Campi di concentramento a 5 stelle: siamo già pronti ad accettarli nelle nostre città?

Questa storia viene da lontano. Ha a che fare, per esempio, con le immagini di navi stracariche di persone che, negli anni Novanta, arrivavano dall’Albania e con una parola – extracomunitario – che iniziava a diventare di senso comune malgrado la vergognosa disumanità che conteneva. Fioccarono, da allora, leggi speciali: leggi, cioè, impegnate a trasformare in un reato la semplice condizione di ritrovarsi privi di pezzi di carta considerati buoni da chi ha il potere di esprimersi in merito (il potere di decidere sullo stato di eccezione), vale a dire i famosi documenti e i famigerati permessi di soggiorno, vere e proprie autorizzazioni ad esistere erogate a tempo determinato.

Turco, Napolitano, Bossi, Fini… sono i nomi di alcuni che, a partire da allora, posero la loro firma sui tanti decreti utili a istituire, a mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, nuovi campi di concentramento: CPT, CARA, CIE…; luoghi di reclusione che la maggioranza del Paese non tardò ad accettare, immaginando, nella migliore delle ipotesi, come la loro stessa esistenza non li riguardasse affatto. Così, nell’indifferenza generale, il kampo tornava a imporsi come paradigma, dimostrando di contenere in se stesso non soltanto i corpi di migliaia di uomini e di donne destinati alla tortura, alla reclusione coatta e allo stupro – se le mura dei kampi potessero parlare… se le nostre orecchie volessero intendere la loro maledizione! – ma anche l’intelligenza strategica di un’intera classe padronale, quella già consapevole di pretendere un’ondata di selvagge ristrutturazioni ai danni dei subalterni, dei lavoratori, dei giovani… categorie che molto presto iniziarono a provare sulla loro pelle i rigori di ciò che venne presentata al mondo con il nome di “crisi”.
Ecco, la famosa “crisi”, tra le tante altre cose è stata ed è soprattutto uno straordinario riduttore di complessità. Nel senso che da un certo punto in poi non ha avuto più alcuna importanza da dove provenissero le persone, quale era stata la loro biografia professionale o il luogo in cui erano nate e cresciute. Per tantissimi e tantissime, che fossero di Dakar o di Centocelle, la storia si fece assolutamente simile: la perdita del lavoro, l’impossibilità di fare fronte ai costi dell’affitto o del mutuo, quindi lo sfratto coatto e il ritrovarsi, dall’oggi al domani, in mezzo alla strada, da soli o con i propri figli, all’interno di una società ormai pronta a convivere con il peggio, perché se erano diventati “normali” i campi di concentramento per migranti, quale poteva essere la difficoltà di accettare che intere famiglie vivessero accampate nelle stazioni, stipate dentro macchine abbandonate o sdraiate sulle panchine dei parchi?
Perché ciò che era accaduto e continua ad accadere ha a che fare esattamente con un modo distorto di percepire il tempo: le immagini degli uomini e delle donne accalcati nei porti della Puglia negli anni Novanta; le immagini dei profughi aggrappati ai canotti e l’atroce verità di decine di migliaia di morti affogati nel Mediterraneo… ebbene, tutto questo non era e non è un’istantanea del presente di pochi, ma l’anticipazione del futuro di molti. Si tratta, in modo particolare, degli stessi molti che con la “crisi” hanno perso il lavoro e la casa. Gli stessi “molti” che se potevano pensare di essere “diversi” – perché italiani, perché bianchi, perché dotati di lavori apparentemente garantiti – da chi veniva impunemente ammassato nei CPT e nei CIE, di fronte alla “crisi”, con l’arrivo dell’impoverimento e della disoccupazione, si trovavano costretti ad ammettere che la selvaggia ristrutturazione padronale non aveva alcuna intenzione di fare distinzioni mentre estorceva lacrime e sangue da sacrificare sull’altare dei propri profitti.
Arriviamo quindi ai nostri giorni. Ai giorni di una città come Roma, dove sono almeno 30.000 (cfr. ultimo rapporto Caritas) le famiglie che vivono in emergenza abitativa in una situazione in cui le liste di attesa tra gli aventi diritto a una casa popolare avanzano al ritmo di circa 200 assegnazioni all’anno. Sarebbero necessari almeno una quarantina d’anni, dunque, per smaltire l’attuale graduatoria di chi aspira a una casa popolare… se non fosse che intanto sono almeno dieci le famiglie che, sempre a Roma, vengono sfrattate e finiscono in mezzo alla strada ogni mattina.
