La sindrome di Robin Williams

Nemmeno il tempo di dare alla notte il modo di trasformarsi in giorno. Poi le bacheche dei social network, ancora prima delle pagine dei quotidiani on-line, sono state prese d’assalto con una notizia terribile e commovente: Robin Williams è morto. Il “mio capitano” de L’attimo fuggente ha perso la sua battaglia contro il male oscuro della depressione e, nella sua residenza californiana, si è suicidato.

Gli ultimi istanti della vita di Robin Williams, a questo punto, si sono già trasformati in frasi che, con l’aiuto di photoshop, si accompagnano a fotografie in cui l’attore, indossando i panni del professor John Keating, declama il Carpe Diem di Orazio, incarnando nel senso comune un ideale anticonvenzionale e libertario, se non addirittura rivoluzionario, tristemente affine al suicidio – questo suggeriscono le immagini in questione – se si tiene conto della realtà del mondo in cui viviamo, per nulla incline ai sensibili e ai ribelli.

Con un sospiro di circostanza, a questo punto, il popolo di internet può tranquillamente passare oltre, concludendo che tutto sommato è meglio rigare dritto, continuando ad accettare compromessi e, al massimo, coltivando nel privato stravaganze affini a quelle responsabili del suicidio del tanto amato attore hollywoodiano. Questo, almeno, è quello che la proteiforme informazione sul caso, equamente divisa tra messaggi personali e media mainstream, sta suggerendo in merito alla morte di Robin Williams. E se non è stato in grado di reggere botta un personaggio come Williams, è il senso inconscio della comunicazione, figuriamoci l’uomo medio e comune, invariabilmente destinato alla malamorte nel momento in cui dovesse decidere di rompere gli ormeggi dell’ordine a cui è destinato, magari prendendo spunto proprio dall’attore prematuramente scomparso e dal suo film più famoso.

Archiviando per un attimo tra queste righe l’incredibile capacità delle sovrastrutture del capitale nel trasformare in messaggi conservatori gli eventi più disparati del vivere quotidiano, sarà bene ricordare come di Robin Williams esistano ben altre immagini oltre a quella del professore illuminato disposto a sacrificare tutto ai suoi ideali pedagogici. Esistono, per esempio, fotografie dell’attore che, indossando una maglietta con la scritta (in arabo) “I Love New York”, arringa e intrattiene le truppe statunitensi impegnate in Kuwait e in Afghanistan: una realtà che, tra le altre cose, si sposa molto male non soltanto, per stare nella filmografia di Williams, con l’ideale del professore antisistema de “L’attimo fuggente”, con l’incapacità di crescere (cioè di omologarsi)  di Peter Pan, con l’ironia stralunata dell’alieno Mork o con la lucida follia de “La leggenda del re pescatore”, ma anche con quell'”odio i nazisti dell’Illinois” strettamente associato a John Belushi, di cui l’attore suicida fu grande amico.

Una certa coerenza suggerisce che il “mio capitano” de “L’attimo fuggente” non avrebbe mai prestato il suo volto al militarismo nazionalista, né avrebbe pervertito i versi di Orazio a uso e consumo dell’imperialismo a stelle e a strisce. Molti diranno che un conto è l’attore, un altro è la persona. Ma dietro ogni maschera c’è lo stesso individuo, anticonformista e libertario per la macchina da presa, ridotto a macchietta di se stesso quando intrattiene le truppe statunitensi con la maglietta “I love New York”… a quale interpretazione bisogna prestare fede?

O meglio: dove finisce la macchina da presa e dove inizia l’essere umano?

La domanda, a ben vedere, non riguarda soltanto Robin Williams. Al contrario, l’intero pianeta è nella realtà costretto a vivere all’interno di un universo di valori – onestà, giustizia, rettitudine, bontà, fratellanza, solidarietà… eccetera, eccetera – che lo stesso sistema provvede a negare minuto dopo minuto, sfruttando il lavoro, imponendo immani carneficine nei luoghi riottosi del pianeta, devastando territori nel nome del profitto e chi più ne ha più ne metta. Ogni singola esistenza, in queste condizioni, è preda delle contraddizioni più atroci e posta di fronte a un bivio: cedere all’alienazione totale del sé, e magari andare a sculettare per l’esercito nel corso di qualche operazione militare; oppure lottare affinché la distanza tra ideali e realtà si riduca fino a dissolversi del tutto, almeno negli ambiti più vicini alla propria esperienza e alla propria esistenza.

Chi sceglie il secondo cammino non avrà vita facile. La repressione è in agguato ed è pronta a colpire in mille modi, non soltanto con i manganelli della polizia e le inferriate di una galera. A sorreggere il percorso, in ogni caso, c’è un diffuso senso di benessere che comunque accompagna chi trova la forza, giorno dopo giorno, di “fare la cosa giusta”.

D’altronde chi, evitando di mettere in discussione un ordine irragionevole, accetta di alienare la realtà dei valori a uso e consumo di interessi reazionari e antiumanistici, per esempio evitando di ribellarsi alle condizioni di sfruttamento che ha sotto gli occhi, delegando la partecipazione alla vita politica, aderendo a piattaforme semplificate di produzione di senso comune e magari affidando la rappresentazione di un presunto “vero sé” a momenti circoscritti come quelli passati da Robin Williams dietro una cinepresa, non potrà pensare di dormire sonni tranquilli. I compromessi con cui scendere a patti, giorno dopo giorno, si ingigantiranno fino a inghiottire ogni residua traccia di individualità. E a questo punto possiamo ribattezzare “sindrome di Robin Williams” il momento in cui, per ritrovare se stessi, resta solo la morte, momento supremo di superamento dialettico di ogni dolorosa contraddizione.

Pulirsi il culo con le (nostre) mani. L’anima del capitalismo di rapina e lo sgombero del Volturno Occupato

In una Roma messa a dura prova dal caldo e da un anno in cui la spinta repressiva ha toccato altissimi livelli, la notizia è stata di quelle comunque in grado di arrivare come una frustata in faccia alla città: «Stanno sgomberando il Volturno!».

Erano le otto e un quarto del 16 luglio quando un indignato passaparola ha fatto accorrere davanti al portone dell’ex cinema occupato un centinaio di attivisti, ma era già troppo tardi. Numerosi blindati avevano sbarrato le vie limitrofe e nutriti cordoni di celerini, facendo ondeggiare ritmicamente il manganello, non nascondevano di certo le loro reali, voluttuose idee di violenza. La stessa violenza che, nel nome della legge, si scatenava sugli spazi del Volturno, aggredito da picconi immediatamente in grado di demolire arredi e pavimenti, producendo nel giro di un’ora un’immagine in grado di commentarsi da sola: ci sono voluti sei anni per fare del Volturno un teatro aperto alla città e uno degli sportelli del diritto alla casa più noti a livello nazionale, mentre nel giro di appena sessanta minuti tutto è stato distrutto senza nessuna remora. Mancano effettivamente le immagini dei celerini che pisciano per dispetto sugli oggetti degli occupanti, ma alla resa dei conti, quando c’è stata la possibilità di entrare per recuperare le cose più importanti, diverse parti dell’impianto luci e audio risultavano assenti:qualcuno tra poliziotti e operai assoldati per l’apertura della porta se li era rubati!

Tra le questioni sociali che in questo momento a Roma scottano di più, c’è senz’altro la ferma volontà della prefettura – autentico sindaco-ombra della capitale – di “normalizzare” gli spazi sociali attivi sul territorio, promuovendo una campagna di sgomberi che mette a rischio,insieme ai luoghi liberati, gli strumenti dell’organizzazione dal basso e dell’autogestione. Lo stesso articolo 5 della mai abbastanza bestemmiata Legge Lupi, d’altro canto, nel momento in cui arriva a imporre il divieto di allacciare utenze a chi vive in spazi occupati, non sferra soltanto un infame attacco alla realtà delle occupazioni abitative, ma estende la sua portata su tutti gli spazi sociali, ed è, in ultima istanza, una delle cause profonde dello sgombero del Volturno a ben sei anni di distanza dalla sua occupazione. Niente di strano, dunque, se un simile atto sia riuscito a raccogliere una solidarietà ampia: la stessa solidarietà che, nella serata di giovedì 20 luglio, ha portato oltre tremila persone a conquistare il percorso di un corteo non autorizzato, ma in grado comunque di attraversare il centro della città, da piazza Indipendenza fino a Porta Pia.

