Chi era Robin Hood? Scene di sesso e di lotta di classe nella foresta di Sherwood

Joseph Walker McSpadden, nel 1904, licenzia il suo Le avventure di Robin Hood con una prefazione in grado di arrivare in pochi passaggi al cuore del problema: «Le canzoni e le leggende su Robin Hood e la sua allegra brigata di fuorilegge hanno affascinato per più di cinquecento anni lettori giovani e non», afferma l’autore, ma Robin Hood: «È esistito davvero?».
In quanto scrittore, McSpadden sa bene che, sul fronte dell’immaginario, la realtà non ha mai avuto bisogno di un certificato di esistenza in vita. E che se c’è un buon motivo per considerare «veri» tutta quella massa di documenti scritti o tramandati oralmente di volta in volta definiti come miti, leggende, favole o racconti popolari (e il discorso vale anche per i romanzi, le canzoni e le poesie), questo motivo ha a che fare con il fatto che i miti, le leggende, le favole e i racconti popolari sono efficaci come poche altre cose nel momento in cui, quella stessa realtà alla quale devono faticare per dimostrare di appartenere, si rivelano perfettamente in grado di influenzarla fortemente e addirittura di plasmarla a loro immagine e somiglianza. Basta questo per spingere McSpadden ad affermare che: «Sarebbe bello se riuscissimo a prescindere dalla realtà storica e a credere agli eroi leggendari col cuore». Come dargli torto? Parlando di Robin Hood, una complessa ragnatela di significati ha incarnato nella figura mitologica del «ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri» i valori della libertà, dell’amicizia, del coraggio e della lealtà: simboli che nessuna rigorosa indagine filologica è in grado di interpretare nel momento in cui, come fa l’Oxford Dictionary of National Biography, si prende la briga di dedicare una sua intera voce a un personaggio – caso unico – soltanto per dimostrare la sua mancata esistenza…
In effetti, dopo gli anni d’oro compresi tra il Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo, quando generazioni di studiosi si adoperarono in tutti modi, dando per scontata la veridicità di Robin Hood, a trovare per il «Principe dei ladri» una data di nascita certa e una genealogia inoppugnabile, i ricercatori contemporanei hanno riconsiderato tutto il materiale giunto fino a noi, bollando le conclusioni precedenti come assolutamente inaffidabili, decisamente fantasiose e oltremodo carenti. In una parola: false. Robin Hood, insomma, non è mai esistito. E pazienza se al di là delle ballate che lo vedevano protagonista – un certo Robin, in compagnia di Little John, fa la sua comparsa già nel 1420 nella cronaca in versi della Scozia pubblicata da Andrew de Wyntoun, né, stando agli scienziati della letteratura, si può dar credito allo Scotichronicon di John Fordune e Walter Bower, compilato tra il 1420 e il 1450, o alla History of Greater Britain di John Major (1521), visto che questi scrittori sono convinti di aver avvistato lo stesso Robin Hood rispettivamente: intorno al 1266, tra i sostenitori di Simone V di Montfort detto «il Vecchio», conte di Leicester e animatore di una rivolta contro Enrico III destinata a concludersi con la sua morte; e nel biennio 1193-94, quando Riccardo I d’Inghilterra, «Cuor di leone», si trovava prigioniero in Germania dopo aver combattuto in Terra Santa.
La versione di Major, seppur non suffragata da prove, si alimentò e finì per amalgamarsi con le anonime e più antiche ballate dedicate a Robin Hood, quindi riuscì a imporsi come verità ufficiale sulla vita dell’eroe accanto ai versi composti dal poeta William Langland per il suo Piers Plowman (1377). Per Robin Hood, a questo punto, mancavano ancora una vera data di morte, «trovata» nel 4 dicembre 1198, e un epitaffio da immaginare inciso sulla sua pietra tombale, tradizionalmente «rinvenuta», tra diversi altri luoghi, nella cittadina di Kirklees. Tutti elementi che vengono presentati come fatti certi dal poema The True Tale of Robin Hood, scritto da Martin Parker nel 1632, un periodo in cui la biografia dell’eroe di Sherwood non ha nulla da invidiare, in quanto a ricchezza di informazioni, alle notizie disponibili per i vari protagonisti della storia «reale».
