La bandiera dell’odio. Brevi note dal mondo perduto di Bruno Breguet

È incredibile come storie un tempo sulla bocca di tutti e persino in grado di sollecitare importanti mobilitazioni internazionali possano sparire senza lasciare alcuna traccia nella memoria collettiva.

Quella di Bruno Breguet è una di queste storie. Una storia degli anni Settanta, si potrebbe aggiungere, e il particolare, grazie al portato simbolico di cui resta capace l’evocazione di quel decennio, racconta già un pezzetto di verità. Perché se oggi non sappiamo più rispondere alla domanda «chi è Bruno Breguet?», la sopraggiunta ignoranza ha a che fare anche con la fretta con cui si è provveduto a sigillare con l’etichetta «anni di piombo» istanze, desideri, rivendicazioni, lotte e progettualità politiche inerenti a problemi in realtà più vivi che mai.

Prendiamo La scuola dell’odio di Bruno Breguet. Raccontando i suoi Sette anni nelle prigioni israeliane, l’autore non si limita a consegnarci un testo di grande forza emotiva né, il suo, è un semplice contributo alla letteratura concentrazionaria prodotta in ogni tempo e in ogni paese. Breguet, infatti, compone il suo testo nel «qui» e nell’«ora» di una fase particolare del cosiddetto conflitto «israelo-palestinese». Un «qui» e un «ora» dove, a ben vedere, la terminologia etnica oggi comunemente utilizzata per descrivere la «questione» ha uno diritto di cittadinanza pressoché irrilevante. Il conflitto di cui Breguet è protagonista, infatti, se trova nella Palestina il suo fronte geografico s’inserisce, in realtà, nell’ambito internazionalista della lotta di classe, parla il linguaggio sintetizzato da slogan come «Palestina libera Palestina rossa», supera una dialettica di tipo patriottico e, dopo aver denunciato l’oppressione di classe subita tanto dai palestinesi quanto dai proletari ebrei, incarna un capitolo dell’eterna guerra tra sfruttati e sfruttatori: quella guerra che, negli anni Settanta, veniva declinata attaccando le dinamiche neocoloniali, messe in pratica dallo stato di Israele in Medio Oriente come dalle potenze occidentali in tutte le parti del mondo. Per questa ragione persino l’elemento religioso, all’interno de La scuola dell’odio assume un ruolo marginale, diventando una componente problematica ma prima di tutto minoritaria e isolata delle lotte animate all’interno del carcere. Nella stessa istituzione totale vissuta da Breguet, inoltre, perfino la strategia, largamente utilizzata in qualunque carcere, di opporre i prigionieri lungo linee di tipo razziale per semplificare il loro controllo, non ha ancora avuto la meglio, motivo per il quale un detenuto comune ebreo ha molto più da spartire con un detenuto politico palestinese che non con una guardia carceraria israeliana. Una simile constatazione, in effetti, dovrebbe essere ovvia se si osserva la realtà dal punto di vista degli interessi oggettivi delle parti in causa; eppure finisce per risultare sacrilega oggi, quando i concetti di «etnia», «razza» e «religione» diventano i cavalli da battaglia con i quali negare il peso dell’unica differenza sostanziale, quella che continua a separare in modo insanabile chi sfrutta da chi viene sfruttato.

Bruno Breguet
Bruno Breguet

Eppure è proprio questo il campo in cui inserire le scelte di Bruno Breguet, nato a Muralto, cittadina della Svizzera italiana, nel 1950 e, non ancora ventenne, pronto ad arruolarsi tra le fila del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, diventando in seguito il primo membro «straniero» della resistenza palestinese a subire il carcere. Come d’altronde scrive lo stesso Breguet ne La scuola dell’odio, commentando le vicende successive al suo arresto avvenuto in territorio israeliano il 23 giugno del 1970, le ragioni della sua militanza discendono direttamente da un momento storico in cui: «L’analisi dell’imperialismo e del sottosviluppo permetteva di capire il legame tra l’impegno politico all’interno della metropoli capitalista e le lotte dei contadini dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina uniti insieme nella lotta contro la potenza del dollaro e contro le varie borghesie nazionali» (Bruno Breguet, La scuola dell’odio, Red Star Press, 2015).

Uno scenario, dunque, marcatamente internazionalista, «scomodo» già sul nascere per il modo in cui prometteva di sconvolgere i piani del mercato e del pensiero unico e, anno dopo anno, declassato come se si stesse parlando di una «moda culturale» e non della visione di un progetto di liberazione capace di coniugare la lungimiranza dell’analisi politica con i nobili ideali della giustizia sociale. Come scrisse dalla Svizzera il «Collettivo nazionale per la liberazione di Bruno Breguet», formatosi solo nel 1975: «Nei vivaci dibattiti che pure caratterizzarono l’inizio degli anni Settanta, un dato era generalmente acquisito: il declino del terzomondismo, da cui anche una scarsa considerazione per le azioni di solidarietà internazionale» (Appendice in Bruno Breguet, La scuola dell’odio, La Pietra, 1980).

