare la ricca e complessa tradizione ebraica nella Vienna degli anni ’20 troviamo che, tra i disastri economici che la prima guerra mondiale lascia in eredità all’Austria, la modernità dell’ebraismo in materia sessuale si impasta con i pregiudizi antiebraici nel proporre alle masse la figura dell’ebreo come essere dissoluto e crapulone, sentina di vizi lussuriosi, individuo dedito alla corruzione dei giovani e allo stupro delle fanciulle attraverso il potere conferitogli dal denaro e dalla carta stampata, dispensatrice di oscenità e pornografia. Quando, nel 1923, il grande sessuologo tedesco Magnus Hirschfel, visitò Vienna per tenervi alcune conferenze, trovò l’opposizione di una corposa compagine nazista che tentò di assassinarlo a colpi di pistola. Gli animi erano resi feroci da una martellante campagna di disinformazione che aveva individuato in Hirschfel, ebreo e omosessuale, l’incarnazione di quella figura di “sabotatore sociosessuale” contro la quale i nazisti prima invocarono, poi realizzarono, la deportazione e lo sterminio.

Tra le “colpe” di Hirschfel, quella di chiedere a gran voce l’abrogazione dell’articolo 175 del codice penale prussiano (restato in vigore fino al 1968!) che recitava: «Un atto sessuale innaturale commesso tra persone di sesso maschile o da esseri umani con animali è punibile con la prigione. Può essere imposta la pena accessoria della perdita dei diritti civili».

Contro una simile discriminazione, Hirschfeld, insieme agli psicologi H. Ellis e A. Forel creò la “Lega Mondiale per la Riforma Sessuale”, testimonianza concreta del fatto che, lungi dal restare confinati nella camera da letto, le abitudini e le inclinazioni sessuali attraversano il corpo sociale evidenziando visioni del mondo scomode rispetto a un potere reazionario, pronto a punire con la deportazione e l’assassinio ogni lieve discostamento da un’idea, questa sì tutta malsana, di “normalità”.

Se Magnus Hirschfield fu costretto dagli eventi a riparare in Francia per sfuggire alla persecuzione, nella Vienna degli anni ’20, un grande giornalista e scrittore di origine ebraica, Hugo Bettauer, sosteneva esplicitamente la necessità di operare nel costume sociale e sessuale una vera e propria “rivoluzione erotica”: una battaglia contro l’ipocrisia e la misoginia, quella sostenuta da questo coraggioso pioniere della cultura erotica, una storia che infiammò Vienna, prima della nuova preistoria nazista, in un’appassionata e tragica lotta in favore della libertà.

  • La straordinaria vita di Hugo Bettauer

Hugo Bettauer
Hugo Bettauer

Hugo Bettauer era nato nel 1872 a Baden, una cittadina a sud di Vienna, da una famiglia ebraica di origine ucraina. Convertitosi al protestantesimo a diciotto anni, Bettauer, per sfuggire alla coscrizione obbligatoria, riparò prima a Zurigo, poi negli Stati Uniti. Come giornalista, fu corrispondente da Berlino per diversi giornali americani prima di essere espulso dalla Germania in virtù delle sue inchieste spregiudicate. Da liberale radicale, Bettauer era aperto al positivismo e fece presto propria l’idea secondo la quale, scopo principe dell’intellettuale, è quello di educare le masse. Non a caso, fatto ritorno nella natia Vienna, Bettauer svolse un’attività molto intensa nel campo della divulgazione dell’educazione sessuale. Sorprendendo la censura austriaca con impianti modernissimi, nel 1924, Bettauer inaugura il primo numero di ciò che può essere considerata la madre di tutte le riviste erotiche contemporanee, il settimanale intitolato «Er & Sie. Wochenschrift für Lebenskultur und Erotik» (Lui e lei. Settimanale di cultura di vita ed erotismo).

Er und Sie, la prima rivista di Bettauer
Er und Sie, la prima rivista di Bettauer

Dalle colonne di «Er & Sie», Bettauer forniva ai lettori intrattenimento e informazione erotica, inventava rubriche di annunci per “cuori solitari” e, contemporaneamente, avanzava ardite rivendicazioni sociali, come la battaglia a favore del diritto di voto alle prostitute, mostrando, più in generale, la volontà di sottrarre l’erotismo dal dominio della vita matrimoniale, riconoscendo alle donne un’autonomia in campo sessuale che certamente non era quella che il costituendo regime nazionalsocialista andava pensando per loro. Il primo numero della rivista, di 12 pagine, stampato in 20.000 copie andò letteralmente a ruba mentre il secondo numero, di 16 pagine, superò addirittura le 60.000 copie vendute: un risultato straordinario!

Andò a finire che, giunti al numero cinque, la polizia fece irruzione nella redazione della rivista, sequestrando il settimanale e impedendone la prosecuzione. L’accusa mossa a Bettauer era quella di induzione alla prostituzione e, naturalmente, quella di pornografia.