A tutto ciò non resta che aggiungere la complessa genealogia affibbiata a Robin Hood, sulla scia di documenti assolutamente inattendibili, dal membro della Society of Antiquaries William Stukely (1746), secondo cui Robin sarebbe stato un certo Robert Fitzooth, di nobili natali, per capire come mai, da quel momento in poi, dedicarsi alla decostruzione del mito del bandito inglese per sottolineare la sua totale appartenenza al mondo della fantasia sia diventato lo sport preferito dei cultori della storia medioevale britannica in quell’epoca «di scetticismo e incertezza» – la nostra – a cui lo stesso Joseph Walker McSpadden si duole di appartenere.
Una volta fatti i conti con la storia, e accettate con gli opportuni distinguo psico-antropologici le inoppugnabili prove con cui si afferma l’inconsistenza biografica di Robin Hood, non resta che ripartire dal luogo in cui tutto è cominciato: il corpus di scritti dedicati al fuorilegge più celebre di Inghilterra e alla sua «allegra brigata».
Si tratta, nella fattispecie, di una serie di ballate – Robin Hood e il monaco, Robin Hood e il vasaio, La morte di Robin Hood, Robin Hood e Guy di Gisborne… – a cui bisogna aggiungere il frammento di una commedia quattrocentesca e altro materiale incompleto compilato tra la fine del Quindicesimo secolo e la prima metà del Sedicesimo secolo: un periodo in cui l’arte del torchio era sufficientemente sviluppata e le ballate popolari di Robin Hood talmente celebri da spingere gli stampatori a produrre ciò che resta uno dei più grandi bestseller della letteratura medioevale. Da questa base, naturalmente, è partito McSpadden per la sua novellization delle leggende di Robin Hood: un lavoro che consente al lettore di respirare l’originaria atmosfera sassone dove era vissuto un bandito letterario che, fino a oggi, era conosciuto in Italia, oltre che grazie al celebre cartone animato della Disney, sopratutto in virtù del romanzo Robin Hood. Il Proscritto di Alexandre Dumas, pubblicato postumo nel 1873. Questa base, però, disponibile al lettore italiano grazie a Le ballate di Robin Hood curate da Nicoletta Gruppi per Einaudi (1991), è anche la stessa a cui bisogna tornare se, al di là dell’intrattenimento offerto dalla lettura dei testi, si è convinti che la dimensione psico-sociale dell’esistenza umana – luogo in cui Robin è senz’altro radicato – basti da sola a spingere qualunque osservatore interessato ad accostarsi a un fenomeno con la stessa serietà e passione con la quale si è soliti trattare la «realtà».
Se c’è un buon motivo per cui, come ha fatto la Walt Disney, è possibile rappresentare Robin Hood con le fattezze di una volpe, questo motivo risiede nell’atmosfera perennemente scherzosa che domina buona parte dei versi dedicati al bandito di Sherwood. Robin Hood, nelle ballate originali, è una specie di Ulisse: valoroso, senz’altro, ma prima di tutto scaltro, un uomo in grado di risolvere le situazioni più disperate ricorrendo ad ogni genere di astuzie, spesso facendo leva sulle debolezze morali scorte nei suoi interlocutori e dimostrando, in questo modo, di essere abile con l’arco, la spada e il bastone, ma, soprattutto, di essere un fine psicologo.
Spesso, a dire il vero, Robin Hood è anche goffo, sbruffone e avventato. Tutte caratteristiche che consentono ad altri personaggi, a volte più furbi o più forti di lui, di impartirgli sonore sconfitte in combattimenti talmente leali da sfociare, immancabilmente, nell’amicizia tra i due contendenti e la conseguente cooptazione del vincitore di turno nella banda capitanata da Robin. Memorabili, da questo punto di vista, sono gli incontri di Robin Hood con Will Scarlet, Fra’ Tuck, Middle lo stagnino e Arthur-a-Bland il conciatore, tutti in grado di tenere testa e sopravanzare Robin prima di essere arruolati nell’allegra brigata. Qui, potrebbe valere per ogni cultura popolare l’antico detto romanesco secondo il quale le mejo amicizie nascono dalle botte… ma, oltre a notare come, nelle ballate di Robin Hood, la gagliardia (e la goliardia) sia considerata una virtù morale, questo carattere a metà strada tra lo sbruffone e lo scaltro ha spinto molti studiosi di mitologia a interpretare l’arciere più abile d’Inghilterra alla luce della categoria del trickster, un termine inglese traducibile non a caso con la parola “ingannatore”, che, nella fenomenologia delle religioni, indica un attore mitico spesso dipinto come ladro o folle, in grado, con il suo comportamento imprevedibile, di sferrare formidabili scossoni all’ordine costituito e di apportare innovazioni altrimenti impensabili nel vivere comune.