Allo stesso Collettivo, il merito di aver velocemente colmato il ritardo rispetto alle azioni di solidarietà nei confronti del prigioniero ticinese, ma anche di aver mostrato le responsabilità degli stati europei nella definizione della situazione palestinese e, più in generale, il loro ruolo di protagonisti nel generale assoggettamento di popoli e territori agli interessi del capitalismo globale. Fu grazie al Collettivo Breguet se il nome del militante del Pflp s’impose sulla scena pubblica, arrivando a raccogliere il sostegno d’importantissime personalità della cultura in un appello internazionale alla sua liberazione. Per rendersi conto dell’eco assunto dalla notizia, basti dire che, a firmare per la libertà di Breguet, furono, tra gli altri, personaggi come Roland Barthes, Louis Althusser, Manuel Castells, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Michel Foucault, Jacques Le Goff, Edgard Morin, Jean-Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Friedrich Dürrenmatt, Günther Grass, Noam Chomsky e, dall’Italia, Dario Fo, Franco Fortini e Alberto Moravia. Tutto ciò accadeva nel 1977, quando Breguet aveva già scontato i due terzi della pena a cui era stato condannato e quando, grazie anche alle pressioni internazionali, il militante ticinese avrebbe effettivamente riguadagnato la strada di casa insieme alla libertà.

Quella accennata fino a qui, però, è, in rapporto a Bruno Breguet, soltanto il pezzo della vicenda necessaria a spiegare la genesi de La scuola dell’odio e, nei fatti, coincide con la pubblicazione del libro, avvenuta per la prima volta nel 1980 grazie all’iniziativa della casa editrice milanese La Pietra. Guidata dall’ex partigiano Enzo Nizza, nome di battaglia «La Pietra», l’etichetta con cui uscì La scuola dell’odio è essa stessa frutto di una riflessione culturale e politica che, complice lo stretto rapporto tra Nizza e il «massimalista» Pietro Secchia, avrebbe abbracciato in un solo catalogo libri dedicati alla guerra partigiana e alle esperienze delle lotte di liberazione dei popoli oppressi.

L’eredità resistenziale e anticolonialista di Secchia, morto nel 1973, considerata la lungimiranza del partigiano piemontese ma anche le sue posizioni, con il tempo sempre più eretiche rispetto alla linea ufficiale del Partito Comunista prima di Togliatti e poi di Amendola, potrebbe e dovrebbe essere riscoperta e problematicizzata proprio a partire dalla pubblicazione di un testo come La scuola dell’odio in quella che fu la «sua» casa editrice. In quel periodo, tra l’altro, Breguet si trovava a Londra per proseguire gli studi di economia iniziati in carcere. Eppure non è l’arrivo nelle librerie italiane e ticinesi delle memorie dedicate ai suoi sette anni di carcere a salutare l’uscita di scena del militante svizzero. Il nome di Breguet, infatti, torna a circolare già nel 1982 quando, con il nome di battaglia di «Luca», viene arrestato a Parigi insieme a «Lilly», al secolo Magdalena Kopp, compagna di Ilich Ramírez Sánchez e appartenente all’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionali (Ori), la sigla del venezuelano, più conosciuto con il soprannome di «Carlos lo Sciacallo».

Accusato di aver progettato di minare con un’auto-bomba la sede di un giornale libanese, Breguet sconta tre anni e mezzo di prigione ma, dopo di allora, «esce dal giro» e, a parte un avvistamento a Damasco datato 1986, il suo nome non compare più in alcun rapporto, né si torna a parlare di lui sui giornali. Sappiamo solo che ha imparato il mestiere di carpentiere e che si è trasferito nella cittadina greca di Perdika, dove vive con la compagna Carol-Anne e Shona, la loro bambina. Sappiamo anche che transita spesso in Italia: Ancona, infatti, è una tappa obbligata del viaggio che da Perdika conduce in Ticino; e anche il 10 novembre del 1995 Breguet si trova nel capoluogo marchigiano quando, per quello che sembra un banale controllo dei documenti, l’ex membro del Fronte viene fermato mentre scende dal «Lato», il traghetto greco proveniente da Igoumenitsa. Fino a qui, nulla di strano:

Un breve controllo alla frontiera e Bréguet potrà ripartire con la sua famiglia verso la Svizzera. Lo fa ogni cambio di stagione, ma questa volta è diverso. I doganieri italiani lo fermano, lo tempestano di domande: sospettano che stia trasportando un carico d’armi. Gli chiedono di aprire il portabagagli, perquisiscono la macchina, frugano dappertutto; ma non trovano niente. «Lei è persona non gradita sul suolo italiano», gli dice un agente. «La sua famiglia può proseguire, lei invece non può passare». Bréguet riesce comunque a fare una telefonata. Chiama suo fratello a Lugano, gli spiega la situazione. Non è la prima volta che, arrivato alla frontiera italiana, viene respinto. Gli era già successo l’anno prima. Un bel fastidio, certo, ma niente di grave. «Se non avete mie notizie nel giro di tre o quattro giorni, significa che ci sono problemi», dice prima di riattaccare. Viene quindi imbarcato nuovamente sul «Lato» e rispedito in Grecia (Emanuele Midolo, La scomparsa di Bruno Breguet, «Agoravox.it», 8 marzo 2012).