«Il Volturno», si diceva nel corteo parafrasando Vittorio Arrigoni secondo cui l’attacco a Gaza comincia sull’uscio della casa di chiunque, «è la nostra Palestina»: una situazione in cui, di fronte all’incomparabile superiorità di uomini e mezzi messi in campo dalla speculazione, bisogna in ogni caso trovare il modo di autorganizzarsi per dare una risposta concreta, pena un arretramento generalizzato del concetto stesso di diritto all’abitare fino a livelli difficilmente pensabili – nelle intenzioni dei padroni, ovviamente, fino al suo annientamento.

Mentre la rabbia e le lacrime del corteo defluivano, gli speculatori non restavano a guardare, né ovviamente davano prova di alcuna sensibilità. Il primo atto dei padroni del Volturno (le società che risultano eredi di ciò che è stato uno dei lotti messi in vendita dopo il fallimento Cecchi Gori appaiono come una serie di nebulose scatole cinesi), non a caso, è stato il gesto di asportare il murales di Sten e Lex che faceva bella mostra di sé all’entrata dell’ex cinema, per coprire il portone con una triste mano di vernice nera.

Qui le contraddizioni si fanno talmente fitte da riuscire a tagliarsi con il coltello. Il giorno stesso dell’occupazione del Volturno, infatti, si insediava a Roma Giovanna Marinelli in qualità di nuova assessora alla cultura. Una nomina politicamente in linea con le mosse del governo centrale, un personaggio che, iniziando a parlare di cultura a Roma, ha immediatamente specificato come questa possa essere salvata soltanto con l’intervento dei privati. Ed eccoli qui i privati santificati dallo sfrenato neoliberismo renziano: sono gli stessi che, mettendo le mani sul Volturno, procedono immediatamente alla distruzione di un’opera d’arte realizzata da due artisti di strada come Sten e Lex, i classici esempi di artisti che “tutto il mondo ci invidia”, senz’altro tra i nomi più importanti della street art internazionale, artefici di lavori in grado di conquistare gli appassionati di tutti i continenti e di trovare spazio persino in importanti ambiti museali (digitare il loro nome su Google per credere).

Ma parlare di queste cose con gli speculatori, ed evidentemente anche con i politici impegnati nella loro copertura, è davvero gettare le parole al vento. Quale ridicolo buzzurro, infatti, trovandosi in possesso di un’opera d’arte bella e importante come il pezzo di Sten e Lex al Volturno avrebbe come prima cosa deciso di distruggerla?

Quale crasso ignorante avrebbe proceduto a cancellare un pezzo dalla simile portata senza minimamente mettersi nell’ottica della sua cautela?

Ai padroni del Volturno, ma anche ai loro referenti politico-polizieschi, verrebbe da chiedere: che cosa altro fate nel chiuso delle vostre case? Mangiate ficcando il grugno in un trogolo? O per pulirvi il culo usate le mani?

Sarà anche il caso di sottolineare che se Sten e Lex avevano lavorato sul portone dell’ex cinema Volturno, all’interno del cinema c’è o c’era una delle più interessanti collezioni di street art capitolina, con opere di Hogre, Diamond, Solo, Borondo, Omino 71 e di tanti altri grandi dell’arte urbana, come il collettivo teatrale artefice di una serrata programmazione aperta a tutta la città (gratuitamente) e lo sportello per il diritto alla casa, trattati alla stregua di carta straccia dal famigerato partito della legalità, un’accolita di soggetti il cui comportamento – l’accanimento contro le opere d’arte e la loro distruzione – denota nei confronti della “cultura” lo stesso interesse che i palazzinari sono soliti accordare alla qualità del cemento utilizzato per le loro grandi opere speculative.

Lo scandalo dello Sten e Lex distrutto, naturalmente, non ha trovato alcuno spazio sui giornali. Ma come potrebbe essere altrimenti?

Sarà appena il caso di ricordare che ancora recentemente una “giornalista” (?!?) de «la Repubblica» ha appellato con il termine di «imbianchino» un artista come Blu nel momento in cui, tanto per restare sul terreno del rapporto tra arte e spazi occupati romani, dopo essersi occupato delle facciate di Acrobax e prima di dedicarsi ai muri di Alexis, realizzava un capolavoro davvero ammirato in tutto il mondo sulle facciate di Porto Fluviale.

La giornalista de «la Repubblica», dopo l’infelicità del suo pezzo, venne pubblicamente sbeffeggiata da chiunque avesse avuto un minimo di interesse per parole come “riqualificazione urbana” o, semplicemente, “arte” e “cultura”. Nel caso del Volturno, dunque, meglio scegliere il silenzio: continuare a dare corpo alla disinformazione e fare finta di nulla finché negli spazi dell’ex cinema possa finalmente concretizzarsi la destinazione pensata dai padroni, vale a dire una patetica sala slot, l’ennesimo tempio delle macchinette mangiasoldi da tirare su nel cuore di Roma.

Le chiacchiere stanno a zero. E anche la neo assessora alla cultura, in vista del tavolo strappato per il 21 luglio dopo un’azione animata dal collettivo teatrale del Volturno e dagli attivisti del diritto all’abitare, dovrà essere chiamata ad esprimersi chiaramente su questo. L’unico modello di evoluzione degli spazi cittadini presente nella testa dei padroni della metropoli è quello di un degrado assistito dalla presenza di sale slot che spuntano come funghi: poli delinquenziali in grado di far convergere in un unico amalgama e di nascondere dietro macchinette mangiasoldi stratificati interessi di tipo mafioso, dallo spaccio di cocaina in grande stile fino allo sfruttamento della prostituzione. E quale luogo migliore del Volturno per realizzare un progetto del genere?

Roma possiede già intere arterie, basti pensare al tratto finale della via Tiburtina, in cui questo modello di (sotto)sviluppo è più che una realtà: è l’imposizione violenta di quel divieto di pensare e agire che i padroni hanno conquistato impedendo ai cittadini di vivere le proprie strade e di imprimere il segno della loro presenza alle vie che abitano, orientandone aspetto e destinazione d’uso. Siamo davvero, e la distruzione dell’arte contenuta dal Volturno lo dimostra, alla nuova preistoria di pasoliniana memoria: un’epoca in cui, nel nome della messa a valore totalitaria di tempi e spazi, qualunque complessità di tipo intellettuale, culturale ed esistenziale viene messa al bando a favore di progetti capaci di rimuovere ogni sorta di rapporto dialettico con l’essere qui e ora come collettività e di consegnare al futuro le facce di una stessa medaglia: le asettiche e scintillanti vie del centro commerciale per le necessità diurne, le strade sordide delle slot machine per gli impulsi notturni; il trionfo del consumo e la polizia ovunque, la cultura e il diritto all’abitare da nessuna parte. Questo è il mondo che vuole essere disegnato addosso a tutte e a tutti. Mentre se non si sarà in grado di opporre un’argine all’esondazione di arroganza padronale che ha appena sommerso il Volturno, il governo dei comitati d’affari attualmente e schifosamente al potere continuerà a ghignare, a distruggere opere d’arte, ad affondare il grugno in città trasformate in mangiatoie e, per pulirsi il culo, ad usare le (nostre) mani.

Come si (ri)diventa fascisti: lo stato di polizia del governo Renzi

Come si (ri)diventa fascisti. Il titolo è impegnativo, quindi ciò che sto per scrivere non sarà esaustivo. Al contrario, si basa su riflessioni precedenti rispetto alla data di oggi e intende andare oltre per indicare una soglia di pericolo – il fascismo, appunto – che al momento appare già varcata.

Torniamo all’oggi dunque, giovedì 22 maggio, e ricordiamoci di questa data. Che cosa è successo?

Il presidente del consiglio Matteo Renzi, a capo di un governo (il terzo di fila) mai votato da nessuno, ha scelto piazza del Popolo per chiudere la campagna elettorale con cui il Partito Democratico ha affrontato le imminenti elezioni europee.

L’appuntamento con il discorso del “capo”, previsto per le ore 19 arriva insieme alla desolazione di una piazza semivuota, animata con molta fatica da zelanti volontari (o dipendenti?) che si affannavano a distribuire ai presenti quante più bandiere del PD possibili.

Il tempo, come è sua natura, passa: i militanti piddini sperano che qualcun altro arrivi, e i loro desideri vengono esauditi soltanto a metà. In piazza, infatti, insieme ai quattro gatti del comizio c’è anche un buon numero di cittadini e cittadine qualunque: studenti, precari, disoccupati, migranti, lavoratori impossibilitati ad arrivare alla fine del mese… una rappresentanza, insomma, di quelle oltre dieci milioni di famiglie italiane costrette a (sopra)vivere al di sotto della soglia di povertà.