La strada che porta verso una simile interpretazione è lastricata di buone intenzioni. Il ruolo assunto dal ladro in calzamaglia nelle feste precristiane di calendimaggio, prima di tutto. Quando per celebrare l’arrivo della stagione fertile andava in scena una sorta di capodanno carnevalesco in cui un attore travestito da Robin Hood inseguiva il Re del Malgoverno per bruciare poi la sua effige. Una teoria, sostenuta tra gli altri dagli antropologi Margaret Alice Murray e Robert Graves, che trasforma Robin Hood nella versione antropomorfa di una divinità dei boschi. Un’idea suffragata anche dalla poesia di William Shakespeare quando, nel suo Sogno di una notte di mezza estate (1595), Robin Godfellow diventa un’altro dei nomi assunti dal celebre folletto Puck:

Tu, se dalle maniere e dal sembiante io non m’inganno, sei
quel discolaccio, quel folletto bugiardo e malizioso che tutti
chiamano Robin Bravomo. Non sei tu quel bizzoso spiritello
che al villaggio spaventa le ragazze, che fa cagliare il latte
dentro i secchi, che armeggia tra le pale del mulino, e si rende
molesto alle massaie vanificando la loro fatica a sbattere la crema nella zangola?
Ed altre volte a far schiumar la birra,
o a far smarrire il cammino ai viandanti di notte, e ridere
del loro disagio? E t’adoperi, invece, premuroso, ad aiutare
nel loro lavoro, ed a portar fortuna a quelli che ti chiaman
vezzeggiandoti, «mio caro diavoletto» e «dolce Puck»?

Al di là della nobiltà shakespeariana della spiegazione fenomenologico-religiosa dell’origine del mito di Robin Hood, ricondurre il principe dei ladri al folklore celtico può spiegare alcune forme assunte dal suo carattere, ma non soddisfa l’esigenza di specificità che il clamoroso e plurisecolare successo del personaggio reclama.
Da questo punto di vista, allora, potrà essere più utile, ancora restando sui testi che lo descrivono, accostarsi a Robin Hood sottolineando quella che, a ben vedere, è la caratteristica davvero più clamorosa delle popolari ballate a lui dedicate: gli incredibili poteri attribuiti alla capacità di travestimento di Robin Hood e dei suoi uomini. Succede moltissime volte all’interno delle storie di Robin Hood: mascherandosi da mendicante o da macellaio il capo dell’allegra brigata riesce a beffare personaggi come lo sceriffo di Sherwood, che pure conosce davvero bene il suo acerrimo nemico. Come è possibile una cosa del genere?
Che cosa doveva rendere credibili alle orecchie dei primi ascoltatori dei cantastorie di Robin Hood il fatto che un po’ di cenere sul volto o un mantellaccio gettato sulle spalle facesse passare completamente inosservato il loro eroe? Come si spiega il fatto che, trovandoselo di fronte vestito come un elegante paggio, lo stesso Robin Hood non riesca a riconoscere neppure suo cugino Will Gamewell alias Will Scarlet? E come accettare il fatto che, quando è Lady Marian a travestirsi da uomo, nessuno metta in dubbio la sua identità, neppure il suo futuro e devoto marito?
Se ci trovassimo in un corso di scrittura creativa o di improvvisazione teatrale si potrebbe descrivere la tecnica, antica ma efficace, del mettere in scena una serie di personaggi che si comportano senza conoscere tutte le cose che i lettori o il pubblico sanno di loro: uno stratagemma esilarante, tipico, per esempio, del teatro delle marionette. Ma Robin Hood non è soltanto una storia che ha affascinato, nei secoli, oceani di persone. Robin Hood è anche e soprattutto la testimonianza di un mondo in cui i ruoli sociali apparivano come immutabili e in cui i vari status attribuiti alle persone in virtù del proprio sesso e della propria professione erano limitati e, nell’opinione comune, suscettibili di ben poche trasformazioni. È per questa ragione che, al semplice cambiamento di abito, corrisponde una piccola rivoluzione, in grado di togliere a chi osserva qualunque riferimento in merito all’identità del proprio interlocutore.