Tutto questo solo per dire che a livello istituzionale non è mai stata prevista alcuna “soluzione” alla questione delle abitazioni e all’emergenza abitativa, una politica della totale indifferenza rispetto alle problematiche sociali assolutamente coerente rispetto a quella che è stata la progressiva erosione del welfare e l’annullamento, nei fatti, di diritti acquisiti come quelli all’istruzione (nelle scuole ormai si paga anche la carta igienica), alla salute (gli ospedali pretendono un ticket per qualunque prestazione) o a una vecchiaia dignitosa (si lavora fino a crepare e se non si lavora si crepa punto e basta). Certo, non c’è nulla di strano se a Roma, di fronte a un simile disastro sia nata, dal basso, una pratica di autorganizzazione forte ed estesa, capace di unire i destini dispersi di migliaia di famiglie e di individui all’interno di una lotta comune, quella per la casa. Negli ultimi anni hanno fatto storia le epopee proletarie degli “tsunami tour”, le occupazioni di massa e in contemporanea di decine di palazzi abbandonati, pubblici e privati, ora vere e proprie case per tutti coloro che le istituzioni considerano alla stregua di spazzatura: materiali esodati dal ciclo produttivo e non uomini, donne e bambini. Contro di loro, in questo periodo, si è scatenata una repressione che non ha conosciuto eguali: celerini armati di tutto punto, coperti dai potenti getti degli idranti e supportati dagli elicotteri hanno attaccato, manganellato, distrutto diversi palazzi occupati dai senza casa, mentre numerosi giornalisti – gli stessi che piangono per una testata ricevuta da un loro compare! – completavano l’opera attraverso la disinformazione sostenuta dai principali organi di informazione (posseduti non a caso da palazzinari…), descrivendo il fenomeno delle occupazioni abitative alla stregua di un racket camorristico o di un sodalizio criminale.
Niente di cui stupirsi, se esiste qualcosa in grado di mettere in discussione lo stato di cose presente, i giudici, nei tribunali, sono pronti a lucidare i propri parrucconi, i poliziotti accorrono con i loro manganelli e i giornalisti diffamano… eppure tutto ciò non è bastato. Lunghi anni di guerra contro i poveri targata Partito Democratico, con l’infamia di leggi ad hoc come l’articolo 5 della Renzi-Lupi (divieto di residenza negli stabili occupati) o le disposizioni contenute nella Minniti a proposito di “ordine pubblico” e “degrado” non hanno piegato le famiglie della lotta per la casa, forti prima di tutto di un interesse oggettivo: quello che pone tutte e tutti di fronte a un bivio. Da una parte c’è l’autorganizzazione, la solidarietà e la lotta di classe, dall’altra il nulla di ritrovarsi soli in mezzo alla strada. A testimoniarlo, tra le tante cose, l’eroica resistenza messa in atto dalle famiglie al momento dello sgombero di un palazzo abbandonato in via Quintavalle, a Cinecittà, e la determinazione con la quale, dal 10 agosto, continuano a lottare unite pur dormendo sotto i portici di una chiesa, in piazza Santi Apostoli. Per questo, ciò che lo stesso Partito Democratico ha organizzato ma non è riuscito a realizzare fino in fondo, vuoi per la sua progressiva perdita di peso rispetto agli organi del potere periferico, vuoi per le contraddizioni che ancora albergano nella sua residuale base sociale, ora è il Movimento 5 Stelle, vera avanguardia del turbocapitalismo, che si incarica di compierlo. Sono targati M5S, infatti, i campi di concentramento nuovi di zecca che si pretende di inaugurare molto presto a Roma: aree dismesse in cui baracche di plastica sono destinate non solo a contenere e a recludere i corpi degli sfrattati, ma anche a sottoporre i medesimi a una trafila fatta di assistenti sociali, psicologi, consulenti del lavoro… e che l’intento sia di tipo strettamente punitivo è evidente. Se lo scopo fosse “accogliere”, infatti, perché non dirottare i fondi pubblici verso l’acquisto di una manciata di case che resterebbero comunque patrimonio della città? Invece, in questo contesto, manca soltanto l’inserimento di pinze utili a tenere spalancati gli occhi dei soggetti coinvolti per essere all’interno di uno scenario stile Arancia meccanica ma si sa, per “trattare” chi – magari occupando palazzi dismessi – ha sfidato il regime della rendita, il potere è disposto davvero a tutto: anche a ricorrere a una poco verificabile modalità di procedura “negoziata” in pieno stile “mafia capitale”! Questo è esattamente ciò che fa la triade pentastellata Raggi-Baldassarre-Micheli (i loro nomi si candidano a un posto d’onore nel tribunale di una mai tanto desiderata Norimberga capitalista, se lo ricordi chi oggi inizia a dire di “avere solo obbedito agli ordini…) mettendo sul tavolo un milione di euro per varare questo scellerato progetto pilota: cento famiglie “fragili” da recludere per un anno in un kampo governato da specialisti. Ed essendo che è delle nuove frontiere del capitalismo che si parla – quindi di prigioni per poveri – nulla di strano se le baracche in cui i colpevoli di basso reddito saranno accatastati porta un marchio noto a tutti: IKEA, celebre non a caso per il nazismo del suo fondatore.

 

 

Accanto a tutto questo, lo slogan “legalità”, privato da qualunque legame con la giustizia sociale, risuona quanto mai opportuno. E nella sfida del ridicolo trova un degno avversario solo nel “prima gli italiani” oggi tanto in voga. Perché se esiste un soggetto radicalmente sordo a varianti di tipo etnico questo è proprio l’ordine liberale. Rispetto alla reclusione nei campi di concentramenti per poveri, infatti, non verrà guardato in faccia nessuno.

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