Quello che salta agli occhi, appena la piazza viene animata da queste nuove presenze, è la profonda differenza antropologica tra i nuovi arrivati e i militanti del PD. Da una parte, insieme a tutti i colori del mondo, si sprigionano odore di officina, di libri e di cucina, mentre le voci parlano di cantiere e di call center e i vestiti raccontano l’arte di arrangiarsi. Tra i militanti del PD, al contrario, si apprezzano le giacche comprate in centro e le hogan ai piedi, gli afrori di lacca per capelli e i volti distesi di chi non si sta ponendo né il problema del pranzo né quello della cena. Questa spaccatura, ormai definitiva e irreversibile, dei corpi che un tempo non lontanissimo ancora condividevano uno spazio genericamente definito “di sinistra” dovrebbe essere presa in considerazione più attentamente, ma quello che è sicuro è che a piazza del Popolo una simile differenza produceva dissonanze incapaci di passare inosservate. I primi ad accorgersene, gli impiegati della DIGOS, la polizia politica che, per l’occasione, è stata mobilitata in grande stile: le stesse lacche dei militanti piddini sui capelli, le stesse hogan ai piedi.

I poliziotti della politica, mentre Renzi ancora non si affaccia sul palco allestito per l’occasione, sono decine e decine; e gli uomini ai loro ordini, in divisa, con i caschi e i manganelli, molte centinaia. Si coordinano e, incordonati, si gettano addosso a chi è considerato “diverso” e le pelli degli africani e degli indios sono le prime a farne le spese, insieme a quelle di chi ha meno anni sulle spalle, ritenuto, probabilmente, “colpevole” di non indossare le orrende magliette arancioni con cui si pavoneggiavano i Giovani Democratici presenti al comizio.

Così, senza proferire parola, la polizia si scaglia su tutta questa massa di intervenuti, spinta a manganellate fuori dalla piazza, con l’ausilio di schiaffi e pugni di volenterosi militanti del PD, completamente a loro agio in questo ruolo di ausiliari di polizia, né per nulla ostacolati in questo compito da chi la divisa la porta per mestiere: altra circostanza foriera di inquietanti parallelismi con le abitudini delle vecchie squadracce in camicia nera, sempre all’opera sotto l’occhio compiacente delle forze dell’ordine “regolari”.

Attenzione perché stiamo parlando di donne, studenti giovanissimi e signori di mezza età maltrattati e picchiati dalla polizia nel centro di una piazza dove era in programma un comizio, eppure nessun militante PD ha pensato di potersi schierare al fianco del più debole e del perseguitato.

In ogni caso, la prima domanda, di fronte alla polizia che si abbatte su un comizio per aggredire una parte dei presenti, potrebbe o dovrebbe essere spontanea: sulla base di quale legge, regolamento, norma o disposizione si può impedire a dei comuni cittadini di essere nel luogo in cui sono nel momento in cui ci vogliono essere?

Perché forse è anche così che si (ri)diventa fascisti: affrontando le cerimonie ufficiali con una massiccia ondata di fermi preventivi, giustificati da nulla ma eseguiti nel nome del sospetto che alcuni “malintenzionati” possano rovinare con il loro intervento la festa preparata dal capoccia di turno. Senza dubbio durante il fascismo si procedeva anche in questo modo, ma non è il Ventennio l’unica epopea dittatoriale da cui trarre un precedente, anche Mobutu, in Congo, usava comportarsi così: e in Cile? o in Argentina?

La stessa, triste, gravissima cosa.

Di questo, adesso, bisognerebbe parlare. E questo è ciò che sarebbe utile leggere sui giornali: di uno stato europeo, l’Italia, in cui si è consumata a ciel sereno la pratica del fermo preventivo di massa, a totale arbitrio di uno schieramento misto di poliziotti in borghese, poliziotti in divisa e militanti del PD con la lacca sui capelli e le hogan ai piedi.

I numeri raccontano di 50 persone accusate di nulla eppure costrette con le buone, o più spesso con le cattive, a seguire le forze dell’ordine nelle caserme e nelle questure, affrontando uno stillicidio di ore dietro le sbarre, salvo poi essere rilasciati (mentre scrivo non si riesce ancora a capire se tutti) con un foglio che parla di “verbale di accompagnamento in ufficio”, visto che di altro non può proprio parlare.

Ma perché la pratica del fermo preventivo è ancora più grave di quello che sembra?

Perché la pratica del fermo preventivo disegna, con la sua indeterminatezza, un’area grigia di sospensione del diritto: una zona dove non si punisce un reato specifico, ma in cui ad alcuni – poliziotti e militanti del PD oggi – si affida il ruolo di giudicare tra omologati e non omologabili, salvando i primi e arrestando “per sicurezza” i secondi.

Per questo, d’altro canto, sto scrivendo un pezzo intitolato “come si (ri)diventa fascisti”, perché il fermo preventivo non è che l’ennesimo dispositivo con cui si consente l’arbitrio poliziesco su quote di cittadinanza di volta in volta ritenute esterne al campo delle libertà personali. Il fermo preventivo, infatti, giunge al culmine di una lunga stagione che ha introdotto, con i CPT, i CARA e i CIE, la detenzione dei migranti per questioni di natura burocratica (la mancanza di documenti) e non per ragioni di materia penale; proseguendo poi, prendendo come scusa la “sicurezza negli stadi”, con la pratica delle schedature di massa (vedi tessera del tifoso) e l’abominio giuridico di poter essere arrestati “in flagranza di reato” addirittura dopo 48 ore dallo stesso; arrivando con il ministro Alfano – cioè con il governo Renzi – a vietare come se niente fosse ai cortei “violenti” (e chi lo decide?) la possibilità di manifestare; e sommando tutto questo alla grande massa di leggi speciali e di emergenza (la legge Scelba, la legge Reale, eccetera) sempre rimaste attive anche dopo che il periodo emergenziale o presunto tale finiva per essere archiviato nei libri di scuola.

Tra gli appunti dedicati al come si (ri)diventa fascisti, un altro dato va sottolineato in rosso. La principale caratteristica del fascismo, infatti, non era e non è soltanto l’impianto razzista delle sue leggi e il carattere censorio della sua informazione – tutte pratiche tra l’altro perfettamente rintracciabili nell’attuale sistema statale – ma anche, e per certi versi soprattutto, la natura corporativa della sua governance: un’amministrazione che nasconde dietro valori “superiori” – ce lo chiede l’Europa!, urla Renzi, come Mussolini gridava “ce lo chiede la Patria!” – la realtà di un comitato d’affari che agisce con la mediazione-fantoccio di sindacati gialli, cioè senza nessuna mediazione, sul conflitto sociale e sulle rivendicazioni di classe. Fascismo come sistema corporativo, dunque, allo stato delle cose rappresentato in maniera inquietante non soltanto dai regolamenti liberticidi del già menzionato Angelino Alfano; ma con decreti come quello di Maurizio Lupi, il famigerato “piano casa”, che dichiara guerra ai movimenti per il diritto all’abitare imponendo il distacco delle utenze e la revoca delle residenze agli “abusivi” mentre finanzia senza pudore i palazzinari e le banche con meccanismi dipinti come bonus-affitti o sostegno ai mutui; o come quello del ministro del lavoro Poletti, che se nel ruolo di presidente della Lega delle Cooperative promuoveva lo sfruttamento selvaggio della manodopera – in primo luogo i facchini – dell’Emilia Romagna, all’interno di un sistema in cui il “pubblico” diveniva sinonimo di “Partito Democratico” e in cui “Partito Democratico” sinonimo di gestione personalistica degli apparati statali, da ministro istituzionalizza in scioltezza la precarietà, consentendo senza ritegno, grazie al suo “jobs act”, il perpetuarsi di qualunque tipologia contrattuale, purché non garantita.

Le persone fermate in piazza o prima di arrivare in piazza oggi avrebbero portato davanti a Renzi esattamente tutto questo, e posto problemi inerenti un cambio radicale dell’esistente, a partire dall’affermazione di un principio: viene definito “diritto” tutto ciò che non può essere né venduto né comprato, né tantomeno fatto oggetto di speculazione affaristica. La casa, l’istruzione, la salute, il reddito e il lavoro sono diritti che, in questa fase, vengono attaccati da un capitalismo deciso a recuperare l’affanno proprio sulle spalle dei meno garantiti, il contrario dei sostenitori di Renzi ed esattamente uguali a coloro che la polizia dello stesso Renzi ha attaccato, manganellato e recluso a scopo preventivo, anche se le urla contro il governo della fame dell’ex sindaco di Firenze si sono sentite lo stesso.