Perché, nella quasi totalità dei casi, si nasceva e si moriva contadini, macellai, stagnini, cavalieri o monaci, con ben poche possibilità di cambiamento. Inutile specificare che, in una simile situazione, la sola idea di scrollarsi di dosso il ruolo sociale acquisito per nascita appariva, più che utopico, semplicemente pazzesco.
Di più, una simile possibilità, in virtù di un sistema custodito con l’aiuto di un’ideologia che rimandava l’ordine delle cose al volere di Dio, in genere non si dava proprio. Questo almeno fino all’arrivo di Robin Hood. Che non a caso, nelle ballate più antiche, non è né un semplice contadino né un nobile, bensì uno yeomen: particolare categoria di coltivatori liberi dai gravami feudali e/o legati direttamente alla corona da uno specifico incarico e relativo reddito. Furono proprio gli yeomen, detti anche freeholders, ad adottare come arma il long bow: il celebre arco lungo costruito in legno di tasso, pensato per conferire all’arciere grande rapidità di tiro e una gittata che poteva superare i duecento metri. Sarà con quest’arma che le truppe inglesi di Edoardo I, nel 1298, sbaragliarono i temibili shiltrons capitanati dal ribelle scozzese William Wallace: contingenti di uomini armati di picche pesanti che, fino a quel momento, si erano dimostrati un ostacolo insuperabile per la cavalleria. Ma l’arco lungo di Robin Hood, non a caso – come narrato da Walter Scott in Ivanhoe (1860) – diventato presto uno dei simboli dell’orgoglio sassone contro la nobiltà normanna, testimonia anche e sopratutto istanze di cambiamento che il rigido sistema feudale allora in voga tentava in tutti i modi di asfissiare.
Le ballate di Robin Hood stanno alla poesia polare come il ciclo di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda sta all’epica di corte. Non è un caso, infatti, che così come si ricorda e si esalta l’amore romantico, puro e impossibile, tra la bella Ginevra e il prode Lancillotto, Robin Hood non sarebbe Robin Hood senza la presenza della tanto desiderata Lady Marian: eroina della volontà di scegliere l’uomo della propria vita sulla base di un sentimento e senza nessuna implicazione di carattere economico o tradizionale. È possibile cogliere scene di sesso, dunque, nella foresta di Sherwood, ma non solo. Come il cavaliere senza macchia e senza paura esaltato dall’epopea di Camelot era in grado di superare il recinto stereotipato delle vite dei santi in cui l’etica della filosofia scolastica rinchiudeva l’espressione vitale e letteraria, anche il Principe dei ladri riesce a indicare ai suoi pari la possibilità di un riscatto dalla subalternità. È questo, in effetti, il vero motivo per cui Robin Hood diventa un fuorilegge: la sua principale colpa, infatti, è quella di aver reagito all’ingiustizia, pagando con la messa al bando l’incapacità di «restarsene al suo posto» insita nel suo particolare senso dell’onore. Quella di Robin Hood, come ha mostrato il grande storico Eric J. Hobsbawm, non è nient’altro che una «forma primitiva di rivolta sociale». E Robin, alla luce di questa considerazione, è il prototipo di una categoria rintracciabile in epoche storiche diverse alle latitudini più disparate: la categoria del «bandito sociale».
Come argomenta Hobsbawm nel suo I banditi (Einaudi, 1969), i banditi sociali sono:

Fuorilegge rurali, ritenuti criminali dal signore e dall’autorità statale, ma che pure restano all’interno della società contadina e sono considerati dalla loro gente eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio. […] Il fenomeno […] si verifica, a quanto pare, in tutti i tipi di società umane che si trovano tra la fase evolutiva dell’organizzazione tribale e familiare e la società moderna, capitalista e industriale, comprendendo però le fasi di disgregazione della società a base familiare e quella di transizione al capitalismo.

E il ragionamento dello storico inglese è talmente calzante che, leggendo Le avventure di Robin Hood, non si potrà certo dimenticare come, quando l’eroe si precipita a Nottingham per salvare Little John dall’impiccagione, ingaggia con gli uomini dello Sceriffo una battaglia che, complice il supporto di gran parte della popolazione, sfocia in una vera e propria prova generale di rivoluzione.
Si potrebbe dire, parafrasando Mao Tse-Tung, che come il rivoluzionario, anche il bandito sociale «deve stare sommerso nel popolo come il pesce nell’acqua».
