Senza casa e senza cose: dopo lo sgombero, ecco il trattamento imposto alle famiglie di via Quintavalle

Arrivando in via Quintavalle, nel palazzo abbandonato di Cinecittà, a Roma, in cui per oltre quattro anni hanno vissuto un centinaio di nuclei familiari, il traffico delle poche automobili impegnate a raggiungere i parcheggi degli uffici lasciati aperti dalla crisi è interrotto da un rumore insolito: una specie di forte tonfo, seguito come da un secco frusciare di catene.
La zona è presidiata dalla polizia e alla rampa che porta all’ingresso del palazzo si accede solo dopo aver superato un posto di blocco e mostrato un documento. Il motivo di tanta attenzione è presto detto: lo scorso dieci agosto, gli uomini, le donne e i tantissimi bambini e bambine che vivevano nello stabile erano stato costretti ad abbandonare le proprie case e le proprie cose dopo un attacco in grande stile orchestrato dalla prefettura con l’avvallo dell’amministrazione comunale e l’ausilio di un ingente schieramento di polizia. Infatti si pensò addirittura di usare un elicottero per ottenere che il palazzo tornasse nella disponibilità degli speculatori e le famiglie trovassero rifugio sotto il portico della chiesa dei 12 Apostoli, nel centro della città, esattamente di fronte alla Prefettura.

La data odierna, molto semplicemente, coincide con uno dei tre giorni concessi dal magistrato agli ex occupanti per ritirare le proprie cose dallo stabile e spiega anche le ragioni del forte tonfo di cui si diceva prima. Ben piantato davanti al portone, infatti, un pubblico ufficiale dice all’occupante venuto a recuperare ciò che resta della sua vita di fare presto: «Altrimenti», aggiunge, «impedisci alle altre famiglie di prendersi la loro roba, che a una cert’ora ce ne andiamo, te lo dico…».
Mentre quel maledetto tonfo continua a risuonare cupo nel piazzale, le parole del pubblico ufficiale fanno forse più male dello stesso sgombero eseguito ormai da più di un mese, senz’altro è più umiliante dello spettro di decine di famiglie private di un tetto e costrette, appunto, a vivere in un accampamento di fortuna tra l’indifferenza istituzionale e l’incapacità, da parte dell’amministrazione comunale e degli assessorati competenti, di offrire soluzioni diverse da qualche posto in dormitorio alle donne in stato di avanzata gravidanza, alle persone molto malate e anziane, ai bambini piccoli purché separati dai propri padri…
Secondo il pubblico ufficiale, infatti, la colpa di una simile situazione, addirittura la colpa della sottrazione dei poveri beni degli occupanti sarebbe… dell’occupante stesso!
Ma forse, nella sua insopportabile arroganza, questo pubblico ufficiale dice la verità. Come, infatti, viene trattata oggi la povertà se non come una colpa o addirittura come un crimine?
Prendiamo il caso dello sgombero di Cinecittà, chi ha pagato per lo stato di emergenza abitativa che da sempre affligge Roma? Forse i palazzinari che hanno la responsabilità diretta della situazione di tante case senza gente e di tanta gente senza case? Forse i politici che hanno favorito e continuano a favorire i palazzinari promuovendo privatizzazioni e incentivi alla proprietà private, senza sognarsi mai di realizzare uno straccio di casa popolare (a Roma le ultime case popolari furono consegnate intorno al 2000…)?
Ma nemmeno per sogno! Gli unici a pagare per questa situazione sono gli occupanti stessi, cioè chi già, questa situazione, è costretto a viverla, essendo che Roma è sempre quella città in cui l’affitto medio di un appartamento è più alto del compenso normalmente percepito da un lavoratore.
Ma se gli occupanti di Cinecittà credevano di aver già abbondantemente e crudelmente pagato la propria “colpa” con lo sgombero di agosto, sbagliavano di grosso. Adesso che viene settembre, per esempio, dopo un mese passato cercando di fare del proprio meglio per fare superare ai bambini e alle bambine il trauma della violenza subita con lo sgombero, come fare, alla riapertura delle scuole, a garantire a questi bambine e a queste bambine quel valore prezioso che è la continuità didattica?
L’unica risposta a questa, come ad altre domande, è il minaccioso tonfo, la colonna sonora di questa giornata, l’ennesima giornata in cui si è costretti a celebrare il triste trionfo dei diritti negati. Ma che cos’è, infine, questo tonfo?
Presto detto, cercando di salvare il salvabile, gli occupanti – a cui è impedito il tempo necessario per riprendersi tutte le cose più pesanti come le lavatrici, i mobili, i frigoriferi, le cucine… – sono costretti a infilare vestiti, medicine ed effetti personali dentro a sacchi neri della spazzatura e a lanciare i fagotti dalle finestre. La visione, addosso alle pareti a specchio del palazzo di Cinecittà è terrificante. Quelle sagome colpiscono come un pugno allo stomaco, rievocando con il loro lento cadere dai piani alti e, quindi, spaccandosi quando toccano il suolo, ciò che successe un 11 settembre di molti anni fa, il giorno in cui persone in carne e ossa furono costrette a lanciarsi nel vuoto di fronte a ciò che viene ricordato come uno dei più grandi attacchi terroristici di tutti i tempi.

Ed è il terrore tutto ciò che resta di una simile visione. Il terrore di arrivare a pensare come “normale” il fatto che esistano persone costrette a vivere per strada come gli sgomberati di Cinecittà. Il terrore di arrivare a pensare come “normale” che la burocrazia possa arrivare a impossessarsi delle povere cose di un senza casa.  Il terrore di arrivare a pensare come “normale” l’esistenza di un “diritto del nemico” che si applica ai poveri e ai senza casa: un diritto del nemico in grado di stabilire che ciò che fatto a chiunque altro sarebbe un appropriazione indebita (come si può e si fa a negare a qualcuno di ritirare le proprie cose?!?), diventi, invece, “normale”… cos’altro dobbiamo aspettarci ancora che diventi “normale”?
Che migliaia di persone vengano fatte affogare nel Mediterraneo o recludere e torturare a morte in campi di concentramento in Libia?
Che le indagini sul brutale assassinio di uno studente italiano in Egitto siano affossate dalla ragione di Stato e sugli affari da continuare a fare con la gestione del flusso dei migranti?
Che i carabinieri stuprino le donne?
Che si arrivi a vivere in un territorio a sua volta così ripetutamente stuprato da provocare morti e morti a ogni acquazzone?
Che la disoccupazione sia la più alta di sempre, che gli operai morti sul lavoro continuino a salire, che in una città come Roma eseguano più di dieci sfratti al giorno e che in tutta Italia ci siano 11 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà?
Da via Quintavalle, sempre più inquietante, si continua a sentire questo terribile tonfo. Un sacco lanciato dal quinto piano tocca terra e si spacca, rovesciando il suo contenuto sull’acciottolato: piccole scarpe da bambino, una confezione di assorbenti, pantaloni, una bambola… sono le vite dei poveri. Per il potere solo cose di nessun valore dentro un sacco rotto della spazzatura.

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