Le ha sentite persino Roberto Giacchetti, parlamentare piddino e attuale vicepresidente della Camera, che attraverso twitter ha dichiarato: “la DIGOS ha in mano 1 pugnale trovato a terra durante i tafferugli. E non era un giocattolo”.

Ora, persino spulciando tutti i verbali di “accompagnamento in ufficio” che hanno colpito chi intendeva contestare Renzi, la questione del pugnale non compare. Se il parlamentare piddino non mente spudoratamente, tanto per infamare “a buffo” l’opposizione sociale e i movimenti antagonisti, è lecito pensare che la polizia si sia rivolta direttamente a lui, faccia da pretino, camice stirate di fresco e sigaro nelle mani… ma da quando la digos parla di corpi di reato con soggetti diversi da quelli prescritti dalla legge? Cioè con soggetti diversi da un PM o da un Giudice per le indagini preliminari?

Da quando stiamo (ri)diventando fascisti, sicuramente sì.

La strada. Il luogo in cui le uniche storie che meritano di essere raccontate vedono la luce

La Red Star Press rassicura i lettori e li ringrazia per la solidarietà
Intervenuto, insieme a centinaia di altri compagni e compagne, in difesa delle circa 200 famiglie che il 7 aprile avevano occupato uno stabile abbandonato alla Montagnola (Roma), Cristiano Armati, direttore editoriale della Red Star Press, ha subito la carica della polizia riportando ferite (commozione celebrale suturata con sette punti e frattura dell’ulna) giudicate guaribili in trenta giorni.

a,manganelli.armatiTutta la redazione ne approfitta per ringraziare i tantissimi che, nel corso della giornata di ieri, si sono rivolti alla casa editrice per informarsi sullo stato di salute di Armati e per esprimere la loro solidarietà. Armati sta bene e neppure il gesso riesce a tenerlo lontano dalla tastiera e/o dalla strada, il luogo in cui le storie più belle, da sempre, vedono la luce.
Per questo rassicuriamo i nostri lettori, i prossimi volumi della Red Star – “Teppa” di Valerio Marchi e “Un fiore che non muore. La voce delle donne nella Resistenza” a cura di Ilenia Rossini – andranno in tipografia nei tempi previsti e saranno disponibili a partire dai primi giorni di maggio.

Come si dimostra di essere razzisti: i video di Repubblica.it

Scelta davvero “progressista” quella della Repubblica.it. Pubblicare un video ripreso dalle telecamere di sicurezza a Napoli e intitolarlo “Scippo nei vicoli di Napoli. Solo un immigrato difende la vittima”.

A parte che, guardando il video:

http://video.repubblica.it/edizione/napoli/napoli-scippo-nei-vicoli-interviene-solo-l-immigrato/154993/153493?ref=HREC1-3

la cosa non è nemmeno vera. Il ragazzo di cui parla Repubblica effettivamente interviene, coadiuvato però da diversi passanti che si fermano a dare una mano alla signora trascinata per terra dal motorino dello scippatore. Perché descriverlo come “solo”?

Perché i napoletani presenti nei vicoli sarebbero necessariamente ladri e scippatori?

Il punto, oltretutto, è un altro. Per quale motivo, infatti, un “immigrato” che aiuta una signora scippata dovrebbe fare notizia?

Perché gli immigrati sono tutti ladri?

Perché gli immigrati non sono in grado di seguire impulsi umani come quello di dare un aiuto alle persone in difficoltà?

O è semplicemente il razzismo diffuso, nella società come e soprattutto nella testa dei giornalisti, a trovare eccezionale la semplice correlazione tra un immigrato e l’atto di aiutare?

Il ragazzo, tra l’altro, è descritto come nell’atto di “chiedere l’elemosina”… anche se sul video, quello che si può evincere, è che sta seduto, non che chiede l’elemosina: come mai è descritto così?

Perché gli immigrati, se non sono ladri, devono almeno essere accattoni?

Senza considerare che a Repubblica.it si potrebbe chiedere come fanno a dire che il ragazzo del video sia effettivamente un migrante. Che sia nero, infatti, vuol dire poco: non sanno nulla i signori giornalisti delle decine e decine di migliaia di ragazzi di qualunque colore effettivamente nati qui?

Persino la correlazione, data come ovvia, nero=immigrato è intrinsecamente razzista: la voce di un giornale che nega lo ius soli, la tematica delle seconde generazioni e, più semplicemente, il dato di fatto di una società meticcia. E se queste osservazioni risultassero troppo severe, basta dare, poi, un’occhiata a un altro video messo in evidenza sulla stessa Repubblica.it:

http://video.repubblica.it/edizione/milano/milano-aggredisce-il-rivale-con-una-mannaia-in-centrale/155050/153549

“Milano, aggredisce in centrale il rivale con una mannaia”, è il titolo delle immagini. Con una didascalia che subito specifica: “Un algerino arrestato per il tentato omicidio di un tunisino”.

Ecco. Fermo restando che dell’assalitore Repubblica.it si premura di specificare come fosse “irregolare”, “in stato di alterazione alcolica” e “con precedenti”, c’è da dire che le aggettivazioni di carattere etnico sono come le giustificazioni. Quando vengono specificate senza essere richieste sono di per sé un grave indizio di colpevolezza. E la “colpa” in cui indugiano i nostri mezzi di informazione da sempre è sempre la stessa: il razzismo.

PS: tornando al video di Napoli, il ragazzo di cui parla Repubblica.it sembra, effettivamente più degli altri passanti, intenzionato a bloccare lo scippatore in attesa della polizia. Difficile prevedere il proprio comportamento se non ci si mette alla prova dei fatti. Però credo che personalmente avrei fatto come i passanti di Napoli e, soccorsa la signora, lo scippatore – fatti salvi ulteriori impulsi violenti che potrebbero derivare dall’avere a che fare con amici e parenti nel ruolo di vittime – effettivamente lo avrei lasciato andare via. Nemmeno lo scippatore, infatti, si sarebbe meritato di essere arrestato dagli assassini di Federico Aldrovandi, recentemente riammessi in servizio dopo le sentenze di condanna:

http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/EmiliaRomagna/Caso-Aldrovandi-il-fratello-di-Federico-insensato-ritorno-in-servizio-dei-poliziotti_321168476698.html

Evidentemente, però, anche io sono vittima di quel diffuso pregiudizio popolare secondo il quale la giustizia non si ottiene né dai tribunali né dalla polizia.

 

Libri e motorini: le mani sporche della passione

Se fossi chiamato a disegnare la passione, mi cimenterei nell’impresa tracciando due cerchi con il compasso e, simulata con quella forma l’idea della ruota, andrei avanti abbozzando con una matita nera i pneumatici e i raggi, il telaio e il manubrio, i fari e la sella. Arriverei, in questo modo, a rimirare sulla carta un motorino: magari uno di quelli degli anni Ottanta, esile ma comunque in grado di caricarsi sulla sella due persone grazie alla sua cilindrata, senz’altro portata a settantacinque cc partendo dall’originale taglia cinquanta. Per questo, sempre nel disegno, dedicherei la massima attenzione al cuore di quel mezzo: la marmitta ad espansione. Ovviamente, per farla rendere al massimo, la sceglierei di fattura artigianale e non trascurerei mai, continuando a correre con la matita sul foglio, di sottolineare, nel carburatore, la dimensione maggiorata del getto. Mi affiderei con fiducia a ciò che mi è rimasto negli occhi per recuperare, insieme al ricordo dell’adolescenza, la memoria delle singole parti che compongono l’oggetto. Ma poi, vittima di uno strano scherzo, immaginando di tornare ai tempi della scuola, su quel foglio inizierebbero ad apparire nuove cose insieme al motorino. Lo schema di una gabbia tipografica, per esempio. Un rettangolo di carta senza pedali o manopole o candele ma, al loro posto, le misure precise del taglio, del piede, della cucitura, della mozza e della testa.

Sulle mani, se dovessi pensarle come erano allora, le macchie lasciate dal grasso dopo aver smontato il carter si confonderebbero con quelle più morbide dell’inchiostro. Segnale inequivocabile di appartenenza a un nuovo mondo: dopo quello dei motorini, della messa a punto e della convergenza, quello dei libri e delle riviste, delle redazioni e della programmazione editoriale; lancio dopo lancio, accuratamente pianificata utilizzando le pagine di un’agenda.

Il foglio su cui tutto il gioco della passione e delle sue forme si è depositato, a questo punto, avrebbe bisogno dello stesso colore rosso delle guance di un meccanico in erba di fronte ai primi sguardi delle ragazze per completare la dimensione strettamente sentimentale di un percorso professionale: il percorso che, dai banchi della scuola, conduce direttamente all’industria editoriale. Quali collegamenti ci sono?