A differenza del rivoluzionario, però, il bandito sociale raramente si uniforma a una teoria in grado di dare un senso politicamente coerente alla sua azione. In primo luogo perché il suo scopo non è quello di abbattere il sistema di potere vigente, ma ricondurre tale sistema a rispettare diritti e prerogative misconosciuti o calpestati. Questo è vero, per Robin Hood, soprattutto in rapporto al comportamento narrativo di Riccardo Cuor di Leone: per gran parte del libro autentico «convitato di pietra», ma, improvvisamente, epifania risolutrice, portatore di una verità e di una giustizia che soltanto la temporanea affermazione di personaggi indegni aveva messo in discussione. Leggendo tra le righe di questa storia, soltanto apparentemente semplice, si possono ascoltare gli echi dei Re taumaturghi mirabilmente spiegati da Marc Bloch (I Re taumaturghi, Einaudi, 1991): gli unti dal Signore che, tra Francia e Inghilterra, in un periodo compreso tra il Decimo e il Diciottesimo secolo, esercitavano le prerogative reali dando prova di miracolosi poteri di guarigione, doti che attraevano alle loro corti folle di malati postulanti. Sottotraccia, scorreva una convinzione blasfema, ma di grande impatto popolare: gli uomini che sedevano sul trono, in un’epoca in cui i sovrani inglesi e francesi si contestavano a vicenda la legittimità dei reciproci possedimenti, avrebbero ereditato le virtù taumaturgiche dalla più scandalosa e santa delle parentele, quella che sarebbe discesa loro addirittura da Cristo attraverso Maria Maddalena, esule in Provenza dopo la crocifissione del Nazzareno.
Il recupero di questa ipotesi, antichissima, ma solo di recente divenuta popolare grazie al successo galattico de Il Codice Da Vinci di Dan Brown (2003), ci rende ancora più facile apprezzare il valore di Robin Hood nel momento in cui, mostrandosi un degno di un discendente di Maria, associa l’intero popolo che ha inventato le sue ballate all’impresa di migliorare le proprie condizioni grazie alla restaurazione di un ordine giusto. Quando Robin Hood «ruba ai ricchi per dare ai poveri», dunque, è proprio questo quello che fa. Non si limita, come sosterrebbero le spiegazioni meccanicistiche, a irrorare di ricchezze acquisite all’esterno le economie stagnanti a cui erano costrette le popolazioni di Nottingham e dintorni, ma introduce un’idea dall’enorme potenziale sovversivo: «ribellarsi è giusto», sembra dire l’eroe con il suo esempio, quando è la stessa giustizia divina ad essere messa in discussione. Tanto è importante questo grido, che gli anonimi cantastorie in grado di dare vita a Robin Hood scelsero di farlo sentire ancora più forte conferendogli una compagna eccezionale: Lady Marian, appunto; un formidabile sincretismo – data la facilità con la quale si può sovrapporre la figura di Lady Marian con quella della Madonna – grazie al quale il popolo si appropria di un diritto inalienabile e sempre foriero di nuove rivendicazioni: il diritto di essere considerati figli di Dio.
Arrivati a questo punto non ci si potrà stupire se, insieme alla diffusione delle ballate di Robin Hood, nell’antica Inghilterra si diffuse anche un modello comportamentale interpretato di volta in volta da tutti coloro che si ritrovarono nella condizione di «banditi sociali». Un processo di mimesi che spiega come mai, nel tempo, si siano sprecate le segnalazioni di Robin Hood in tutta l’Inghilterra, e che dimostra una volta di più come, se non si può parlare di «un» Robin Hood, parlare di tanti Robin Hood consente di avvicinarci alla realtà di un mito potente come poche altre invenzioni umane. Sembrerebbe quasi che la leggenda di Robin Hood contenga in se stessa gli anticorpi necessari alla sua sopravvivenza. E che, addirittura, questa strana forma di non-esistenza di cui gode il Pricipe dei ladri sia fondamentalmente necessaria. Perché soltanto in mancanza di un unico Robin Hood, chiunque può impugnare l’arco lungo e, armandosi di furbizia e coraggio, calzare i panni del bandito in calzamaglia, già salutato da Karl Marx come«il nostro buon amico Robin Hood, la vecchia talpa che sa lavorare così veloce sottoterra, la rivoluzione».

a.robin_castelvecchiPostfazione al volume Le avventure di Robin Hood di J. Walker McSpadden, a cura di Cristiano Armati, Castelvecchi, 2010.

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