Sarebbe stata, questa, l’ultima volta in cui viene visto Bruno Breguet. Lo stesso capitano del «Lato», pur affermando che il ticinese si trovava effettivamente sulla sua nave fino a poco prima dell’approdo, non riesce a capacitarsi della «sparizione» del passeggero. E infatti bisogna aspettare almeno fino al 2001 affinché, dopo un ritrovamento di ossa umane avvenuto a Drepano, un’altra località greca, si possa almeno ipotizzare che questi resti appartengano proprio a Bruno Breguet. La fosca previsione scoperchia una nuova, inquietante possibilità. Breguet sarebbe: «Deceduto in seguito a una “crisi cardiaca” all’interno di un’installazione militare a Kaposvár, sud dell’ Ungheria. La stessa fonte precisa: niente torture, si è trattato di “un incidente”» (Olimpio Guido, «Caro Obama, notizie su Bruno?», firmato Carlos, lo «Sciacallo», dal «Corriere della Sera» del 15 febbraio 2009).

Ai margini del mistero, si agitano le acque sporche dei servizi segreti e, senza trovare conferme definitive a nessuna ipotesi, si mette mano a uno scenario in cui trovano posto gli affari francesi in Algeria, la copertura di delicate informazioni rinvenute nella Germania Orientale negli archivi della Stasi, la possibile vendetta postuma dell’israeliano Mossad e un non meglio precisato coinvolgimento della Cia. Proprio all’agenzia statunitense, per esempio, fa riferimento anche Carlos nel 2009, indirizzando al neo-eletto presidente Obama una lettera aperta scritta nel carcere francese in cui sta scontando l’ergastolo: «Se Bruno è ancora vivo liberatelo», chiede il prigioniero al capo della Casa Bianca, «se è morto restituite le sue spoglie».

L’appello di Carlos non passa inosservato. E così il giallo sulla sparizione di Breguet torna di attualità nel 2012, quando Wikileaks inizia a pubblicare un pugno di mail provenienti dagli analisti della Stratfor (http://bit.ly/1F4dvS9), un carteggio in cui i collaboratori della compagnia d’intelligence texana fanno riferimento a uno scenario ancora più complesso, come quello che potrebbe riguardare le situazioni siriane e irachene, già attraversate dal gruppo di Carlos, e rispetto al quale la sparizione di Breguet potrebbe suonare come un avvertimento, affinché chi sa continui a non parlare. Ma a non parlare di cosa?

Anche solo provare a rispondere a questa domanda sarebbe un compito troppo gravoso rispetto a questo testo: una postfazione che saluta il ritorno in libreria de La scuola dell’odio di Bruno Breguet. Eppure, come il classico messaggio lanciato in mare chiuso dentro una bottiglia, questo libro, a distanza di trentacinque anni rispetto alla sua prima edizione, sembra dirci qualcosa di più ampio rispetto alla terribile situazione vissuta dall’autore nelle prigioni israeliane. Ci dice, per esempio, che la guerra alla Palestina continua più crudele che mai. E ci obbliga a notare come, dalla Libia alla Siria, ciò che fu il socialismo arabo, il «mondo perduto» dal quale ha parlato Bruno Breguet, sia stato sistematicamente travolto dai feticci etnici e religiosi, agitati, con la maldestria degli apprendisti stregoni, dalla politica estera occidentale, indignata soltanto adesso per l’avvento della bandiera nera dello Stato Islamico: quell’Isis, Is o Isil che, a mo’ di nemesi storica, arriva a radicalizzare quelle stesse linee etniche e religiose sistematicamente preferite a Ovest di Raqqa, la capitale del Califfato, ai frutti di libertà e di uguaglianza offerti dalla lotta di classe.

Al libro di Brequet va riconosciuto il merito di aver intuito il problema quando questo non esisteva ancora nei termini drammatici di oggi. Se, da questa semplice osservazione, sarà possibile ricavare ulteriori spunti di riflessione rispetto a una realtà che certamente non è più quella del 1977 spetta ai lettori giudicarlo.

a.odiolibro_10491253_668492393256029_4414858388109203167_nPostfazione al volume La scuola dell’odio. Sette anni nelle prigioni israeliane di Bruno Breguet, a cura di Cristiano Armati (Red Star Press, 2015)

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