Tantissimi. Motorini e libri, prima di tutto, restano formidabili mezzi di comunicazione. E se i primi servivano principalmente ad andare a trovare le ragazze, i secondi risultavano indispensabili quando si trattava di dedicare loro poesie d’amore…

Motorini e libri, ovviamente, sono una metafora. Ma anche un titolo che prima o poi sarebbe giusto dare a qualche corso di editoria. Motorini e libri… magari per sottolineare che anche ai tempi dell’istruzione specialistica e parcellizzata, a fare i libri si impara come si impara ad aggiustare motorini: rubando a il mestiere con gli occhi e continuando sempre e comunque a sporcarsi le mani. Gli ostacoli non mancheranno mai. Ma se ai tempi del liceo non erano forti abbastanza da impedire a un ragazzo di borgata di inforcare il suo sogno a due ruote per spingerlo verso il mare senza casco, senza bollo e senza assicurazione, ma con un passeggero attaccato alle spalle, oggi che, complice la più grave crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, gli spazi a disposizione per chi vuole esprimersi e lavorare si sono ridotti al minimo, la regola regina che ogni aspirante autore – e qualunque sognatore – dovrebbe seguire religiosamente è sempre quella dettata anni fa dal grande Bukowski: «Soltanto una cosa può impedire a un uomo di scrivere. Se stesso».

Per il resto, tra libri e motorini le analogie restano profonde. E applicata all’editoria una famosa canzoncina popolare romana – quella che recita «vengo da Primavalle / col vespino rosso bordeaux. / Di prima mi fa una piotta / di seconda non lo so…» – ne verrebbe fuori un discorso molto divertente su una certa attitudine, da parte dei centauri, ad esagerare fino all’inverosimile le prestazioni del loro motorino; e, da parte degli addetti al lavoro editoriale, sulla disinvoltura con cui si snocciolano vendite e tirature o si millantano conoscenze e possibilità promozionali.

In questo parallelismo mancherebbero soltanto le ragazze. Ma in fondo non c’erano neppure al bar tanti anni fa. Mentre il centauro prendeva una birra con gli amici e infilava nella stessa storia le pieghe in quarta sulle curve a gomito e un volto da sogno su cui fantasticare incredibili avventure.

a.cosecheIntroduzione al libro Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a non fare ma che invece fanno di Cristiano Armati, Giulio Perrone Editore, 2012

Facchini e libri: scrittori, editori e istinto di classe

Dopo giorni di pioggia e nuvole nere, ma mai nere come le anime dei benpensanti della nostra politica e della connessa loro industria (non solo) editoriale, cercavo giusto un’occasione per cimentarmi con un argomento con cui sarà facile rendersi impopolare.

Questo argomento riguarda i libri, la loro presunta sacralità e quell’aura di “garanti della democrazia e della libertà” da cui vengono artatamente circondati. “I libri,” sostengono facendo la faccia da cerbiatto stuprato orde di cittadini-buonidemocratici-mediamenteacculturati, “non dovrebbero mai essere toccati…”; e, immancabilmente, proseguono il loro noioso discorso ricordando a chiunque metta in discussione questo assunto che erano stati i nazisti a permettersi il più grave dei peccati: bruciare i libri.

Singolari paragoni. Perché in casi come questi chi ha tanto a cuore il destino dei libri, facilmente si dimentica dell’unico destino per il quale valga davvero la pena di lottare: quello degli uomini e delle donne; persone in carne e ossa, non cellulosa sporcata d’inchiostro.

Il nazismo ha fatto naturalmente ben altro rispetto al bruciare i libri. Artefice dell’olocausto – mai abbastanza bestemmiato e combattuto: ma dove sono quelli che gridano al nazi quando il fascismo si manifesta davvero? – il nazismo ha rappresentato la cristallizzazione estrema di precisi interessi capitalistico-padronali, alimentati con la frustrazione nazionalistica e patriottarda e sostenuti attraverso l’individuazione di un nemico ben preciso: la lotta di classe. Soltanto tenendo presente questo passaggio, allora, si può ripetere – e assolutamente condividere – quanto sostenuto dal sansimonista Heinrich Heine, secondo il quale “dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani” (Heine, a dire il vero, sosteneva anche che “dovremmo perdonare i nostri nemici, ma non prima che siano impiccati”). Altrimenti la realtà è quella dove – di fatto – gli essere umani vengono bruciati tutti i giorni, in modo metaforico, certo, attraverso la generalizzata privazione dei diritti di ogni tipo a cui stiamo assistendo più o meno inermi, ma comunque nell’acquiescenza generale, capitanata dai tanti pronti a indignarsi per i libri perduti… gli stessi che, quando il 15 febbraio del 2012, con la cancellazione di una moltitudine di testi elettronici e nel nome della “lotta alla pirateria”, si è consumata la distruzione del portale library.nu (solo per fare un esempio:  http://www.webnews.it/2012/02/15/library-nu-cancellati-migliaia-di-e-book-pirata/), “colpevole” di mettere a disposizione gratuitamente milioni di testi in formato elettronico, non hanno sprecato una sola parola, pianto una sola lacrima, animato una singola protesta o, perlomeno, avanzato una sola domanda. Una domanda tipo: si difendono i libri o si difende il capitale?

In questo contesto, naturalmente, la parola “capitale” può essere presa come sinonimo di “potere”. Ma la precisazione serve soltanto a raccontare la storia che i tanti difensori dei libri non hanno mai letto: quella della scrittura e delle prime forme di pubblicazione. Già. Perché quando venne messa a punto la scrittura in quanto tecnica, i suoi primissimi impieghi – e a lungo pressoché gli unici – non riguardarono la stesura di delicate liriche sul male di vivere o di amene prose sulla passione romantica, niente di tutto questo. Con la scrittura, per prima cosa, vennero affrontati i lati di massicci obelischi. Per incidere sulla pietra lunghe liste di nomi di laghi, fiumi, montagne… accompagnati da elenchi altrettanto lunghi di dinastie reali che, quella stessa scrittura e quegli stessi supporti, spacciavano come depositari di un potere millenario, naturalmente voluto da Dio. Da quel momento in poi, il destino della “Scriba” è uno solo: affondare lo stiletto nella gola del potente di turno… o restare un semplice servo di quel potere che ha partorito lui e la sua scrittura. Compito tutt’altro che facile, a cui pure generazioni di scribi infedeli si sono votati subendo in cambio persecuzioni di ogni genere: a cominciare proprio dal rogo dei propri libri.

Per il resto bruciare i libri può essere un atto bellissimo e liberatorio. Penso per esempio alla rivolta del Matese, quando un nugolo di ribelli capitanati dagli anarchici Errico Malatesta e Carlo Caffiero devastò tutti i municipi della zona – le case del potere – producendosi, come primo atto, nel rogo dei libri comunali che si arrogavano la pretesa di certificare lo stato di semi-schiavitù legalizzato a cui i braccianti locali – come milioni di altri lavoratori in tutto il mondo – erano stati condannati. La vera e propria gioia dei lavoratori di fronte a quel rogo affonda le sue radici nella nascita infame della scrittura e dei libri e costituisce l’oggetto di una realtà dimenticata: la diffidenza naturale del proletariato nei confronti dei libri e di chi li scrive è giustificata dal rapporto incestuoso che da sempre unisce i libri al potere e si tramuta spesso in atti dettati da ciò che una volta era detto “istinto di classe”.

Nell’analisi gramsciana l’istinto di classe va temperato alla luce di elementi di “folklore regressivo”… ma ecco che in questi giorni la storica diffidenza provata da ogni lavoratore degno di questo nome nei confronti di chi non svolge compiti manuali, trova nuove ragioni d’essere nelle uscite pubbliche di alcuni importanti (?) esponenti dell’intellettualità italiana a proposito della battaglia di lunga durata che, a Bologna, oppone i lavoratori della logistica alla Granarolo.

Il giallista/scrittore/autoretelevisivo bolognese Carlo Lucarelli, interviene sulla situazione affermando: “Non entro nel merito di una vertenza in corso, e se questa situazione ha generato della rabbia, dico che esiste sicuramente una rabbia sacrosanta e legittima, è quella che grida dei contenuti a cui si deve dare risposte, ma è anche quella che a un certo punto si ferma e si trasforma, diventa un atto politico che si svolge entro i limiti della democrazia ed è costruttivo (…) la rabbia non può legittimare la violenza, altrimenti diventa dannosa, inutile, strumentalizzabile e non fa l’interesse di nessuno, tanto meno dei lavoratori. Il clima è preoccupante, e spero come tanti che tutto possa tornare nei confini della civiltà e del rispetto delle regole”.