  • Bettauer colpisce ancora… ma i nazisti non stanno a guardare

Mentre i giornali cristiano-sociali alzavano i toni della polemica antiebraica augurando al “pornografo” la morte come giusta punizione del suo tentativo di sedurre la gioventù attraverso la pubblicazione di fogli peccaminosi, lo stesso Bettauer non se ne restava certo con le mani in mano. Beffando ancora una volta la censura, iniziò la stampa di un nuovo periodico chiamato orgogliosamente «Bettauers Wochensrift. Probleme des Lebens» (La rivista di Bettauer. Problemi di vita) che fece immediatamente propria la causa della legalizzazione dell’aborto. Mentre anche questa nuova iniziativa editoriale firmata Bettauer andava a gonfie vele, l’impegno sociale del grande giornalista viennese non si limitava certo alla carta stampata. Basti dire che, una volta alla settimana, il suo ufficio in Lange Gasse si apriva per il ricevimento di tutti coloro che, cercando assistenza, si rivolgevano a Bettauer non solo per questioni di carattere sessuale ma anche per i gravi problemi di disoccupazione e di carenza di alloggi che affliggevano Vienna.

L'assassinio di Bettauer in prima pagina
L’assassinio di Bettauer in prima pagina

Per questa ragione, il 10 marzo del 1925, non fu difficile per Otto Rothstock, un odontotecnico venticinquenne, recarsi nella redazione della rivista e chiedere di poter parlare con herr doktor. Entrato nell’ufficiò di Bettauer, Rosthock tirò fuori la pistola sparando cinque colpi contro il giornalista. Poi, chiusa dall’interno la porta dello studio, aspettò semplicemente l’arrivo della polizia. Bettauer sarebbe morto dopo dieci giorni di agonia ma Rosthock aveva dalla sua parte Walter Riehl, avvocato nazista che assunse gratuitamente la difesa dell’imputato, trasformando il processo in una campagna antisemita e riuscendo a ottenere, per l’omicida, il riconoscimento della semi-infermità mentale e una condanna a soli 18 mesi. D’altronde, quando venne chiesto a Rosthock: «Perché l’hai fatto?»

L’imputato rispose solo: «Desideravo salvare i giovani dalle insidie tese loro da gente come Hugo Bettauer».

  • Vienna, la città senza ebrei

Dopo i turchi e i protestanti, dunque, come insegna l’omicidio di Hugo Bettauer, furono gli ebrei a incarnare la necessità viennese di avere un nemico da combattere, un demonio da annientare. Così, quella che, ancora negli anni ’20, sembrava solo una perniciosa fantasia, con l’annessione dell’Austria alla Germania (1938) diventava una tremenda realtà: la tremenda realtà di una città senza ebrei. Gli scritti di Bettauer, allora, dovettero suonare come tristemente profetici: ma quanti viennesi ricordarono quello che il loro concittadino scriveva già nel 1922 quando, per satireggiare il montante antisemitismo, veniva dato alle stampe il romanzo Die Stadt ohne Juden (La città senza ebrei)?

Copertina de "La città senza ebrei"
Copertina de “La città senza ebrei”

Ispirato dalla lettura di alcuni graffiti razzisti letti in un bagno pubblico di Vienna, ne La città senza ebrei Bettauer costruisce l’utopia negativa di una Vienna dove un’ordinanza espelle, pena la morte, tutti i cittadini di “origine mosaica”. Partito dall’Austria anche l’ultimo ebreo, Vienna precipita rapidamente in un baratro di povertà e provincialismo: chiudono i teatri, falliscono le banche e le attività commerciali, la moda è ridotta al loden e agli scarponi chiodati mentre le belle fanciulle viennesi, ripensando ai loro galanti e audaci corteggiatori ebrei, illanguidiscono nel ricordo e si struggono di nostalgia. In breve, la cacciata degli ebrei, si trasforma nella rovina di Vienna fino al punto che imponenti sommosse popolari costringono il governo a tornare sui propri passi e a richiamare in patria tutti gli ebrei espulsi che, rientrando in città, verranno accolti con manifestazioni di giubilo e grandi feste. Se il sottotitolo originale del fortunato romanzo di Bettauer recitava «Un romanzo di dopodomani», nella traduzione americana, più realisticamente, compariva la dicitura «un romanzo dei nostri tempi».

Tempi duri quelli che avrebbero aspettato l’Austria e il mondo intero, gli stessi che avrebbero consumato la tragedia della shoah e ridotto Vienna a una città stupida e di secondaria importanza. Una città che, ammazzati i pensatori illustri come Bettauer, costrinse alla fuga o alla morte oltre 180.000 israeliti, rinunciando al grande valore della differenza e privandosi delle intelligenze di uomini come Stefan Zweig, Joseph Roth, Gustav Mahler, Arthur Schnitzler, Ludwig Wittgenstein, Elias Canetti, Karl Krauss e Sigmund Freud…

«Da questo autentico salasso di energie nei vari campi della medicina, della letteratura, delle arti figurative, della musica, dell’economia, del diritto», osserva Luigi Reitani, «Vienna non si è ancora ripresa». E intanto, oggi che un mondo nuovo reclama i diritti forgiati da una società che si configura come multietnica e pluriconfessionale, nei sinistri palazzi del potere viennese, sospinto dal nazionalismo del FPO, cieco di fronte al passato, torna a risuonare contro tutti i presunti “diversi” un grido scellerato: “Resistere!”