Lucarelli, insomma, invoca nientemeno che “i confini della civiltà”: poteva usare tante parole per esprimere la comune veste neo-centrista che ha assunto l’arroganza padronale; ma da buon scrittore ha usato la più giusta: “civiltà”; la stessa civiltà dei libri e della scrittura che torna a servire il potere – oggi il capitale – come ha sempre fatto quando non ha imparato ad alzare la testa dai facchini della Granarolo.

Le dichiarazioni di Lucarelli sono rivoltanti (leggere: http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2014/1-febbraio-2014/facchini-lucarelli-clima-preoccupante-2224008841979.shtml); e per quanto mi riguarda quella pretesa di giudicare ciò che fa parte della civiltà e cosa non ne fa parte resterà indelebile nei riguardi del giudizio che si può dare a un simile intervento (nessun padrone poteva esprimersi meglio di un padrone che fa lo scrittore). Che a dare manforte a Lucarelli via Twitter sia intervenuto un altro scrittore come Sandrone Dazieri non mi stupisce, dopo le dichiarazioni dello stesso a favore della nuova legge elettorale detta “Italicum” in esame al parlamento (http://www.globalproject.info/it/produzioni/chi-se-ne-frega-dei-partitini/16309). Dichiarazioni con cui, elogiando il bipolarismo renziano (quello dove si potrebbe ottenere un governo di larghissimi poteri con una minima percentuale di voti, alla faccia di qualunque formalismo democratico), Dazieri invita i suoi lettori a sostenere il PD: “Facciamo un caso pratico. Prendiamo la Valsusa. Secondo voi che cosa farebbe il partito o la coalizione all’opposizione nel caso di una mobilitazione sociale diffusa  e duratura come la No Tav. Ve lo dico io. Prima delle elezioni offrirebbe uno scambio. Ahh, voto di scambio, urlate ora tutti assieme! Schifezza, orrore. Figliole e figlioli: è sempre un voto di scambio. Si vota per ottenere qualcosa che riteniamo utile, conveniente o giusto. Un governo migliore, le tasse più basse, quel cazzo che volete. L’ideologia ci forma, ci aiuta a scegliere quello che riteniamo utile, conveniente o giusto, e tutti noi, credo, dovremmo interrogarci su qual è il modo migliore per ottenere quelle riteniamo utile, conveniente o giusto. I risultati, quando coinvolgono la vita di milioni di persone, contano”.

Non mi stupisce il sostegno alla prospettiva padronale dato da Dazieri a Lucarelli proprio per quella che è la principale, almeno a mio giudizio, caratteristica della lotta dei facchini della Granarolo. La lotta della Granarolo, infatti, non scaturisce “semplicemente” da una delle tante storie di ordinario e brutale sfruttamento, ma mette a nudo un meccanismo in cui, attraverso il paravento delle cooperative (chiamarle ancora “rosse” è ormai anacronistico come convertire l’euro in lire), lo sfruttamento è legato a doppio filo al potere piddino bolognese: autentico laboratorio neocapitalistico dove si gioca il futuro di repressione e di sfruttamento che di certo non riguarderà soltanto il comparto della logistica, ma assolutamente chiunque… altro che “voto di scambio”!

Questa, infatti, è la situazione che si sta prospettando. Anzi, che si è già concretizzata e di cui è frutto l’esperienza di lotta bolognese. Con la triplice alleanza sindacale che abiura a qualunque forma di conflittualità e si fa scoperchiatamente “concertativa” (un sindacato “giallo”); con la rappresentanza politica completamente slegata dagli elettori, sia attraverso una legge elettorale liberticida, sia attraverso l’asservimento a macrodecisioni economiche prese a livello extraterritoriale, si entra in una nuova epoca coorporativa, cioè in un nuovo stato di tipo fascista.

Ed è esattamente in questo stato che una casa editrice come la Rizzoli, cioè la casa editrice della famiglia-padrona del capitalismo italiano, “compra” una pagina del Corriere della Sera, sempre di proprietà della stessa famiglia capitalistico-rapinatrice, per venire a dire al “popolo” che… i libri non si bruciano (http://www.ilpost.it/2014/02/04/la-pagina-comprata-rizzoli-sul-corriere-i-libri-si-bruciano/).

Il riferimento dovrebbe essere al fuoco di paglia che ha riguardato qualche non immortale opera dello scrittore/giornalista/autoretelevisivo Corrado Augias, responsabile di aver accusato di “fascismo inconsapevole” gli esponenti del M5S (http://www.giornalettismo.com/archives/1335295/corrado-augias-ad-agora-racconta-il-suo-libro-bruciato/): cioè, la Rizzoli avrebbe comprato (si fa per dire, è tutta roba loro) un’intera pagina di un quotidiano a fronte di un post su twitter in cui un militante grillino bruciava alcuni libri dello stesso?

Cioè, la Rizzoli, creatura immonda del turbocapitalismo non si accontenta più di sventolare la bandiera del profitto ma pretende di inalberare quella della libertà – o magari, come la chiamerebbe Lucarelli, quella della “civiltà”?

La stessa proprietà che, a più riprese e attraverso i suoi strumenti di informazione, tanto per fare un esempio, non ha mai avuto remore ad attaccare e a diffamare nei più volgari dei modi qualunque forma di lotta popolare, adesso si permette di utilizzare i libri per darsi una verniciatura quietamente democratica?

Proprio così. Lo fa e miete consensi su questo proprio in virtù di quel legame antichissimo tra scrittura e potere, tra libri e capitalismo che, in tempi di crisi, è tutt’altro che “fascismo inconsapevole”, ma vero e proprio fascismo: propaganda-spazzatura che tenta di sommergere ogni fenomeno autenticamente progressista, come quello di cui i facchini della Granarolo sono protagonisti. D’altronde dov’è che Lucarelli ha rilasciato le sue dichiarazioni: sul “Corriere di Bologna”, dorso locale del “Corriere della Sera” naturalmente…

E francamente non ho bisogno di aspettare né le dichiarazioni di Lucarelli, né tantomeno di dichiarare la mia siderale distanza dell’opzione grillina per dire che francamente per un rogo di pubblicazioni targate “Corriere della Sera”, quindi Agnelli, quindi Fiat… beh, che dire?

Non piangerei certo lacrime amare di cordoglio per la democrazia.

Per fortuna, in ogni caso, Lucarelli, e poi Dazieri, hanno avuto la loro messa in discussione attraverso una lettera aperta firmata da Wu-Ming, Valerio Evangelisti, Alberto Prunetti e Girolamo De Michele. Un’accusa decisa, dove, tra l’altro, si legge: “I quotidiani sembrano voler contrapporre, con una furbesca titolazione, due generi di scrittori: quelli “buoni” e quelli “politicamente scorretti” che legittimerebbero la violenza. Una distinzione inaccettabile. La «violenza»: ma quale violenza? Non c’è stato alcun atto di violenza da parte dei lavoratori in lotta, in massima parte migranti. C’è stato quell’uso della forza che è proprio di ogni sciopero e si esprime nei picchetti, nei blocchi, nell’intenzione di danneggiare gli interessi economici della controparte. Al contrario, la violenza fisica delle manganellate e degli spray urticanti, gli arresti ingiustificati dei delegati sindacali (in violazione delle norme), i licenziamenti, il mancato reintegro dei lavoratori in spregio agli accordi sottoscritti (ed anche, a Milano, il pestaggio in stile mafioso del sindacalista del Si Cobas Fabio Zerbini) sono forme di violenza padronale”.

Personalmente non ho particolari problemi a fare un altro passo, aggiungendo che la “violenza” di cui si sta trattando è: 1) prima di tutto figlia del “potere” di chi può decidere cosa chiamare violento e cosa no (secondo “Il Corriere della Sera”, per esempio, un picchetto è “violenza”, affamare uomini, donne e bambini è “applicare le forme contrattuali stabilite dalla legge”); 2) in secondo luogo è frutto di rapporti di forza: sarà molto difficile, infatti, anche al di là delle proprie volontà e intenzioni, essere “violenti” (malgrado decine di processi affermino poi il contrario) a mani nude contro battaglioni di polizia schierati in assetto antisommossa, ben armati, addestrati e con tanto di copertura aerea e mezzi blindati al seguito…

Questo per dire che se un facchino fosse effettivamente riuscito, non so, a dare uno schiaffo al caporione di turno, non credo proprio starei a gridare allo scandalo.

Lo scandalo lo grido quando non si riesce più a mettere a tavola il pranzo con la cena. Quando non c’è neppure la tavola. Quando un regime neocorporativista (se non si vuole dire “fascista”) avanza inesorabilmente – meglio: violentemente – sopra qualunque voce decisa a reclamare la riconquista dei propri diritti.

Per questo, preso atto delle “scuse” di Lucarelli (pubblicate qui insieme alla lettera aperta di cui sopra: http://www.carmillaonline.com/2014/02/04/lettera-aperta-carlo-lucarelli-sulle-violenze-vere-alla-granarolo/), resta il risentimento e, legittima o meno che possa essere considerata dai padroni di turno, la rabbia per tutto quello che sta succedendo a Bologna come altrove. Una rabbia dolorosa come quella espressa da un bracciante lucano intervistato da Ernesto de Martino e che, vista la data e il luogo dell’intervista (la Basilicata degli anni Cinquanta), poteva benissimo essere mio nonno: “Sono a questo mondo come se non ci stessi”, diceva il bracciante lucano nella sua lingua, “mi hanno messo nel libro degli spersi”.

Era, questo “libro degli spersi”, un altro di quei registri comunali destinato a contenere chi veniva portato via dalla malamorte, quella che rendeva impossibile i rituali di sepoltura e le procedure del cordoglio. Un registro che fissava nero su bianco la destorificazione a cui il potere e il capitale volevano e vogliono condannare le masse: i facchini di Bologna come chiunque altro. Anche me. Che per farla finita con i libri e la loro finta aura di libertà (mai scontata ma tutta da guadagnare), ricordo sempre le parole di Claude Levi Strauss, quando demistificando l’innocenza della scrittura e dei libri ammonì: “Ad ognuno sarà insegnato a leggere affinché nessuno possa dire di non conoscere la legge”.

Prima vivere, poi scrivere. L’insurrezione messicana e il giornalismo rivoluzionario di John Reed

«Sì, il Messico è in preda al caos e alla disgregazione. Ma la responsabilità non è dei peones senza terra; la responsabilità è di coloro che seminano odio e disgregazione inviando armi e denaro, vale a dire delle Compagnie petrolifere americane e inglesi in lotta tra loro».
John Reed

Quando, sul finire del 1913, John Silas “Jack” Reed supera l’esile confine che divide ilMessico dagli Stati Uniti, il paesaggio politico che si staglia di fronte al suo taccuino da cronista è mutevole come i mulinelli di sabbia che il vento sparpaglia nel deserto. È dal 1876, infatti, che la presidenza di Porfirio Díaz provoca in tutto il Paese ondate di furioso malcontento. Ma ciò che era cominciato con tutte le caratteristiche dei classici pronunciamientos – vale a dire lotta maturata in ambienti militari per questioni inerenti la pura e semplice presa del potere – era sfociato in una lotta di lunga durata, capace di raccogliere, oltre all’indignazione dei clubs liberali, genuine energie popolari, e di gettare sul piatto della contesa questioni sociali di fondamentale importanza, a partire dagli eterni e mai risolti problemi della terra e della libertà.

a.emilianozapata
Emiliano Zapata

La storia, in una girandola di omicidi politici e di precipitose fughe all’estero alla ricerca di esili dorati, racconta che alla dittatura di Díaz, dopo la parentesi della presidenza di Francisco Madero, accusato di tradimento dai rivoluzionari per la sua incapacità di varare un programma radicale di ridistribuzione della proprietà fondiaria, sarebbe seguita la tirannia di Victoriano Huerta, destinato alla sconfitta malgrado l’appoggio degli Stati Uniti e degli interessi di una nazione già a quei tempi abituata a considerare l’intero continente americano come una propria pertinenza economica e amministrativa. Sarebbe giunto, quindi, il 1917 di Venustiano Carranza, con la prima costituzione al mondo a riconoscere precisi diritti ai lavoratori, ma anche, nel 1919, con l’omicidio – di cui Carranza fu mandante – del glorioso Emiliano Zapata: colui che pronunciò la memorabile frase «è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio»; ispiratore dell’odierno Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (cfr. Alessandro Ammetto, Siamo ancora qui. Storia indigena del Chiapas e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Red Star Press, 2014); un leader contadino portatore di un’idea precisa di rivoluzione. La stessa idea che lo spinse a rifiutare la poltrona presidenziale dichiarando «non combatto per questo, combatto per le terre, perché le restituiscano» e, con lo stesso spirito, ad animare quella straordinaria esperienza di democrazia diretta che fu la Comune di Morelos, capace di tradurre il futuro «tutto il potere ai soviet» con l’indigeno «tutto il potere ai pueblos».

La tensione messicana alla giustizia sociale, in realtà, venne puntualmente stemperata nel sangue dei complotti e diluita attraverso riforme come quelle varate nel 1920 da Alvaro Obregón, puntuale artefice dell’omicidio del suo predecessore.

Se dopo l’assassinio dello stesso Obregón, datato 1928, e la salita al potere di Plutarco Elías Calles e del suo Partito rivoluzionario istituzionale, ilMessico avrebbe guadagnato la fisionomia riconoscibile ancora oggi (il Pri governerà il Paese latinoamericano per oltre settant’anni), quella stessa fisionomia avrebbe consentito una relativa tranquillità soltanto a patto di rinunciare a risolvere una volta per tutte le atroci contraddizioni tra capitale e lavoro (tra grandi latifondisti, multinazionali straniere e contadini senza terra) e di giustificare i sacrifici imposti dalla modernizzazione con una gestione a dir poco autoritaria delle problematiche sociali, in genere dipinte come questioni di puro e semplice ordine pubblico.

Francisco "Pancho" Villa
Francisco “Pancho” Villa

Dove non arrivala realtà storica, però, è la leggenda che continua a prendere parola. E questa parola, nel caso del Messico, assume nomi dai contorni mitici e un grande cantore. Nomi come quello di Francisco “Pancho” Villa, tra i principali artefici dell’insurrezione messicana, raccontata come nessun altro da un cronista capace di rivoluzionare il mestiere del giornalista per dare alla cronaca un «vero» spessore letterario: John Reed.

Per le azioni di Francisco “Pancho” Villa, uno dei massimi esponenti dell’arte della guerra partigiana, il soldato del popolo che costrinse gli Stati Uniti a impiegare, oltre a nutrite truppe regolari, dirigibili e aerei da guerra nel vano tentativo di stanarlo, lasciamo che sia il libro di Reed a parlare. L’immagine dell’eroe nazionale e la figura del «bandito sociale», allora, si stempereranno all’avventurosa realtà di un combattente «amico dei peones» per una ragione semplice e fondamentale; addirittura in virtù di ciò che continua a rappresentare uno dei principali agenti di cambiamento mai presi in considerazione dagli storici di ogni tempo e Paese: l’istinto di classe.

A partire da questo punto, però, e al di là della formidabile narrazione contenuta in Messico in fiamme, è la biografia di John Reed a parlare per quello che è stato l’incredibile lavoro – e l’ancor più incredibile vita – di un uomo capace di essere contemporaneamente un grande intellettuale e un militante di rara generosità. Un uomo, come racconta l’amico e collega Albert Khys Williams, che il destino aveva scelto di far nascere il 22 ottobre del 1887 a Portland; vale a dire nella «prima città americana dove gli operai si rifiutarono di caricare munizioni per l’esercito di Kolciàk, durante l’intervento occidentale contro la giovane Unione Sovietica» (A. K. Williams, John Reed in J. Reed, America in fiamme, Editori Riuniti, 1970).

Si trattava,evidentemente, di un segno premonitore rispetto a ciò che sarebbe stata la personalità dello scrittore, fatto sta che, prosegue Williams: «[John Reed] odiava la furbizia e l’ipocrisia. Invece di mettersi dalla parte dei ricchi e dei potenti preferì esserne avversario […]. Fu perseguitato, battuto a morte,cacciato dall’impiego. Ma i suoi nemici non ebbero mai la soddisfazione di vederlo capitolare».

Chi meglio di un«partigiano della parola» (che quando è animata da fame e sete di giustizia accompagna l’azione, non vive al di fuori di questa), insomma, poteva calarsi in una situazione come quella Messicana per restituire ai lettori di allora e di oggi il senso di una guerra di classe che arrivò a sfiorare il milione di morti e che davvero, per utilizzare un’espressione di Fidel Castro (vedi Il libretto rosso di Cuba, Red Star Press, 2013), grazie all’eroismo dei battaglioni di contadini  capitanati da Villa o da Zapata arrivò a dimostrare che «così lottano i popoli quando vogliono conquistare la loro libertà: lanciano pietre contro gli aerei e capovolgono i carri armati»?

Nessuno, in effetti, avrebbe potuto scrivere i libri di John Reed, né ricalcare le sue orme. Come ricorda ancora Williams, Reed fu:

«Un pellegrino delle grandi strade del globo.[…] Come l’uccello della tempesta egli era presente dovunque accadesse qualcosa di importante.
A Patterson, uno sciopero di operai tessili si trasforma in un uragano rivoluzionario: John Reed è nel cuore della tormenta.
Nel Colorado, gli schiavi di Rockefeller escono dalle loro fosse e si rifiutano di farvi ritorno malgrado i manganelli e le mitragliatrici delle guardie armate: John Reed è al fianco dei rivoltosi.
Nel Messico, i peones oppressi levano la bandiera dell’insurrezione e, al comando di Villa, marciano sulla capitale: John Reed, a cavallo, avanza tra le loro file.
[…] Scoppia la guerra imperialista. Dovunque tuona il cannone John Reed accorre: in Francia, in Germania, in Italia, in Turchia, nei Balcani, in Russia».

a.idiecigiorni.1220092Questa succinta lista di luoghi ed avvenimenti significativi si riflette, naturalmente, nella bibliografia dell’autore, dove – senza che questo elenco sia completo – trovano spazio opere come Messico in fiamme, pubblicato per la prima volta sulla rivista «Metropolitan» nel 1914, La guerra nell’Europa Orientale (Pantarei, 1997; ed. or. 1915), i tanti racconti (Avventura e Rivoluzione, Red Star Press, 2014), gli scritti politici (Red America, Nova Delphi, 2012) e quel grande capolavoro che è I dieci giorni che sconvolsero il mondo, una cronaca in presa diretta della rivoluzione sovietica che Lenin in persona, nell’introduzione alla prima edizione americana (1919), raccomandò di leggere «ai lavoratori di tutti i paesi».

In Patria, mentre gli Stati Uniti venivano pervasi da sempre più massicce ondate di nazionalismo fascistoide e anticomunismo, John Reed si ritrovò spesso a pagare la colpa delle proprie idee. D’altro canto lo stesso Communist Labor Party, che Reed aveva contribuito a fondare rompendo con l’ala moderata del Partito socialista, era stato costretto alla clandestinità dalle autorità statunitensi. Le stesse che, processando Reed per I dieci giorni che sconvolsero il mondo, si sentirono rispondere «non desidero altro» alla domanda sulla possibilità di un «accadimento» paragonabile a quello sovietico sul territorio americano.

Il rumore di una simile affermazione suonò come un sasso scagliato nell’oscuro cuore di cristallo dello scintillante american dream. Perché a parlare era il figlio ribelle della buona borghesia americana: un giornalista affermato e ormai noto in tutto il mondo, una firma corteggiata dei giornali più prestigiosi, un autore di successo che, in ogni caso, non aveva nessuna intenzione di essere tranquillizzato dal benessere e di chiudere gli occhi di fronte alla «guerra» (Reed usava proprio questo termine) che il capitale conduceva contro i lavoratori statunitensi e di ogni parte del mondo. Non è dunque un caso se, nel settembre del 1919, John Reed è nuovamente in viaggio. La sua destinazione è l’Unione Sovietica, la patria della Rivoluzione che lui stesso ha contribuito a raccontare ai russi con I dieci giorni che sconvolsero il mondo, ma anche il luogo dove valeva la pena di ritornare con l’idea di scrivere un nuovo libro dedicato a quelli che sarebbero stati i successi del socialismo e, in qualità di membro del comitato esecutivo, per partecipare, a Mosca, ai lavori del secondo congresso dell’Internazionale comunista, e, a Baku, nel Caucaso, al primo congresso dei popoli orientali.

Tra i due appuntamenti c’è un nuovo arresto, dopo i ben venti (!) fermi subiti negli Usa, ora è la polizia finlandese a trattenerlo, mentre gli Stati Uniti, terrorizzati da ciò che Reed avrebbe potuto dire e fare sul suolo patrio, gli negano il visto necessario a rimettere piede… a casa sua!

a.Reed_1913Un paradosso per chi, come John Reed, doveva una parte importante del suo talento letterario proprio alla capacità di essere «a casa sua» ovunque si trovasse. E di essere in grado, ovunque si trovasse, di scoprire e di affratellarsi alle sofferenze dell’umanità ribelle, e di immedesimare se stesso e la sua scrittura alle lotte in corso. Una carica di immenso valore umano, artistico e politico che, il 17ottobre del 1920, sarà costretta a chiudere gli occhi nell’adorata Mosca, dopo aver contratto il tifo nel corso del viaggio a Baku e aver spossato il proprio fisico nel corso dei continui e faticosissimi spostamenti. John Reed aveva appena trentatré anni. E naturalmente non aveva mai dato credito a chi gli consigliava il riposo dopo che, nel 1917, una delicata operazione lo aveva costretto all’asportazione di un rene. Gli Stati Uniti erano appena entrati nel primo conflitto mondiale e John Reed, ancora in ospedale, commentava il suo esonero dal servizio militare dichiarando: «La perdita di un rene può dispensarmi dal servire la guerra tra due popoli. Ma non mi dispensa dal servire la guerra tra le classi».

Per questo sarebbe semplice e oltremodo giusto ricordare John Reed attraverso la sua sepoltura, sulla Piazza Rossa, nelle mura del Cremlino. Dove su un blocco di granito sono state incise le parole «John Reed, delegato alla III Internazionale, 1920». Eppure il senso del modo in cui Reed intese la sua esistenza può essere recuperato proprio tra le pagine di Messico in fiamme. In un passaggio brevissimo dove, dopo essersela vista brutta, John Reed si rende conto di come l’unica scrittura per cui vale la pena di impegnarsi sia quella che implichi un vissuto partecipato e reale. Prima vivere, poi scrivere, dunque. Magari con i fischi delle pallottole ancora nelle orecchie. E un quaderno stropicciato nelle tasche sul quale appuntare: «Bene, questa è certamente una esperienza. Ho qualcosa da raccontare».

a.messicoinfiammePostfazione al volume Messico in fiamme di John Reed, a cura di Cristiano Armati, Red Star Press, 2013

DISPONIBILE SU REDSTARPRESS.IT

“L’amore che ho cercato” di Cristiano Armati: perché leggerlo?

Recensione di Andrea Bressa, da Panorama.it del 25 marzo 2013

amore_cover:Layout 1Spesso la scrittura è il sintomo di un bisogno: quello di mettere in parole il dubbio. E in L’amore che ho cercato , il nuovo romanzo di Cristiano Armati (Giulio Perrone Editore), il protagonista ha un dilemma profondo da sbrogliare. Cappa, questo il suo nome, riflette sull’illimitatezza dei desideri e delle possibilità e sul richiamo dell’esistenza quotidiana, quella della “normalità”. Questi due poli nel romanzo hanno le fattezze di Fatou, stupenda ragazza di Bamako, nel Mali, conosciuta in un viaggio in Africa, e di Sofia, la sua compagna a Roma, dalla quale aspetta una bambina.

Africa ed Europa, Bamako e Roma, Fatou e Sofia, desiderio e realtà, piacere e dovere: sono questi i termini di paragone della riflessione di Cappa, sempre più stretto in una quotidianità a cui sente di non appartenere e smanioso di rivivere quel qualcosa d’altro che gli ha aperto gli occhi sulle migliaia di opportunità esistenti.

Ma Cappa sa anche che non è così semplice risolvere la questione. La difficoltà sta, citando Antonio Tabucchi, nel fatto che “potremmo essere tante cose, ma la vita è una sola e ci obbliga a essere solo una cosa, quella che gli altri pensano che noi siamo”. Così Cappa prova con un doloroso cinismo ad affrontare i suoi mostri, i suoi desideri e le aspettative attorno. Si condivide il dramma di Cappa: talvolta lo si biasima, altre lo si vorrebbe abbracciare. Disperazione e speranza si danno il cambio di pagina in pagina, in una narrazione contrassegnata da continui passaggi temporali e spaziali tra Roma e Bamako, tra il presente e il passato (possibile futuro).

Perché leggere L’amore che ho cercato? Perché l’autore non solo è capace di osservare alcuni aspetti tra i più profondi della mente e dell’animo dell’uomo, ma sa tradurli con una scrittura impetuosa e brillante, parlando anche attraverso le parole di altri autori (numerose le citazioni), da Guy de Maupassant a Salvatore Quasimodo, da Charles Bukowski a Ryszard Kapuscinski.

Nella storia di Cappa e del suo amore cercato, forse, si può anche trovare una sorta di attacco alla civiltà occidentale, sempre più fredda, cinica, impersonale.